IL MIO LESSICO FAMIGLIARE / HAI MAI VISTO I BAMBINI FELICI GIOCARE ALLA STACCIA, O CON I TUDDHRI?

| 1 Novembre 2026 | 0 Comments

di Anna Maria Greco _________________

Si correva. Si correva tanto.

Con le braccia aperte, i capelli spettinati dal vento e le ginocchia quasi sempre sbucciate. Si correva senza sapere bene dove andare. Bastava vedere qualcuno partire e subito gli si correva dietro. A volte non c’era nemmeno un gioco da fare. C’era soltanto quella voglia di uscire, di stare insieme, di non perdersi niente.

Negli anni Settanta, la strada era il nostro cortile.

Bastava affacciarsi alla porta per vedere se gli altri erano già fuori. Qualche volta mi sedevo sui gradini e aspettavo. Ma appena sentivo chiamare il mio nome mi alzavo di scatto, per paura che il gioco cominciasse senza di me.

Le mamme parlavano da una soglia all’altra. Ogni tanto una si affacciava e gridava qualcosa. Noi rispondevamo senza fermarci, oppure facevamo finta di non sentire. Alla seconda chiamata, però, riconoscevamo quel tono che non ammetteva repliche.

Fuori non ci annoiavamo mai. Nessuno decideva in anticipo a che cosa avremmo giocato. Bastava che qualcuno avesse un’idea e gli altri gli andavano dietro. Se mancava qualcosa, si cercava. E se non si trovava, si inventava.

Con un pezzetto di gesso disegnavamo sull’asfalto la staccia. Ci voleva un sassolino piatto e bisognava saltare su un piede senza toccare le righe.

«Hai pestato!»
«Non è vero!»
«Ti ho vista!»

A volte si discuteva più di quanto si saltasse. Poi qualcuna raccoglieva il sassolino e si ricominciava.

Io però preferivo li tuddhri.

Erano cinque sassolini lisci, scelti con attenzione. Ne lanciavo uno in aria e, prima di riprenderlo, dovevo raccoglierne un altro da terra. Poi due, poi tre. Bisognava essere svelte e non distrarsi.

In questo gioco ero molto brava. Lo dico senza falsa modestia, perché allora lo sapevano anche le altre. Qualche volta portavamo i sassolini a scuola e giocavamo durante la ricreazione. Mi piaceva vedere le compagne seguire le mie mani, aspettando che sbagliassi. E mi piaceva ancora di più non sbagliare.

Quando ci veniva voglia di saltare, potevamo scegliere tra la corda e l’elastico.

Con la corda giocavamo anche da sole, facendola girare sopra la testa e sotto i piedi. Quando eravamo in tre, due bambine tenevano le estremità di una corda lunga e la facevano girare, mentre la terza entrava a saltare. Poi ci scambiavamo i posti.

«Più piano!»
«Ma sei tu che non salti!»

Con l’elastico si cominciava dalle caviglie, poi si passava ai polpacci e infine alle ginocchia. Due bambine lo tenevano teso mentre una terza saltava, cercando di completare la sequenza senza inciampare. Le più brave arrivavano fino alle ginocchia con una facilità che a me sembrava impossibile.

Quando avevamo voglia di un gioco più tranquillo, ci mettevamo in coppia per il ripiglino. Bastava un elastico sottile e rotondo, oppure un cordoncino simile. Una bambina lo tendeva tra le dita formando una figura; l’altra doveva riprenderlo con le proprie mani, trasformandola in una figura nuova.

«È colpa tua!»
«No, hai preso il filo sbagliato!»

Bastava un movimento sbagliato e tutto diventava un groviglio.

I più fortunati avevano il Klick Klack. Era uno di quei giochi che bisognava sudarsi per farseli comprare, e quando finalmente arrivava non si vedeva l’ora di mostrarlo agli altri.

Aveva quattro maniglie e una palla ovale che scorreva lungo due corde. Ci mettevamo una di fronte all’altra e allargavamo le braccia per mandarla avanti e indietro, cercando di non perdere il ritmo. Ricordo ancora quel rumore: click clack, click clack. E le risate quando una delle due non riusciva più a star dietro all’altra.

Mentre giocavamo succedevano anche piccole cose curiose, che per noi avevano un’importanza enorme.

Se due amichette pronunciavano nello stesso momento la stessa parola, bisognava fare il Flic e Floc. Intrecciavamo i mignoli, facevamo ondeggiare le mani ed esprimevamo ciascuna un desiderio segreto. Poi dicevamo «flic» oppure «floc». Se pronunciavamo la stessa parola, il desiderio si sarebbe avverato. Altrimenti si ripeteva.

Non ricordo che cosa desiderassi. Ricordo quanto ci tenevo a indovinare.

I mignoli servivano anche per fare pace. Bastava un turno saltato o una bambola contesa per dichiarare finita un’amicizia. Poi una delle due tendeva il mignolo.

Mignolino, mignoletto,
fai la pace con l’angioletto.
Fai la pace con Gesù
e la guerra non c’è più.

Ci intrecciavamo le dita e tornavamo a giocare. Avevamo già perso abbastanza tempo.

Io, mia sorella e le amichette del vicinato avevamo uno spiazzo di terra vicino alle case. Lì giocavamo a mamma.

La terra bagnata diventava carne per le polpette, l’erba era la verdura e qualche vecchio recipiente faceva da pentola. Ci dividevamo i ruoli e sceglievamo i nomi dei figli. Ma il momento più divertente arrivava quando dovevamo sgridare qualcuno.

«Mo vai a letto senza cena!»
«La bambola nuova non te la compro più!»

Ci mettevamo le mani sui fianchi e ripetevamo le frasi sentite dalle nostre mamme, imitando persino il tono. Qualcuna scoppiava a ridere prima di aver finito il rimprovero.

Con le bambole vere eravamo più dolci. Ne avevamo di stoffa e di plastica. Quando mancava una bambola, piegavamo un asciugamano e ne facevamo un neonato, da avvolgere e cullare.

Giocavamo anche al dottore. Una si stendeva fingendo di essere malata, un’altra la visitava con grande serietà.

«Mo ti faccio la puntura!»

Il malato guariva all’istante.

In casa avevamo anche un vecchio lenzuolo che mamma ci lasciava usare per giocare. Lo tenevamo per i quattro angoli e al centro facevamo accomodare il fratellino più piccolo. Lo dondolavamo piano, come in una culla, mentre lui si lasciava trasportare e noi ci sentivamo molto importanti.

I lenzuoli, però, mi piacevano anche quando non erano destinati ai giochi. Quando mamma, papà o una zia ne prendevano uno dalle estremità per piegarlo, io arrivavo di corsa.

«Aspetta, devo passare!»

Mi infilavo sotto prima che potessero abbassarlo. Qualche volta dovevano ricominciare da capo. Per loro era soltanto un lenzuolo da piegare. Per me, per un istante, diventava un grande tetto bianco sotto cui correre.

Fuori, intanto, i maschietti erano spesso impegnati in sfide molto serie.

Con le biglie di vetro colorato scavavano una fossetta nella terra e cercavano di raggiungerla, tiro dopo tiro. Passavano tanto tempo in ginocchio che i pantaloni finivano per consumarsi. Piegavano le dita in una posizione particolare, prendevano la mira e davano alla biglia un colpetto secco.

Chi arrivava per primo alla buca vinceva le biglie degli avversari rimaste indietro. Perdere una delle più belle rendeva indispensabile la rivincita.

Con le figurine giocavano alla scoppola. Le disponevano per terra e cercavano di capovolgerle con un colpo rapido della mano, senza toccarle. Era lo spostamento d’aria a doverle girare. Quante figurine si capovolgevano, tante se ne vincevano. Chi perdeva trovava spesso qualcosa da contestare.

Qualcuno faceva rotolare un vecchio cerchione lungo la strada, correndogli dietro per non farlo cadere. Ma la competizione più accesa era quella con lu ruddru, la trottola di legno.

Si avvolgeva lo spago intorno alla trottola e la si lanciava con un movimento deciso. Tutti si chinavano a guardare quale girasse più a lungo.

I più abili riuscivano a raccoglierla mentre era ancora in movimento, facendola entrare tra il dito medio e l’anulare. La tenevano sulla mano, ancora in rotazione, e poi la rimettevano a terra. Io li guardavo incantata. Non capivo come riuscissero a farlo senza fermarla. Chi possedeva quella bravura, naturalmente, non perdeva occasione per mostrarla.

Nelle case dove c’erano bambini piccoli si trovavano anche i cavallucci di plastica con quattro ruote. Ne ricordo uno rosso, con le orecchie blu. I piccoli ci salivano sopra e avanzavano spingendosi con i piedi, con un’aria molto indaffarata.

Noi più grandi preferivamo le biciclette.

Non importava se fossero vecchie o arrugginite. C’era anche un modello chiamato Carolina. Si pedalava per la strada e, quando qualcuno chiedeva un passaggio, si cercava di fargli posto.

Un bambino si sedeva sul portapacchi, un altro riusciva persino a stare in piedi dietro il sellino, aggrappato a chi guidava. Allora ci sembrava normale. Oggi, se vedessi una scena del genere, probabilmente mi verrebbe da sorridere.

Con assi di legno, cassette e vecchie ruote si costruivano piccoli carretti, da spingere a mano o legare alle biciclette. Ci si caricava un fratellino, qualche oggetto trovato in giro o il pallone.

Per giocare a pallone bastavano due pietre per segnare la porta. Si decidevano i confini del campo e si cominciava. Quando qualcuno segnava, si sentiva gridare da un capo all’altro della strada.

Alcuni maschietti costruivano le fionde con rami biforcuti, spesso d’ulivo, un pezzetto di cuoio e strisce ricavate dalle camere d’aria delle biciclette. Qualche volta li aiutavano i loro papà. Poi, nelle campagne, sistemavano bottiglie vuote sopra un muretto e cercavano di colpirle lanciando sassolini con le fionde.

Ma c’erano anche altri modi per prendere la mira.

Nel giardino della mia scuola, in via Roma a Copertino, crescevano gli eucalipti. Raccoglievamo le loro piccole capsule legnose, smontavamo una penna Bic e, usando soltanto il tubicino, le sparavamo soffiando forte. C’era chi lo faceva persino durante la lezione, prendendo di mira qualche compagno.

Non erano scherzi sempre innocenti. Qualcuno rideva, qualcuno si faceva male. E capitava che un bambino diventasse il bersaglio preferito degli altri. Allora certe prepotenze non avevano il nome che diamo loro oggi. Esistevano lo stesso.

C’erano anche invenzioni che ci facevano alzare gli occhi verso il cielo.

Gli aquiloni non si compravano. Si costruivano.

I bambini chiedevano ai fornai i sacchi vuoti della farina, fatti di carta robusta, spesso composta da più strati. Qualcuno recuperava anche i sacchi del cemento. Nei campi si cercavano le canne, da dividere in strisce sottili. La colla si preparava con acqua e farina.

Intorno a chi costruiva l’aquilone si formava subito un gruppo. Uno teneva ferma la carta, un altro sistemava le canne, un altro dava consigli. C’era sempre qualcuno che sapeva esattamente come bisognava fare, anche se non aveva mai costruito un aquilone.

Quando finalmente era pronto, si usciva per provarlo. Uno correva tenendo il filo, gli altri gli correvano dietro.

«Sposta il nodo!»
«Allunga la coda!»
«Corri più forte!»

A volte l’aquilone si alzava appena e ricadeva. Si cambiava qualcosa e si riprovava. Quando finalmente prendeva il vento, tutti alzavamo la testa. Il filo lo teneva uno solo, ma a guardarlo eravamo in tanti. E si facevano gare per vedere quale arrivasse più in alto.

L’aquilone, per me, aveva il profumo della primavera e della libertà. Bastava vederlo salire, con i suoi colori contro il cielo, per dimenticare tutto il resto.

Quando non avevamo niente da costruire, ci bastava rincorrerci.

A nascondino si giocava dietro gli angoli delle case, nei cortili e, quando eravamo dentro, sotto i letti o negli armadi. Il difficile era non ridere quando qualcuno ci passava accanto senza vederci.

A «uno, due, tre, stella!» bisognava fermarsi di colpo appena chi comandava si voltava. C’era sempre qualcuno che faceva un ultimo passetto e poi giurava di essere rimasto immobile. Ci giocavamo anche nel cortile della scuola, prima di entrare in classe.

Ai quattro cantoni correvamo da un angolo all’altro, cercando di non farci rubare il posto.

C’era anche il gioco del fazzoletto, che ci faceva correre a perdifiato. Ci dividevamo in due squadre, una di fronte all’altra, e a ciascuno veniva assegnato un numero. In mezzo, qualcuno teneva un fazzoletto per un angolo e chiamava:

«Numero tre!»

I due bambini con quel numero scattavano insieme. Bisognava afferrare il fazzoletto e tornare dalla propria squadra senza farsi toccare dall’avversario. Qualche volta arrivavamo nello stesso istante e restavamo lì a studiarci, fingendo di prenderlo per ingannare l’altro. Intanto, dalle due squadre, partivano grida e consigli che servivano soprattutto a confonderci.

Con la mosca cieca uno veniva bendato e doveva acchiappare qualcuno del gruppo. Gli altri gli giravano intorno, lo chiamavano e scappavano ridendo. Lui allungava le braccia, seguendo le voci e il rumore dei passi. Chi veniva preso indossava la benda.

C’era poi il gioco del cavallo, che richiedeva forza, equilibrio e una buona dose di incoscienza.

A fare da cavallo si sceglieva quasi sempre il ragazzo più alto e robusto della compagnia, che si appoggiava al muro, piegandosi in avanti e offrendo la schiena agli altri. Noi, maschietti e femminucce, prendevamo la rincorsa e tentavamo di saltargli addosso, con risultati non sempre gloriosi.

Il poveretto doveva sopportare il peso di tutti, mentre noi ci preoccupavamo soprattutto di atterrare in sella. E se le gambe gli cedevano, finivamo in un mucchio di braccia, gambe e risate. A pensarci oggi, più che un cavallo, ci serviva un santo!

Ci prendevamo anche per mano, formando una lunga fila. Chi guidava cominciava:

«Maria, Maria, si è cotto il pane!»
«Si è cotto e si è bruciato!»
«E di chi è stata la colpa?»
«È stata Anna!»

Poi, senza lasciare le mani, cominciavamo a passarci sotto le braccia. Una si girava, un’altra rimaneva con le braccia incrociate, qualcuna protestava perché le tiravano troppo.

Intanto cantavamo:

E povera Anna,
è capitata alle catene.
Scioglie le pene
e si sente da morir,
zin zigore, zin zigore…

Non so se le parole fossero proprio queste. Mi è rimasta in testa quella cantilena e soprattutto la sensazione delle mani strette, delle braccia aggrovigliate, delle risate quando non riuscivamo più a muoverci.

Altre volte ci mettevamo in cerchio e sovrapponevamo le mani. Chi aveva la mano sotto doveva sfilarla e portarla sopra tutte le altre. Si andava sempre più veloci, finché qualcuno sbagliava e il mucchio si scomponeva tra le risate. Lo facevamo anche con i pugni chiusi, costruendo una torre che prima o poi crollava.

Il girotondo lo organizzavamo soprattutto noi bambine più grandi per far divertire i piccoli. Ci prendevamo per mano, qualche volta mettevamo un bambino al centro e cominciavamo a girargli intorno.

Giro giro tondo, cavallo biondo,
cento cinquanta, la gallina canta.
Canta sola sola,
non vuole andare a scuola.
Gallina bianca e nera
ti dà la buonasera.
Buonasera, buonanotte.
Il lupo dietro la porta.
Il lupo non c’è più
e tutti vanno giù!

All’ultima parola ci lasciavamo cadere tutti per terra. I piccoli ridevano e volevano ricominciare. E noi ricominciavamo.

La domenica, quando arrivavano i cugini, la compagnia diventava ancora più numerosa.

Se stavamo in casa, organizzavamo la scuola. Una faceva la maestra, gli altri facevano gli alunni. La maestra dava ordini, pretendeva silenzio e qualche volta distribuiva punizioni. Naturalmente nessuno la prendeva sul serio per molto tempo.

Con le sedie e le coperte costruivamo capanne. Là dentro avevamo una casa tutta nostra, con regole che decidevamo noi. Se un adulto voleva entrare, doveva chiedere il permesso.

Quando fuori faceva freddo o il tempo ci costringeva a restare dentro, trovavamo altri giochi.

Con carta e matita facevamo «nomi, cose, città». Qualcuno sceglieva una lettera e tutti dovevano scrivere in fretta. A volte comparivano nomi di città che nessuno conosceva, ma chi li aveva scritti sosteneva con sicurezza che esistessero davvero.

Giocavamo all’impiccato, cercando di indovinare una parola prima che il disegno dell’omino fosse completo. Ritagliavamo bamboline di carta e vestitini, piegavamo fogli per fare barchette e aeroplanini, giocavamo con le costruzioni. Con le mani davanti alla luce facevamo ombre sul muro. A volte inventavamo lunghe telefonate, raccontandoci notizie che ci venivano in mente mentre parlavamo.

Se cominciavamo a non sapere più che cosa fare, c’era sempre qualche adulto pronto a proporci un gioco.

Si nascondeva un piccolo oggetto in uno dei pugni, si chiudevano le mani e si domandava:

«Dove sta, qui o qua?»

Oppure si lasciavano cadere sul tavolo degli stuzzicadenti e bisognava raccoglierli uno alla volta senza muovere gli altri. Stavamo immobili a osservare, trattenendo quasi il fiato.

Mamma aveva un gioco che poteva proporci ovunque, soprattutto quando doveva tenerci occupati durante un’attesa.

Era Passa, passa l’anello.

Si sfilava la fede e la nascondeva tra le mani. Noi ci mettevamo davanti a lei con le mani giunte. Mamma passava le proprie mani tra le nostre, fingendo ogni volta di lasciare l’anello. Soltanto uno di noi lo riceveva davvero.

Poi bisognava indovinare chi lo avesse. Ci scrutavamo in faccia, cercando un sorriso o un movimento che tradisse il segreto. Chi aveva la fede si sforzava di restare serio e qualche volta era proprio quello sforzo a farlo scoprire.

Le attese passavano senza che ce ne accorgessimo.

I grandi conoscevano anche le conte, indispensabili quando bisognava decidere a chi toccasse cominciare.

Pinnulu pinnulu,
taggecchino,
iessi fore puricino.
Puricino, cavallo e re,
ora tocca a te!

Non saprei tradurre quelle parole neppure oggi. Le ricordo così, con il loro suono buffo e il dito che passava da un bambino all’altro. Mi divertivano moltissimo. E quando arrivava l’ultima parola, la scelta era fatta. Non c’era niente da discutere.

Per i più piccoli c’erano Gigino e Gigetto.

Un adulto si applicava sulle unghie due minuscoli pezzetti di carta bagnata. Poi muoveva le dita, facendo sparire e ricomparire i due personaggi.

«Vola Gigino, torna Gigetto! Vola Gigetto, torna Gigino!»

Guardavamo quelle mani con grande attenzione, ma il trucco ci sfuggiva sempre. Chiedevamo di ripetere, convinti che la volta successiva avremmo capito. Non capivamo niente e ci divertivamo moltissimo.

Quando qualcuno cominciava a raccontare una storia, però, smettevamo anche di giocare.

Poteva essere una persona anziana, un genitore, una zia. Ci sedevamo vicino e ascoltavamo. Le storie erano quasi sempre le stesse, eppure non ci stancavamo di sentirle. Qualche volta ci insegnavano una preghiera, altre volte una fiaba imparata da bambini.

Io aspettavo soprattutto quella della comare Formicolicchia.

Mi piaceva già il nome. Ascoltavo anche se conoscevo quello che sarebbe successo, e se chi raccontava saltava un pezzo me ne accorgevo subito.

«Non è così!»

Allora il racconto tornava indietro e riprendeva dal punto giusto.

E non finivano certo con l’arrivo dell’estate. Al mare scavavamo fossati nella sabbia, costruivamo castelli, torri e canali per far arrivare l’acqua. Poi veniva un’onda e cancellava tutto. Ci dispiaceva per un momento, ma ricominciavamo subito.

Tornavamo al paese con la sabbia dappertutto. Il tempo di lavarci e già cercavamo gli altri bambini per continuare a giocare in strada.

Soltanto quando arrivava la sera cominciavano i richiami dalle porte e dalle finestre.

«Ancora cinque minuti!»

Ma i cinque minuti erano quasi sempre finiti.

C’era chi tornava a casa con un ginocchio sbucciato, chi spingeva una bicicletta con una ruota sgonfia, chi stringeva un pallone sotto il braccio. Qualcuno aveva ancora dei sassolini in tasca.

Sull’asfalto rimanevano le caselle della staccia e i segni di gesso che il giorno dopo avremmo ritrovato.

Non avevamo bisogno di metterci d’accordo.

Bastava aprire la porta.

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(La foto di copertina e quella al fondo sono tratte dalla pagina Facebook “Lecce di ieri – Città di oggi” di Filippo Montinari)

( 16 – continua )

Category: Cultura

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