INDOVINA CHI VIENE A CENA? / “Ognuno di noi ha diritto all’emancipazione, alla libertà e al benessere. Questa è la vera rivoluzione”

di Emanuela Boccassini _________________
Questa sera la terrazza cambia volto. Tovagliette americane e tovaglioli dello stesso colore, come una base comune che tiene insieme lo spazio. Sopra, piatti dalle tonalità diverse, ognuno a rappresentare una sfumatura emotiva differente, come se ogni posto a tavola raccontasse un modo diverso di sentire e di stare in relazione con gli altri. Il colore dei bicchieri di vetro corrisponde a quello dei piatti corrispondenti. Anche le posate hanno il manico in resina coordinato, un modo per riconoscere, come le anime simili che si riconoscono tra tante. Al centro della tavola, un insieme di pietre lisce e naturali, tra le quali si intrecciano piccoli elementi vegetali delicati, come la Mimosa pudica, che aggiungono una dimensione viva e sensibile alla composizione, quasi a suggerire un equilibrio tra ciò che è stabile e ciò che è sensibile, tra ciò che resta e ciò che reagisce, con le sue foglie che si ripiegano al minimo tocco o al calare della luce.
Lungo il muretto della terrazza, a distanza regolare, piccole candele che profumano leggermente di lavanda, odore che calma il respiro prima ancora di iniziare a parlare. Esse disegnano una luce morbida e continua, che vuole accompagnare la cena, con discrezione. Le candele non servono a fare scena, non vogliono creare un effetto da rivista romantica, ma rimangono una accanto all’altra, con una luce soffusa e costante. È già sera e quella luce non illumina tutto, abbraccia. Rende i contorni più morbidi, quasi come se invitasse a parlare piano.
In sottofondo una musica contemporanea, che pochi conoscono, gli StrayKids, un gruppo coreano che, contrariamente a quanto spesso si dice delle nuove generazioni, restituisce invece l’immagine di un linguaggio emotivo diretto e senza vergogna. Nei loro testi, le emozioni non vengono nascoste ma nominate, attraversate, condivise. È proprio questa capacità di dare voce al sentire, anche quando è complesso o contraddittorio, a renderla una colonna sonora coerente con la serata.
Stasera, in modo particolare, non si tratta solo di mangiare insieme, ma di provare a dare un nome a qualcosa che spesso sentiamo senza saperlo pronunciare. Perché se è vero, come dicevamo la settimana scorsa con il professore Aprile, che il nostro lessico si sta impoverendo, il rischio più grande non è scrivere male un tema, ma non avere più le parole per definire ciò che proviamo.
In questo clima di luci basse e parole che sembrano chiedere attenzione, arriva la mia ospite.
La mia ospite di questa sera è Michela Maffei, psicologa clinica. È nata a Salerno nel 1971, vive e lavora a Lecce. Ha conseguito la laurea Magistrale in Psicologia dell’intervento nei contesti relazionali e sociali presso l’Università del Salento con la votazione di 110/110 e lode. Ha proseguito la formazione presso Afips – Associazione per la formazione e l’intervento psicosociale di Lecce – occupandosi dello Sportello d’Ascolto psicologico all’Istituto “A. De Pace” di Lecce rivolto a studenti, docenti e famiglie. Ha anche una laurea in Scienze Politiche presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli ed è giornalista.

Non un ingresso formale, ma quasi naturale: come se fosse sempre stata qui, a sedere a questa tavola. È proprio questo il senso della serata: sentirsi abbastanza a proprio agio da poter dire anche ciò che di solito si trattiene. Perché spesso, anche con le persone che amiamo, facciamo fatica a mostrarci per quello che siamo davvero. Come se mettere a nudo le emozioni fosse una forma di debolezza, più che di verità. Eppure, mai come oggi, i sentimenti sembrano diventati qualcosa da controllare, da filtrare, quasi da nascondere. Ci si espone continuamente, ma raramente ci si racconta davvero. Probabilmente è questa la contraddizione più grande del nostro tempo: essere sempre visibili, ma non sempre riconoscibili. E allora mi chiedo se questo vale anche per i più giovani, che spesso sembrano distratti, immersi in stimoli continui, in immagini, in giudizi veloci. E che a volte, per questa ragione, fanno più fatica a fermarsi, a riflettere su ciò che sentono, su ciò che fanno e dicono.
Dopo le prime chiacchiere, arrivano in tavola dei cornetti salati, dorati, invitanti. Dentro, un ripieno semplice: prosciutto crudo e stracchino. Due elementi diversi che si incontrano in modo naturale. Uno dal sapore più deciso, l’altro più delicato. E all’inizio sembra basti questo: stare insieme, funzionare, piacere subito. Poi però, come spesso accade, il primo morso non dice tutto.
Forse è così anche nella vita di tutti i giorni, vediamo ciò che ci colpisce, ciò che ci affascina, ma non sempre ciò che resta.
E mentre si rompe il ghiaccio, tra un assaggio e l’altro, la conversazione si fa più aperta.
Non c’è ancora una direzione precisa, ma l’aria inizia a farsi più attenta.
Ed è proprio in questo momento, quando tutto sembra semplice e leggero, che vale la pena iniziare a guardare un po’ più da vicino ciò che spesso diamo per scontato: il modo in cui impariamo a stare con gli altri, fin da subito, fin da piccoli.
Quando parliamo di educazione sentimentale, non parliamo solo di relazioni di coppia, ma del modo in cui impariamo fin da piccoli a stare con gli altri: a riconoscere le emozioni, a rispettarle e a gestirle. Secondo te, oggi questo tipo di educazione esiste davvero, oppure lo stiamo ancora imparando da soli, spesso nel modo sbagliato?
“La prima “educazione sentimentale” viene impartita dal padre e dalla madre. In particolare la diade madre-bambino è la relazione primaria costituente l’apprendistato emozionale. Lo psicoanalista Peter Fonagy parla di ‘funzione riflessiva’ che viene svolta dalla madre vs il bambino: in una relazione sana la madre riconosce il bambino come un Soggetto con i suoi stati mentali, emozioni, desideri. Li digerisce e glieli rimanda in una modalità che il bambino può sostenere. È in questo modo che il figlio impara a riconoscere e a regolare le sue emozioni.
Ad esempio se un bambino cade e la madre inizia a piangere, anticipa la reazione del figlio al quale trasmette ansia incontrollata, invece di calma e sicurezza, causandone il pianto. Dunque la capacità di riconoscere, regolare ed esprimere le proprie emozioni si sviluppa nella relazione primaria. L’ambiente sociale e la cultura contribuiscono sinergicamente al potenziamento di questa capacità che è essenziale per uno sviluppo tipico. Le cronache registrano spesso l’assenza del polso emozionale nei giovani che per primi denunciano apatia e noia al confine con la depressione e con l’alessitimia ossia l’analfabetismo emotivo. Oppure i media evidenziano episodi di violenza in cui al contrario esplode la distruttività.
Sergio Martella, psicoterapeuta di Lecce, a proposito della ‘devianza’ giovanile (si pensi al recente episodio in cui uno studente tredicenne di Bergamo ha cercato di uccidere l’insegnante di francese) rintraccia una molteplicità di cause che descrivono il livello di involuzione della nostra società, dal controllo elettronico fin dall’asilo, ai videogiochi psicogeni.
Infine l’assenza di una grammatica affettiva esprime oltre a relazioni affettive disfunzionali in ambito familiare, anche la povertà culturale artatamente voluta da un sistema culturale in declino che mortifica le coscienze e la consapevolezza. Lev Semënovič Vygotskij, psicoanalista russo definito dai contemporanei il “Mozart della psicologia”, fece una scoperta fondamentale: il linguaggio si sviluppa solo nelle relazioni e diventa pensiero. Quindi la parola costruisce il pensiero e non viceversa. Nella deriva culturale attuale in cui i bambini leggono al massimo il “diario della schiappa” che non può essere un eroe con cui identificarsi e un bacino di parole da cui attingere, si comprende perché crescano giovani apatici incapaci di riconoscere ed esprimere le loro emozioni”.
È un quadro complesso quello che ci presenta Michela: da un lato la biologia dell’amore (la diade), dall’altro un sistema culturale che sembra voler inaridire il pensiero togliendo le parole ai ragazzi. Siamo figli delle parole che ci sono state donate: se la famiglia è il primo alfabeto e la cultura il vocabolario, l’analfabetismo emotivo di oggi è il grido di una generazione a cui abbiamo tolto il diritto di narrare se stessa.
Arriva il primo pennette con pesto di pistacchi e speck. Esso gioca sui contrasti: la dolcezza del pistacchio, il sapore deciso dello speck. Due elementi che, da soli, direbbero cose diverse, ma che insieme cercano un equilibrio. E qui comincia la parte più vera: quando smettiamo di immaginare l’altro come lo vorremmo e iniziamo a fare i conti con ciò che è.
A volte funziona, a volte meno. Ma è lì che una relazione prende forma.
Michela, quando ci relazioniamo con qualcuno, quanto di noi arriva davvero così com’è e quanto invece è già un po’ filtrato, costruito prima ancora dell’incontro?
“Tu mi stai chiedendo se siamo autentici o indossiamo delle maschere, uno nessuno e centomila. Entrambi i comportamenti. La letteratura, la filosofia, il teatro – terapeutico e non – si occupano da sempre di questa domanda: chi siamo? E ammesso che sappiamo chi siamo, il nostro essere è pienamente compreso dagli Altri? Lacan indica come Altro la parola, l’inconscio strutturato come un linguaggio. Quindi anche la psicologia si pone questa domanda e soprattutto nella clinica, ossia nell’incontro con il disagio, la sofferenza, la psicopatologia.
La psicologia del ciclo di vita studia il processo attraverso il quale il bambino diventa uomo attraverso le relazioni primarie ovvero il rapporto affettivo con la madre e con il padre. La qualità della relazione affettiva primaria – se improntata al possesso e al legame oppure al rispetto dell’originalità e della differenza della nuova vita che si sviluppa – predice il tipo di uomo e di donna che diventiamo. In questo senso i genitori sono il destino di un uomo e i modelli delle sue relazioni future, nel bene e nel male, più o meno nevrotiche.
Con queste premesse si può rispondere alla domanda: per essere noi stessi dobbiamo capire chi siamo e qual è la nostra identità. Nelle relazioni, paradossalmente, anche se stiamo erigendo delle difese e costruiamo una maschera, siamo sempre noi stessi, perché agiamo secondo le nostre premesse affettive. L’ Altro può non capire subito la nostra personalità, ma gli scambi avvengono a livello inconscio, per cui nessuna comunicazione, in questo senso, può sottrarsi all’autenticità e l’essenza dell’essere rimane intatta“.
Forse il punto non è scegliere tra autenticità e maschera, ma comprendere quanto anche le nostre difese raccontino chi siamo davvero. Pirandello probabilmente sorriderebbe: dietro ogni maschera continua comunque a pulsare, ostinata, la verità dell’essere.
Per secondo arriva un polpettone. Un piatto in tema con la serata: non mostra subito il suo condimento, ma nasconde molto più di quanto sembri. Ingredienti diversi, consistenze diverse, che da soli non basterebbero. Come il polpettone tiene insieme ingredienti diversi grazie al formaggio fuso, così le relazioni hanno bisogno di un “legante” che spesso è proprio la capacità di mostrarsi fragili. L’amore smette di essere qualcosa di spontaneo e diventa qualcosa che si costruisce, pezzo dopo pezzo. Anche quando non è perfetto. Del resto, un “sentimento frullato” (ovvero semplificato, senza sfumature) toglie sapore alla vita stessa.
Perché oggi facciamo così fatica a mostrarci vulnerabili anche nelle relazioni in cui dovremmo sentirci più al sicuro?
“Con le premesse fatte, si può comprendere che scegliamo di costruire relazioni basate su sentimenti di fiducia e sicurezza e valori di rispetto e di dignità quando i nostri genitori ci hanno cresciuto con questi criteri. Un individuo riconosciuto come Soggetto, proprietario del proprio ruolo sessuale ed interprete della propria vita, ha fiducia in se stesso e si permette di avere fiducia negli Altri che sceglierà in maniera inconscia, ma secondo modelli introiettati, senza incorrere in rischi e pericoli. Viceversa la violenza subita in casa in varie forme – da quella fisica alle umiliazioni, manipolazioni, disconoscimento, abuso psicologico – diventa la causa di comportamenti aggressivi e distruttivi. Si pensi alle donne che scelgono uomini che le picchiano e purtroppo espongono anche i figli a questa violenza: esse sono costrette dalla coazione a ripetere gli stessi maltrattamenti che hanno subito in famiglia dai genitori.
Questo smantella la narrazione imperante sul femminicidio: la violenza non ha genere, non è diretta contro le donne. Inoltre i dati statistici smentiscono questo falso mito creato a fini di controllo sociale: percentuali di donne uccise 0,075 per cento su 100mila abitanti e 0,15 per cento su 100mila donne.
Una riflessione ricca e articolata che parte da temi psicologici importanti come il ruolo delle esperienze primarie nella costruzione dei legami. Un argomento complesso, che nella letteratura psicologica è interpretato anche secondo prospettive diverse.
Arriva il sorbetto, essenziale, pulito, quasi neutro. Un momento che sembra semplice, ma che in realtà ha qualcosa di necessario: interrompe il flusso, rinfresca, riporta chiarezza. Perché quando si parla di sentimenti non si dovrebbe mai essere “anestetizzati”, ma presenti, lucidi.
E forse è proprio questo piccolo spazio tra una parola e l’altra che diventa importante: dopo ciò che Michela ha detto, vale la pena lasciare sedimentare, senza affrettare subito un nuovo livello di discorso. Non per cambiare tema, ma per permettere a ciò che è stato detto di restare.
Oggi i più giovani sembrano molto esposti a stimoli e immagini, ma spesso sono privi della “grammatica” necessaria per tradurre quegli stimoli. Se il lessico dei sentimenti si riduce a pochi aggettivi piatti, come si fa a distinguere la malinconia dalla noia, o l’attrazione dall’amore? Secondo te, questa povertà di parole ci rende più fragili?
“Purtroppo i giovani sono il bersaglio del programma di controllo che inizia dalla culla: lo stile genitoriale improntato al possesso materno caratteristico dei paesi familistici sud-europei – per cui più che di patriarcato occorre riconoscere che viviamo in un matriarcato – appiattisce i giovani su posizioni regressive e depressive. Si tratta di una involuzione che intacca più livelli: dalla famiglia alla scuola passando per le università, dagli affetti al linguaggio che ne è l’espressione.
Il primato del potere affettivo materno nei paesi del Mediterraneo, inteso come blocco delle istanze di sviluppo dei figli, genera malinconia, distruttività e violenza.
Quando mi hai proposto l’intervista mi hai parlato di educazione sentimentale, ma Flaubert si limitava a registrare dei comportamenti, mentre noi operatori della salute mentale abbiamo la responsabilità di riconoscere, prevenire e curare il disagio. Responsabilità che pesa anche sui cittadini in termini di consapevolezza.
Quindi non di educazione sentimentale abbiamo bisogno, ma di una corretta igiene affettiva, di cultura, consapevolezza e rispetto umano diffusi proprio nelle famiglie a partire dal padre e dalla madre. Per tutti questi motivi ho aperto uno sportello psicologico presso l’Associazione Tesla accessibile a tutti i cittadini fino a maggio: “Ogni individuo ha diritto all’emancipazione, alla libertà e al benessere. Questa è la rivoluzione”.
In questa riflessione, Michela tocca temi profondi e complessi sulla struttura della nostra società. Mi sembra particolarmente prezioso il suo richiamo alla responsabilità: l’idea che non basti “osservare” i sentimenti, ma che occorra una vera e propria igiene affettiva. È un invito potente a riscoprire i ruoli all’interno della famiglia e a promuovere una cultura del rispetto che parta proprio dalla consapevolezza dei genitori. È qui, in questa “rivoluzione” del benessere e della libertà individuale, che risiede la sfida educativa più grande per il nostro territorio.
Mentre il peso di queste parole si deposita tra noi, scivolo un attimo in cucina. Porto in tavola il dolce, panna cotta con marmellata di frutti di bosco, dove la tenerezza incontra una nota più vivace e leggermente acidula, in un equilibrio che ricorda certi sentimenti quando riescono a convivere senza sovrastarsi. Una consistenza morbida, essenziale, con una dolcezza non esagerata. È un dessert bilanciato come dovremmo essere tutti con i nostri sentimenti. E forse è anche questo che, col tempo, si impara a riconoscere nelle relazioni non ciò che colpisce di più, ma ciò che resta saldo, senza dover continuamente dimostrare qualcosa. E a volte, la semplicità è la forma più matura di equilibrio.
Se il linguaggio è il primo nutrimento del pensiero, oggi stiamo offrendo ai nostri ragazzi una dieta fatta di silenzi e schermi. Non possiamo stupirci se la loro fame di essere “visti” e riconosciuti si trasforma in un morso violento, l’unico modo che resta, a chi non ha ricevuto le parole, per tradurre il proprio battito in vita.
Alla fine di questo percorso, resta un’idea semplice ma non banale: l’educazione sentimentale – o meglio, l’igiene sentimentale – non è qualcosa che si insegna una volta per tutte, ma qualcosa che si costruisce nel tempo, attraverso le esperienze, gli errori, le relazioni che viviamo. Imparare a riconoscere ciò che sentiamo, a rispettarlo e a non averne paura è forse una delle forme più concrete di crescita.
E questo riguarda tutti: non solo i giovani, ma chiunque continui a mettersi in relazione con gli altri.
Perché stare con qualcuno non significa solo condividere momenti, ma imparare, ogni volta, a capire meglio anche se stessi. E forse crescere, in fondo, è imparare a non temere ciò che proviamo.
Mentre la brezza della sera spegne l’ultima candela, capisco che l’educazione sentimentale non è un libro da studiare, ma una pratica quotidiana. Nella mia testa risuona la massima di Michela «Ogni individuo ha diritto all’emancipazione, alla libertà e al benessere. Questa è la rivoluzione.» Una rivoluzione gentile, che non si fa nelle piazze ma tra i piatti di una cena condivisa, dove il benessere non è un lusso, ma la base necessaria perché ogni sentimento possa fiorire. Emanciparsi, in fondo, significa avere il coraggio di sedersi a tavola senza maschere, rivendicando il diritto di essere fragili per poter diventare finalmente liberi.
Salutando la mia gradita ospite, mi accorgo che la tavola, ora scompigliata, è più bella di quando era perfetta: perché ci sono i segni di un incontro vero. E forse crescere è proprio questo: accettare che il “disordine” delle emozioni è ciò che ci rende umani. Capisco che educare i sentimenti significa, prima di tutto, restituire dignità alle parole che li abitano.
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( 2 – continua )
Category: Costume e società, Cultura






























