INDOVINA CHI VIENE A CENA? / LA LINGUA DI MANZONI CI FA UGUALI, MA L’ANALFABETISMO FUNZIONALE E’ UN PERICOLO. I CLASSICI CI FANNO MIGLIORI, MA BISOGNA LEGGERLI PER INTERO

di Emanuela Boccassini ________________
Nella prima puntata di questa rubrica, mi sembra naturale fare un passo indietro.
L’idea del banchetto, nella tradizione greco-romana, non era mai solo legata al cibo. Era uno spazio sociale e simbolico: un luogo in cui si costruivano relazioni, si definivano equilibri, si mettevano in scena ruoli e appartenenze. Il pasto era anche un linguaggio. Attraverso la disposizione, i tempi, la condivisione, si raccontava qualcosa della comunità che lo viveva. Forse è da qui che nasce il mio bisogno di costruire ogni volta una scena diversa: non solo per mangiare insieme, ma per dare una forma al pensiero che quel tema porta con sé.
Tutto, in fondo, è connesso.
Il mio primo ospite, il padrino della mia rubrica è Marcello Aprile, Professore Ordinario di Linguistica Italiana presso l’Università del Salento. È una delle figure più autorevoli nel panorama della linguistica nazionale, ma con radici profondamente legate alla sua terra. Dopo essersi formato in contesti di eccellenza, ha dedicato la sua carriera allo studio dell’evoluzione della nostra lingua. È membro di prestigiose istituzioni, tra cui l’ASLI (Associazione per la Storia della Lingua Italiana) e collabora attivamente con la Società di Linguistica Italiana.

Attendo il commensale sulla mia terrazza al secondo piano, nel cuore del centro storico. Da lì lo sguardo si apre sui palazzetti antichi, uno accanto all’altro, con le facciate che raccontano il trascorrere del tempo. Poco più in là, il campanile del Duomo si alza con discrezione, sempre lì a tenere il ritmo delle giornate, un metronomo di pietra che non accelera mai, indifferente alle parole che cambiano, si deformano, si perdono e si reinventano, materia viva del lavoro di Marcello.
Marcello è un uomo che abita le parole con la cura di chi sa che ognuna di esse ha una storia millenaria. L’ho invitato per parlare di classici: non come polverosi reperti da biblioteca, ma come organismi vivi, capaci, a distanza di secoli, di insegnarci ancora a stare nel mondo. Per chi maneggia l’eterno, ho scelto il ritmo lento di una terrazza che guarda il Duomo, dove la pietra non ha fretta di cambiare.
Sulla terrazza la luce del pomeriggio cade obliqua sul tavolo ancora vuoto. Il vento muove appena le tende e porta con sé un rumore lontano, quotidiano, che non disturba. Stendo con calma la tovaglia di lino bianco Tivoli. Nessun gesto è inutile, solo precisione. Il tessuto si adagia sul tavolo come se fosse sempre stato destinato a quel punto esatto, tra cielo e città. La tavola, mentre prende forma, comincia a parlare.
La tovaglia non è soltanto ordine: è il tempo lento che certi testi pretendono da chi li affronta. Quelli che non si divorano, ma chiedono di essere letti con attenzione.
Il cristallo del vaso cattura la luce naturale e la restituisce in frammenti discreti. Sembra osservare il mondo. Come i libri che attraversano il tempo senza perdere nitidezza e voce.
Le ortensie azzurro polvere costruiscono la base della composizione, stabili e silenziose. Le peonie rosa pastello aggiungono pienezza, mentre le rose cipria chiudono il disegno con una delicatezza che non cerca attenzione, pur ottenendola. Come le voci di una storia: diverse, stratificate, capaci di convivere senza cancellarsi.
I sottopiatti d’argento riflettono il cielo in modo impercettibile, come se trattenessero qualcosa della luce. Delimitano lo spazio con misura. Come fanno i testi che diventano classici: non invadono, ma definiscono un perimetro dentro cui il pensiero può muoversi.
I piatti di Bone China, bianchi e rotondi, con il loro sottile bordo argentato, sembrano appartenere a una misura diversa del tempo. Come certi libri che si aprono e non si esauriscono.
Anche la musica di Debussy, in questo momento sto ascoltando Chiaro di luna, quasi impercettibile, si mescola ai suoni della terrazza senza sovrastarli, come una guida che sa il fatto suo.
Poi arrivano i portacandele sottili. Li poso uno a uno, con un gesto che chiude la preparazione e apre qualcos’altro. La fiamma non è ancora accesa, ma è già presente nell’intenzione. Tutto è proporzione, equilibrio, attesa.
E proprio in quell’istante, il citofono rompe la quiete.
Il mio ospite è arrivato.
Lo accolgo e lo conduco sulla terrazza. Sul tavolo, tra i piatti e i fiori, c’è un piccolo papiro. Seguendo le istruzioni di internet – per dimostrare che antico e moderno possono convivere – ho fatto invecchiare un foglio di carta normale spennellandolo con tèe bruciacchiando leggermente i bordi una volta asciutto. Poi l’ho arrotolato e chiuso con un nastrino di velluto bordeaux. Lo porgo al professore senza dire nulla.
Lo srotola e legge.
«Al dotto ospite, che tra volumi e polverose carte
consuma i giorni nell’illustre e antica arte.
Ti offro un dubbio, insieme al mio banchetto:
val meglio il verso o il sugo nel piattetto?
Manzoni ci perdoni la pretesa antica,
di render dolce anche la sua fatica:
se il lessico oggi arranca e par smarrito,
che almeno si riprenda… con l’appetito!»
Alza lo sguardo. Sorride. Capisce.
Non serve spiegare altro. È un piccolo xenion, un dono usato dagli antichi Romani per i loro ospiti che qui è il segno per aprire la conversazione.
Rientro in terrazza con l’antipasto. Un vassoio di piccole quiche di zucchine. Hanno un aspetto semplice, quasi discreto. Ma è una semplicità solo apparente, costruita con equilibrio, fatta di dettagli che si rivelano poco a poco. Le dispongo al centro del tavolo, lasciando che trovino il loro posto tra l’argento e i fiori. Anche qui, come nella tavola, nulla è casuale.
Ci sono cose che sembrano immediate, accessibili, quasi ovvie. E invece chiedono tempo. Uno sguardo in più.
Si parla spesso di “analfabetismo funzionale” o di un lessico ridotto all’osso. Secondo te, siamo di fronte a una mutazione genetica della lingua o semplicemente i ragazzi stanno perdendo l’abitudine alla “fatica” del testo, preferendo la velocità alla profondità?
L’analfabetismo funzionale è una realtà non solo concreta, ma anche molto più diffusa di quanto spesso si pensi. Prima di tutto, però, bisogna chiarire di cosa si tratta.
Per analfabetismo funzionale si intende quel fenomeno per cui una persona sa leggere e scrivere, cioè riconosce le lettere, legge correttamente le parole, ma in fondo non comprende davvero ciò che legge. E non parliamo di testi particolarmente difficili o specialistici – è normale che chiunque possa leggere un testo di fisica senza capirlo –, ma di testi nella lingua comune, che però non si riescono a interpretare in modo corretto.
L’Italia, in passato, ha conosciuto un enorme problema di analfabetismo reale. Nell’Ottocento, al momento dell’unificazione, la maggior parte della popolazione era analfabeta: probabilmente oltre l’80%. Quel fenomeno fu progressivamente sconfitto grazie alla scuola, alla diffusione della lettura e a tutta una serie di strumenti che permisero a masse sempre più ampie e sempre più giovani di persone di imparare a leggere e scrivere. Quando sembrava che quel problema fosse ormai alle spalle, è comparso, invece, l’analfabetismo funzionale, legato in modo abbastanza evidente ai tempi recenti: allo sviluppo del digitale, ai cambiamenti nelle abitudini di lettura e scrittura, al rapporto diverso con i testi. In realtà oggi non scriviamo meno di un tempo: basta pensare ai messaggi continui su Whatsapp. Anche quella è scrittura. Il problema, quindi, non è quantitativo ma qualitativo. Scriviamo molto, ma leggiamo poco e soprattutto leggiamo peggio.
Va anche detto che la scuola, rispetto al passato, è molto più attenta ai bisogni degli studenti. Sono stati fatti passi avanti enormi: sostegno, piani didattici personalizzati, attenzione ai bisogni educativi speciali. Eppure, proprio mentre tutto questo cresceva, è cresciuto anche l’analfabetismo funzionale.
Lo lascio parlare, catturata dal ritmo della sua spiegazione; intanto, quasi in un gesto automatico per non interrompere la magia di quel racconto, rabbocco i calici, attenta a non perdere nemmeno una sillaba.
Il problema è serio e non si risolve con il semplice moralismo di “una volta le cose andavano bene”, “una volta si leggevano più classici e adesso non si leggono più”. È vero: oggi la lettura è molto meno praticata rispetto al passato e questo sta producendo conseguenze amare. Devo ammettere – sto riflettendo sulla faccenda anche mentre ti rispondo – la povertà lessicale delle nuove generazioni nasce in gran parte da qui: si scrive continuamente sui cellulari, ma si legge pochissimo. Inoltre, la lettura digitale, con strumenti come il tablet, non ha sostituito davvero il libro cartaceo. D’altra parte, in Italia – in modo scriteriato e completamente folle – si è arrivati a situazioni paradossali: il Ministero ha premiato scuole che eliminavano i libri cartacei in favore di materiali digitali spesso assemblati dagli stessi docenti, magari copiati e incollati da Internet senza un vero progetto didattico. È accaduto davvero: ci sono stati dirigenti scolastici premiati per aver tolto il libro cartaceo dalle classi. Una scelta, francamente, inquietante.
Nel frattempo altri Paesi stanno tornando indietro. La Svezia, proprio nelle ultime settimane, ha reintrodotto carta e penna nelle scuole, riconoscendo il valore dell’esercizio manuale della scrittura. La Francia, invece, sta reintroducendo maggiore severità nel sistema scolastico, prevedendo un aumento significativo delle bocciature (da zero i respinti aumenteranno fino al 25% della popolazione studentesca) per ristabilire criteri più rigorosi di selezione.
E in tutto questo, la lettura resta il vero antidoto all’analfabetismo funzionale. Ma leggere richiede fatica, lentezza, allenamento. E soprattutto richiede tempo.
Oggi gli insegnanti non possono più delegare completamente la lettura al lavoro domestico, perché a casa gli studenti vivono immersi nelle distrazioni: cellulari, social network, notifiche continue. Per questo una parte sempre più consistente del lavoro deve essere fatta in classe. Io stesso, perfino all’università, svolgo moltissimo lavoro durante le lezioni: esercizi, letture, attività guidate. Consiglio sempre agli studenti di frequentare, perché se lavorano bene in aula arrivano all’esame quasi preparati. Non esistono scorciatoie: la lettura – soprattutto quella dei classici – è lenta, faticosa, impegnativa. Però non ha alternative. D’altra parte, funziona come l’allenamento fisico: se si vogliono risultati veri – la pancia piatta, i muscoli allenati – bisogna fare fatica, sudare, avere costanza. Non esistono miracoli. Lo stesso vale per la mente: leggere richiede impegno, ma è proprio quello sforzo che costruisce comprensione, pensiero e capacità critica.
È vero: oggi scriviamo continuamente, ma spesso in forme rapide, frammentarie, istintive. Leggere un libro – e soprattutto un classico – obbliga invece a rallentare, interpretare, collegare idee, tollerare la complessità. È una palestra mentale. E la metafora di Marcello sul corpo allenato funziona: la comprensione profonda richiede esercizio, non consumo veloce. Tuttavia non sono certa che una scuola più rigorosa coincida automaticamente con una scuola migliore. Il ragionamento del mio ospite è davvero solido: senza lessico ricco, senza lettura lenta, senza capacità di stare dentro testi complessi, una società diventa più fragile, più manipolabile, più superficiale. E questa non è una fissazione da professori nostalgici: è un problema culturale e democratico enorme.
Mentre faccio queste riflessioni porto il primo. I cannelloni con funghi e besciamella arrivano in tavola ancora caldi, compatti. Non sono un piatto da consumare in fretta: chiedono, attenzione, disponibilità a fermarsi davvero. Del resto, non tutto ciò che ha valore si lascia capire subito.
Succede anche con certi libri. Bisogna entrarci dentro, lasciarsi accompagnare. E, mentre si procede, si ha quasi la sensazione che qualcuno stia camminando accanto a noi – un maestro, forse, o semplicemente una voce capace di guidarci un po’ più lontano. Perché questo accada, però, serve qualcosa che oggi sembra sempre più raro: il tempo.
Semplificare un classico per renderlo “accessibile” non è un po’ come servire un piatto gourmet frullato? Non rischiamo di togliere agli studenti proprio quegli strumenti critici che servono per decifrare la complessità del mondo reale?
Sulla prima risposta mi sono preso molto spazio e molto tempo; spero di essere più breve sulla seconda e sulla terza. Il tema della semplificazione dei classici ha, secondo me, due aspetti distinti.
Il primo è un aspetto cronologico. Esistono classici molto lontani nel tempo – pensiamo, per esempio, al Decameron di Boccaccio – che presentano non soltanto un lessico diverso, ma anche una sintassi più complessa, legata a una lingua che, pur essendo italiana, è in parte distante da quella contemporanea. In questi casi può essere comprensibile, entro certi limiti, una riscrittura o un accompagnamento che renda il testo più accessibile.
Diverso è invece il discorso per i classici più recenti. Che si tenti di semplificare l’Orlando furioso – che pure risale al 1532 – è già discutibile. Ma quando si arriva a semplificare I promessi sposi, o a ricondurre la prosa d’arte alla struttura del romanzo di consumo contemporaneo, allora il problema cambia completamente. Perché il punto non è chiarire qualche passo difficile. Il punto è che si finisce per ridurre una scrittura costruita con finalità artistiche a una struttura narrativa tipica del romanzo di consumo: il giallo, il noir, il rosa, cioè forme narrative prevedibili, lineari, scandite secondo schemi fissi.
E questo, francamente, lo trovo agghiacciante.
Come dargli torto! Sono rapita dalla sua dialettica, riesce a rendere “popolare” l’alta cultura senza svenderla.
È come prendere la Quinta Sinfonia di Beethoven e trasformarla in una canzone. La canzone ha una sua struttura precisa e perfettamente legittima: strofa, ritornello, sviluppo, conclusione. È una forma prevedibile, costruita così da secoli, da Napoli settecentesca in poi. Ma una sinfonia nasce per un altro scopo, con un’altra architettura, un altro respiro. Se si prova a piegare una sinfonia dentro la struttura della canzone, il risultato è qualcosa che impoverisce entrambe.
Lo stesso vale per I promessi sposi, per Verga, per Pirandello. Non sono opere nate per essere “romanzi di consumo”. Ridurle alla sola trama, eliminando tutto ciò che eccede il semplice racconto – lo stile, le riflessioni, la complessità linguistica, le digressioni, la costruzione artistica – significa snaturarle completamente.
E non credo che questo serva né ai ragazzi né ai classici stessi. Non aiuta davvero a migliorare il lessico, né a sviluppare strumenti interpretativi più raffinati. E soprattutto non è così che si rende popolare un classico. La popolarità dei classici non nasce dalla loro semplificazione estrema, ma dalla capacità di accompagnare i lettori dentro la loro complessità, senza distruggerla.
Marcello tocca un punto molto importante: un classico non è solo “la storia che racconta”, ma il modo in cui la racconta. E questa è una cosa che oggi si dimentica spesso. Le semplificazioni trasformano opere complesse in prodotti narrativi piatti e velocissimi da consumare. Se togli a Manzoni la lingua, le riflessioni, il ritmo, l’ironia, le pause, le descrizioni, alla fine resta solo “Renzo deve sposare Lucia”, cioè lo scheletro della trama. Ma la letteratura non è Wikipedia con più pagine. Trovo molto efficace il paragone con la musica: una sinfonia e una canzone non sono “meglio” o “peggio” l’una dell’altra, semplicemente nascono per funzioni diverse. Allo stesso modo, un romanzo d’arte e un romanzo di consumo non lavorano con gli stessi strumenti né cercano gli stessi effetti.
Porto in tavola il secondo. L’arrosto di vitello, con il suo profumo pieno e familiare. Accanto, il purè di patate, morbido, essenziale.
Lo servo con un gesto abituale. Ci sono cose che non hanno bisogno di effetti. Esistono. Hanno a che fare con la memoria, con ciò che si è imparato, anche senza accorgersene, con quello che continua a dare forma anche quando non lo nominiamo più. Con alcuni libri è lo stesso. Non sempre li ricordiamo nei dettagli. Eppure qualcosa di loro, del loro insegnamento resta radicato in noi. Ci forma, ci prepara, anche se non sempre ce ne accorgiamo subito. Forse è qui che si misura davvero ciò che chiamiamo “classico”.
È il momento del sorbetto. Una pausa. Non solo tra una portata e l’altra, ma dentro la cena stessa. I bicchieri si appannano appena, mostrando la freschezza ancora prima di assaggiarla. Rimaniamo in silenzio. Ma non è imbarazzante. Ha una funzione precisa. È spazio che serve a lasciare sedimentare ciò che è stato detto, a farlo proprio senza doverlo trattenere con le parole. Anche nella conversazione esistono intervalli necessari, in cui il pensiero smette di rincorrere e comincia a fermarsi.
Manzoni ha diffuso la lingua italiana moderna. Rinunciare alla sua architettura sintattica nelle scuole significa solo risparmiare tempo o significa condannare i ragazzi a una scrittura piatta, priva di quelle sfumature che permettono di esprimere pensieri articolati?
Alessandro Manzoni è, senza dubbio, il più grande intellettuale dell’Ottocento italiano. E, da storico della lingua italiana – quindi da un punto di vista specifico, che non può non tener conto del valore letterario ma che si concentra soprattutto sull’aspetto linguistico – è evidente che il suo ruolo è fondamentale.
Manzoni ha letteralmente contribuito a creare la lingua italiana moderna, quella che oggi tutti parliamo e utilizziamo nella comunicazione quotidiana. La lingua italiana contemporanea, infatti, in larga parte prende forma proprio attraverso I promessi sposi. In questo senso, il romanzo non è solo un’opera letteraria, ma anche un testo fondativo della nostra identità linguistica.
Se oggi leggiamo un articolo di giornale, un avviso ferroviario o un messaggio di servizio pubblico, è anche perché esiste una base linguistica che Manzoni ha contribuito a consolidare. Senza di lui, con ogni probabilità, la lingua della comunicazione quotidiana sarebbe stata diversa.
Detto questo, è importante anche respingere alcune semplificazioni superficiali, secondo cui Manzoni sarebbe stato un autore “poco coraggioso” o “riducibile a un’idea scolastica semplificata”. Al contrario, si trattava di un intellettuale complesso e rigoroso, tutt’altro che un “pretino” come qualcuno irresponsabilmente, demagogicamente, populisticamente, vorrebbe far credere. Manzoni fu profondamente cattolico, ma anche autonomo nelle sue scelte culturali e civili. Emblematico, in questo senso, è il suo rapporto con le istituzioni ecclesiastiche: non rinnegò mai le sue convinzioni, ma nemmeno si piegò a pressioni esterne. Infatti, quando nacque il Regno d’Italia la chiesa protestò in modo veemente anche per via del fatto che lo Stato italiano – del tutto logicamente – aveva deciso che la sua capitale sarebbe stata Roma (non era ancora successo questo, ma andò così). E Alessandro Manzoni, piuttosto che ripudiare il Regno d’Italia preferì mantenere la propria coerenza intellettuale e morale e morì scomunicato.
Detto ciò, il punto centrale non è tanto difendere Manzoni dai suoi detrattori attuali, i quali naturalmente si fermano ai titoli di giornale senza leggere tutto il resto, quanto constatare che I promessi sposi vengono oggi letti troppo poco. Il problema non è teorico: è pratico. Il romanzo è spesso presente nei programmi scolastici solo formalmente. Molti studenti lo conoscono per sommi capi, attraverso riassunti o spiegazioni frammentarie, ma non lo leggono davvero nella sua interezza.
In passato la scuola non si poneva nemmeno il problema se affrontare o meno I promessi sposi: l’insegnante sapeva che al secondo anno il romanzo andava fatto e, ogni settimana, proponeva un capitolo ai propri allievi. Gli studenti, naturalmente, non erano entusiasti – come non lo erano per la matematica, la grammatica o il latino. E del resto non lo eravamo neanche noi.
È evidente: se ti chiedono se preferisci giocare a pallone o fare latino, la risposta è ovvia ancora oggi. Però, gli insegnanti non si scomponevano e portavano avanti il lavoro con continuità.
Oggi, invece, con un atteggiamento più “attento” o, a volte, eccessivamente prudente – “casomai si traumatizzano”, “meglio non forzare” e così via – la situazione è cambiata.
Secondo me, nella pratica, I promessi sposi vengono affrontati al secondo anno del liceo solo sulla carta o poco più. Una buona parte degli studenti, anche tra quelli che seguo io a Lettere, non li ha mai letti davvero. Ne conoscono il contenuto generale, certo, anche perché altrimenti non supererebbero l’esame – su Manzoni non si può non sapere nulla – ma parlare di una lettura approfondita e completa è ormai, nella maggior parte dei casi, un’eccezione.
Il dibattito sullo spostamento del romanzo al quarto anno, quindi, appare secondario. Il fatto che il ministro e Valditara voglia spostarne lo studio dal secondo al quarto anno, mi lascia sostanzialmente indifferente. Il punto non cambia se non si affronta il vero problema: la qualità della lettura. Temo, invece, che spostare I promessi sposi più avanti e ridurli a una sorta di macchietta o a un riassunto generato dall’intelligenza artificiale possa rappresentare, di fatto, l’anticamera della loro progressiva eliminazione dalla scuola italiana.
Io non voglio fare un discorso moralistico, però francamente tra il far leggere una prosa impegnata – una prosa civile, complessa, strutturata – e il sostituirla con testi semplificati, si perde qualcosa di fondamentale. Si tratta di una scrittura articolata, con periodi che possono arrivare anche a cinquanta parole, non a cinque come siamo ormai abituati a vedere, scrivere e leggere.
Leggere testi complessi, con periodi lunghi e articolati, è un esercizio fondamentale. Se questo viene meno, si indebolisce anche la capacità di comprendere strutture linguistiche e concettuali complesse.
Eppure credo che valga ancora la pena leggere i classici così come sono stati concepiti, senza ridurli o semplificarli eccessivamente, nel rispetto dell’impianto con cui sono stati pensati dai loro autori e, per così dire, dai “saggi legislatori” del canone scolastico.
Per questo motivo, I promessi sposi possono tranquillamente restare dove sono sempre stati collocati. Il punto non è spostarli, ma leggerli davvero. Perché cominci a eliminare I Promessi sposi cominci a fare i riassunti con l’intelligenza artificiale della Divina Commedia cominci a non sapere se Boccaccio del quindicesimo secolo del quattordicesimo del tredicesimo o del ventesimo e poi il rischio è quello che oggi si denuncia sempre più spesso: un progressivo aumento dell’analfabetismo funzionale.
Condivido le riflessioni di Marcello. L’idea di spostare o ridurre la presenza de I promessi sposi nel percorso scolastico non è una questione neutra o organizzativa, ma rischia di avere conseguenze più profonde di quanto possa sembrare. Il pericolo è che questo tipo di operazione diventi il primo passo verso un progressivo indebolimento del rapporto con i classici, fino a una loro marginalizzazione o a una loro trasformazione in versioni semplificate e impoverite. E con essa si perderebbe qualcosa di essenziale: non solo un patrimonio letterario, ma anche un modello di lingua e di struttura del pensiero. I classici non servono soltanto a conoscere la nostra tradizione culturale, ma anche a esercitare la mente su forme linguistiche e sintattiche complesse, molto lontane dalla comunicazione rapida e ridotta a cui oggi siamo sempre più abituati. Il rischio più grande non è solo quello di “perdere Manzoni”, ma di perdere gradualmente l’abitudine alla complessità, sostituita da forme sempre più brevi, semplificate e standardizzate di comunicazione.
Dulcis in fundo.
Il tiramisù arriva in tavola con il suo sapore deciso. Mentre lo servo, la conversazione si distende. Ciò che chiamiamo “classico” non riguarda soltanto i libri. È qualcosa che resiste nel tempo: un equilibrio, una forma, un modo di guardare il mondo. Vale per certi gesti, per certe abitudini, ma anche per quei testi che continuiamo a leggere e interrogare.
Dentro I Promessi sposi, per esempio, si muovono dinamiche che ci appartengono ancora: la costruzione della verità, la paura collettiva, il bisogno di trovare colpevoli, il rapporto con il potere. Cambiano i contesti, cambiano i nomi, ma l’essere umano resta sorprendentemente simile.
Per questo il problema non è stabilire se un classico sia ancora “attuale”. Il punto è capire se siamo ancora capaci di accompagnarlo, di renderlo vivo, di entrarci dentro davvero. E forse, più che chiederci cosa togliere, dovremmo tornare a domandarci come restituire senso e profondità alla lettura.
Lasciare andare un interlocutore acuto, appassionato e piacevole come Marcello non è semplice. Spero davvero di poterlo invitare nuovamente, per continuare a riflettere insieme e condividere conversazioni belle e stimolanti come quella di questa sera.
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( 1 – continua )
Category: Costume e società, Cultura































Bellissimo, davvero profondo e interessante
Condivido del tutto questa analisi sul valore formativo dei testi classici: strutturano il pensiero e quindi nutrono l’intelligenza, ma anche la fantasia, l’immaginazione, fornendo l’equipaggiamento per affontare le diverse dimensioni dell’esistenza, dal lavoro alla fruizione del bello, ai rapporti interpersonali. Manzoni, poi, aveva un senso dell’ironia eccezionale. I classici dovrebbero essere obbligatori come l’alfabeto per non temere l’avverarsi di scenari distopici come quelli profetizzati dal film “Idiocracy” sull’involuzione dell’uomo tornato al livello dei primati.
Sono d’accordo con quanto è stato esposto..Purtroppo si nota in generale un impoverimento lessicale ed uno scadimento concettuale nei temi degli alunni ed anche nelle tesine presentate dagli studenti all’ università.E’ tempo di invertire la rotta ed insistere su uno studio più approfondito dei classici..in fondo una conoscenza approfondita dei classici giova non solo per chi studia italiano,ma anche per tutti coloro che studiano materie letterarie e linguistiche e perché no per tutti gli sparti del sapere..
Il.problema inizia già alle scuole elementari , dove non si studia più la grammatica e la sintassi come si dovrebbe, con ricadute notevoli nella scuola media ed infine si licei..Per non.parlare dei tecnici, dove l’ insegnamento della lingua italiana e delle lingue straniere lascia alquanto a desiderare