ARIA DI LONDRA / IL DOGGY BAG, STEPHEN HAWKING E LA MONARCHIA COME DISPOSITIVO SERIALE: L’INGHILTERRA NEL RACCONTO MEDIATICO ITALIANO

| 26 Gennaio 2026 | 0 Comments

di Fatima Moliardo ______________

Qualche mese fa, guardando la televisione italiana, ho sentito commentare l’uso nei ristoranti inglesi del doggy bag, letteralmente ‘sacchetto per il cagnolino’: l’idea che sia normale chiedere di portare a casa ciò che non si è consumato, una pratica presentata come segno di assenza di spreco e modernità informale.

Abitando in Inghilterra da oltre tre decadi, so per certo che il doggy bag non è un’espressione in uso. È piuttosto un residuo culturale statunitense degli anni Novanta, nato come eufemismo per rendere socialmente accettabile portare via gli avanzi dichiarando, implicitamente o esplicitamente, che fossero destinati al cane.

Oggi questa idea non corrisponde alle pratiche correnti poiché il cibo del ristorante non è più pensato, culturalmente, da destinare al cane. Quando si vuole portare via ciò che non è stato consumato, è sottinteso che sia per sé stessi: si chiede semplicemente un contenitore per asporto, e il gesto non è codificato come segnale di maleducazione o di provincialismo.

Questo esempio del doggy bag indica un modo ricorrente di costruire l’Inghilterra nel racconto mediatico italiano.  

Di fatto questo tipo di contenuti è puntualmente incluso in formati e momenti diversi delle programmazioni, dalle chiusure dei telegiornali ai programmi pomeridiani e rubriche di attualità leggera. L’Inghilterra entra così nel racconto quotidiano come serbatoio di micro-storie, centrate su stili di vita, gesti simbolici, figure pubbliche e dinamiche private. La presenza è continua, prevedibile, facilmente integrabile nel flusso informativo, e costruisce nel tempo una familiarità che prescinde dall’evento specifico raccontato.

Questa ricorrenza non è casuale.

L’Inghilterra viene utilizzata dai media italiani come modello privilegiato di estero leggero, un contesto che consente di introdurre contenuti poco informativi mantenendo un’aura di autorevolezza. La sua funzione non è tanto quella di informare su ciò che accade altrove, quanto di offrire uno sfondo riconoscibile entro cui collocare storie facilmente fruibili, poco conflittuali e immediatamente leggibili. In questo quadro, accuratezza e rigore passano in secondo piano rispetto alla coerenza narrativa: ciò che conta non è che la notizia sia vera, ma che risulti coerente con l’idea condivisa di “come funzionano le cose” in Inghilterra.

Il Regno Unito si presta particolarmente bene a questo uso. Esiste una filiera anglofona ampia che produce contenuti già pronti, rapidamente traducibili e adatti ai formati di infotainment; a ciò si aggiungono risorse narrative difficilmente replicabili, la monarchia come dispositivo seriale permanente, un sistema di celebrity istituzionali, Londra come polo mediatico globale. Questi elementi generano una copertura che tende a riprodursi per convenienza e per inerzia, rendendo l’Inghilterra una fonte stabile di micro-storie pronte all’uso. Più che essere raccontata, l’Inghilterra viene così utilizzata come sfondo di normalità riconoscibile.

Il risultato è una esposizione eccessiva di contenuti inglesi rispetto ad altri Paesi comparabili, una presenza continua e poco problematizzata che normalizza l’idea che ciò che accade in UK sia intrinsecamente più interessante, più moderno o più degno di attenzione.   

Verrebbe da domandarsi se questa rappresentazione non produca un presupposto di fondo: l’idea che ciò che proviene dall’Inghilterra tenda a beneficiare di un credito preventivo, perché implicitamente percepito come qualitativamente superiore.

Questo credito si traduce in ciò che il sociologo francese Pierre Bourdieu definisce capitale simbolico: una forma di valore che non deriva soltanto dalle qualità oggettive di un contenuto, ma dal fatto di essere considerato valido per associazione con un contesto che gode già di autorevolezza. In altre parole, è un valore che si trasferisce in quanto già socialmente accreditato, prima ancora di essere valutato nel merito. È questo capitale che aumenta la probabilità che pratiche, modelli, figure o narrazioni vengano canonizzati, mitizzati o resi eccezionali, anche quando non lo sono, o non lo sono mai stati.

Viene da chiedersi se i Beatles, la principessa Diana, Elton John o Stephen Hawking sarebbero stati percepiti allo stesso modo se non fossero stati inglesi, o in che misura il contesto di provenienza abbia contribuito in modo decisivo a renderli eccezionali.

Di una cosa sono certa: Farrokh Bulsara sarebbe comunque diventato Freddie Mercury, a prescindere dal contesto.

Category: Costume e società, Cultura

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