INDOVINA CHI VIENE A CENA? / SENZA PAURA DENTRO LE PROPRIE EMOZIONI, CON GLI OCCHI DEGI ALTRI

| 4 Luglio 2026 | 0 Comments

di Emanuela Boccassini ______________ 

Da sempre gli esseri umani sentono il bisogno di radunarsi nello stesso luogo per ascoltare storie che parlano di loro. Un tempo accadeva nelle piazze, nei templi, negli spazi aperti delle città. Ci si sedeva fianco a fianco per osservare passioni, paure, conflitti, colpe, desideri prendere forma davanti agli occhi di tutti. Non era soltanto intrattenimento. Era un modo per riconoscersi come comunità, per interrogarsi su ciò che spaventava, divideva o faceva sperare.

Nel corso dei secoli sono cambiati i linguaggi, gli spazi, perfino il modo di stare seduti gli uni accanto agli altri. Quelle storie hanno attraversato luoghi sacri e corti nobiliari, strade popolari e sale illuminate, alternando denuncia, satira, evasione, provocazione. A volte hanno consolato, altre disturbato. Ma hanno continuato a offrire alle persone qualcosa di raro: la possibilità di sentirsi meno sole dentro le proprie emozioni.

E forse è proprio per questo che il teatro continua a essere necessario.

Oggi il teatro non è soltanto un luogo di incontro. È uno spazio dove le persone imparano a stare dentro le emozioni senza nasconderle, ad abbattere i muri costruiti per paura di soffrire, a guardare il mondo attraverso gli occhi degli altri. E forse è proprio questa continua immedesimazione a renderlo ancora uno strumento capace di trasformare, almeno un po’, chi lo attraversa.

Per parlare di teatro ho invitato un’ospite straordinaria, che ho avuto il piacere di incontrare anni fa, Alessandra Merico, attrice, autrice e poetessa salentina. Dopo la formazione all’Accademia Internazionale di Teatro di Roma, ha costruito un percorso artistico che attraversa teatro, scrittura e performance, alternando lavori ironici e contemporanei a testi più intensi e introspettivi.

Nel tempo ha collaborato con artisti come Michele Placido, Sebastiano Somma e Valerio Massimo Manfredi, affiancando all’attività di attrice quella di autrice teatrale. Nei suoi spettacoli convivono spesso ironia e riflessione sociale, attenzione al mondo femminile, fragilità emotive e contraddizioni del presente.

Dal monologo La sindrome di Penelope, dedicato al tema della dipendenza affettiva, fino a lavori più recenti come Game Lover, il suo teatro ha attraversato linguaggi e spazi diversi, mantenendo però uno sguardo sempre molto umano sulle relazioni e sulle inquietudini contemporanee.

Per lei ho creato – forse esagerando un po’, ma il teatro concede questo lusso – un’atmosfera volutamente scenica, quasi drammatica. Il tavolo è coperto da una tovaglia di cotone nero fiammato opaco. I piatti color porpora ricordano il sipario teatrale e contrastano con i sottopiatti dorati, ripresi anche nelle posate. I tovaglioli neri sono raccolti da un nastro di raso rosso.

Al centro della tavola ho voluto ricreare una specie di piccolo palcoscenico: un’alzatina in vetro sulla quale ho disposto minuscole maschere della commedia antica e piccoli spartiti musicali sparsi come frammenti di scena. Ai lati, due vasi con anemoni rossi e due candelabri alti con candele affusolate completano l’atmosfera.

Come segnaposto ho realizzato – e per questo devo ringraziare i tutorial di YouTube – un piccolo biglietto teatrale personalizzato con il nome della mia ospite.

Come al solito mi allontano di qualche passo per osservare l’effetto d’insieme.
Ma il suono del citofono interrompe quel momento sospeso.

È arrivata Alessandra.

L’accolgo e la conduco in terrazza, dove ad attenderla c’è la playlist scelta per la serata. Le note dei grandi musical di Broadway – Hamilton, The Phantom of the Opera, Mamma Mia!, Chicago – riempiono lentamente lo spazio, mescolandosi alla luce delle candele e all’atmosfera volutamente teatrale della tavola.

«Benvenuti a teatro. Dove tutto è finto ma niente è falso». La frase di Gigi Proietti attraversa per un istante i miei pensieri. Forse poche parole riescono a raccontare così bene il senso più profondo della sesta forma d’arte.

Mentre ci salutiamo pensando agli anni trascorsi dall’ultima volta che ci siamo incontrate, mi allontano un attimo per portare gli antipasti. Un flan di parmigiano tiepido “nascosto” sotto un velo di prosciutto crudo croccante. Si deve sollevare il sipario edibile per scoprire il cuore del piatto. È perfettamente in tema con la serata.

Ale, si dice spesso che il teatro non sia una scelta, ma una vocazione che ti viene a cercare. Per te, che lo vivi sia sulla carne come attrice sia sulla pagina come autrice, com’è stato questo primo “incontro”? Ti sei sentita scelta o lo hai scelto?

Io e il teatro ci siamo scelti a vicenda: è stato uno dei pochi casi di amore sano e corrisposto.

La mia vocazione era quella di scrivere storie, di raccontare la realtà attraverso i miei occhi o, in altri casi, di esorcizzarla. La mia prima drammaturgia è nata quando avevo nove anni. Volevo parlare dei miei compagni di classe: allora vivevo a Bologna ed ero in una delle prime classi a fare il tempo pieno. Eravamo in dodici, tutti provenienti da regioni e nazioni diverse. Il mio primo copione parlava di incontri e di integrazione.

A 19 anni ho iniziato a formarmi come attrice e come autrice e, negli anni successivi, ho capito che scrivere e recitare erano semplicemente le due facce della stessa medaglia. Io volevo soprattutto portare in scena i miei testi: il corpo era lo strumento attraverso cui dare voce a quello che scrivevo.

Il teatro è sempre stato il mio modo per accettare ciò che ci accade, affrontare la realtà e provare a darle un significato“.

Mi colpisce dele sue parole soprattutto l’idea del teatro come luogo capace di dare forma alla realtà e di trasformarla in qualcosa che possiamo finalmente comprendere. È un pensiero che continua a risuonarmi dentro mentre arriva il primo piatto. Ho preparato i fazzoletti della nonna ripieni di melanzane e caciocavallo. Sono chiusi come sacchetti legati con un filo di erba cipollina sbollentata, adagiati al centro del piatto su uno “specchio” di vellutata di pomodoro fresco e basilico. Mi piace immaginare che custodiscano qualcosa al loro interno, proprio come accade spesso a teatro: emozioni, fragilità, parti di sé che non sempre trovano spazio nella vita quotidiana ma che, una volta entrate in scena, smettono di nascondersi.

Il teatro è l’unico luogo in cui, per essere totalmente se stessi, bisogna prima indossare i panni di un altro. Cosa hai trovato su quel palco, in quel gioco delle parti, che la vita di tutti i giorni non riusciva a darti?

Che per capire meglio se stessi bisogna imparare a stare nei panni degli altri è una lezione che dovrebbero imparare tutti, anche chi non fa teatro.

L’empatia e la compassione nell’accezione originaria che le davano i Greci, cioè la capacità di entrare nel sentire dell’altro, e non nel significato superficiale che oggi spesso associamo alla pietàsono elementi fondamentali per costruire una coscienza civile e personale. Sono ciò che ci permette di vivere in una società e non in un eremo.

Il teatro, in questo, aiuta moltissimo, perché si lavora sul corpo, sul rispetto del proprio spazio e di quello dell’altro. Definisce fisicamente dei confini e insegna la reciprocità.

Le tavole del palcoscenico sono uno spazio sacro e ciò che accade lì dentro restituisce significato al gesto quotidiano.

È questo che ritrovo ogni volta che recito: il senso nelle cose”.

Le sue parole mi riportano al significato più autentico del teatro: un luogo in cui ci si allena a guardare il mondo con gli occhi di qualcun altro. Forse è proprio questo il suo dono più prezioso: ricordarci che ogni storia, anche la più distante dalla nostra, può insegnarci qualcosa su chi siamo. Per secondo servo un filetto di maialino in crosta di erbe e pane profumato, accompagnato da “finte patate”, in realtà un morbido purè di sedano rapa. La carne indossa una vera e propria maschera aromatica, verde e croccante, che ne nasconde il colore, mentre il contorno gioca volutamente con l’inganno della vista.

In fondo il teatro fa qualcosa di molto simile: permette di diventare altro, di indossare parole, gesti e identità che nella vita quotidiana forse non avremmo il coraggio di abitare. Eppure, proprio dentro quella finzione, a volte emerge una verità che fuori dalla scena resterebbe nascosta.

In un’epoca in cui i ragazzi comunicano soprattutto attraverso schermi e immagini veloci, il teatro impone la presenza fisica, il corpo, l’ascolto. In una terra ricca di fermento ma anche di fragilità come il Salento, il teatro può ancora essere uno spazio ‘pericoloso’ di cura e trasformazione per i giovani, o rischia di diventare una nicchia per pochi?

Sicuramente il grande problema degli ultimi anni è che la soglia dell’attenzione si è abbassata notevolmente. Siamo tutti abituati a storie che durano sempre meno, a video brevissimi, a scorrere velocemente se qualcosa non cattura subito il nostro interesse.

Credo però che i social siano la nuova televisione: un nuovo modo di comunicare, e il teatro non può ignorarlo. Io stessa, due anni fa, ho iniziato a creare contenuti proprio per costruire un pubblico che potesse seguirmi anche a teatro. È un lavoro che porto avanti con costanza.

Negli ultimi anni è cambiata anche la forma del teatro: dalle commedie con tanti personaggi si sta passando sempre di più alla stand-up comedy o al monologo di divulgazione, anche perché i costi produttivi e il rischio d’impresa sono molto più contenuti.

Non credo che il teatro ‘in generale’ sia in crisi. Credo sia più in difficoltà il teatro di prosa e che, proprio per questo, bisognerebbe sensibilizzare maggiormente il pubblico giovane, aiutandolo a prendere confidenza con questo modo di raccontare le storie. Il lavoro nelle scuole, da questo punto di vista, è fondamentale.

Il teatro può essere molto educativo ma non è una terapia. È il luogo in cui iniziamo a farci le domande giuste. Per la cura, poi, mi affiderei agli psicologi”.

Le sue riflessioni sui social e sui nuovi tempi del teatro mi fanno pensare che ogni epoca cambi il modo di raccontare le storie, ma non il bisogno di ascoltarle. Forse è proprio questo che il teatro continua a custodire: uno spazio in cui fermarsi abbastanza a lungo da lasciarsi attraversare da una domanda, senza avere l’urgenza di trovare subito una risposta.

Arriva il momento del sorbetto. Fresco, morbido, delicato. Ormai è diventato il piccolo rituale delle mie cene: una pausa necessaria, quasi un cambio di scena, che permette alle parole della serata di sedimentare lentamente.

È forse il momento che amo di più. Quello in cui il silenzio smette di essere un vuoto e diventa presenza. Accompagna gli sguardi, le mezze frasi, quella complicità sottile che fa nascere il desiderio di restare ancora lì, a parlare, molto oltre la fine della cena.

Porto in tavola il dolce con la consapevolezza che la serata stia lentamente arrivando al suo ultimo atto. Ho scelto un dessert che potesse chiudere questa cena in modo scenografico. Vorrei prendermene il merito, ma conosco bene i miei limiti.

Al centro del piatto c’è una sfera lucida di cioccolato fondente che racchiude un semifreddo ai frutti di bosco e pan di Spagna. Davanti ad Alessandra verso lentamente una salsa calda ai lamponi. Il calore scioglie il cioccolato, la superficie si incrina e la sfera cede poco alla volta, lasciando emergere ciò che custodiva all’interno.

È impossibile, guardandola, non pensare al teatro. Alle maschere che cadono, ai ruoli che si sciolgono, a tutto ciò che resta nascosto finché qualcosa non trova il coraggio di venire alla luce.

Mentre questa piccola magia culinaria compie il suo lavoro, ne approfitto per rivolgere alla mia ospite l’ultima domanda.

Il tuo percorso mostra un’evoluzione affascinante: dalle dinamiche intime e letterarie de “La sindrome di Penelope”, passando per “Ti voglio lasciare”, fino alla sperimentazione pop e interattiva di “Game Lover”, che porta il teatro fuori dai suoi spazi tradizionali. In questa transizione, com’è cambiato il tuo modo di cercare il pubblico? Il teatro ha bisogno di scendere in strada per continuare a parlare alla vita vera?

Per me il teatro ha bisogno del maggior numero possibile di spazi, anche di quelli non deputati, dove le persone ci inciampano per caso e poi si innamorano di qualcosa di cui non conoscevano nemmeno l’esistenza.

Ho sempre cercato di sfruttare tutte le possibilità, tutti i luoghi, tutto ciò che poteva avvicinare le persone al mio modo di raccontare le storie e la vita.

I social, in questo, mi stanno aiutando molto, perché offrono una strada che prima era riservata a una ristretta cerchia di prescelti. In mezzo a tanti contenuti inutili esistono anche persone che, semplicemente esercitando il proprio mestiere, riescono a essere viste senza dover aspettare che qualcuno conceda loro un’opportunità.

È una sorta di giornale indipendente, dove è il pubblico a scegliere cosa leggere e cosa ignorare.

E io, che sono Acquario, ho sempre cercato di emanciparmi e di trovare la mia strada senza aspettare che qualcuno bussasse alla mia porta.

Diciamo che la mia Penelope, nel frattempo, si è un po’ svegliata“.

Quanto detto da Alessandra emerge come il teatro non abbia bisogno soltanto di un palcoscenico. Ha bisogno di incontri, di curiosità, di luoghi in cui qualcuno possa imbattersi in una storia quasi per caso e decidere di fermarsi ad ascoltarla. Forse è proprio così che nasce ogni passione: senza essere cercata, ma riconosciuta quando finalmente ci passa accanto.

La serata è ormai arrivata alla fine. Le candele si sono abbassate lentamente insieme alle voci, lasciando sulla terrazza quella quiete leggera che arriva solo dopo le conversazioni capaci di restare addosso.

Prima che Alessandra vada via, rientro per un momento in casa.

Torno con una piccola bottiglia di vetro chiaro, chiusa da un tappo di sughero e legata con un nastro scuro. All’interno il liquore riflette una tonalità blu profonda, quasi teatrale sotto la luce delle candele.

Glielo porgo sorridendo.

Le spiego che basta qualche goccia di limone per cambiarne completamente il colore. Il blu si trasforma lentamente in viola, quasi fucsia. Una piccola trasformazione chimica, ma anche un gioco che mi sembra perfetto per questo incontro. In fondo anche il teatro modifica il nostro sguardo: cambia colori alle emozioni, rivela aspetti inattesi delle persone; cambia la prospettiva con cui osserviamo il mondo e, qualche volta, perfino quella con cui osserviamo noi stessi.

Ripenso sorridendo ai miei ragazzi, alle loro battute quando immaginano Dante intento a fumare qualcosa prima di scrivere la Divina Commedia. Forse ogni forma d’arte nasce proprio da questo: da uno sguardo che devia appena dal sentiero consueto e, così facendo, permette di vedere ciò che prima sfuggiva.

Mentre Alessandra osserva incuriosita il colore che cambia, mi torna in mente una delle cose più belle del teatro: la trasformazione non avviene mai soltanto sul palcoscenico. Avviene, silenziosamente, anche dentro chi guarda.

__________________

( 9 – continua )

Category: Costume e società, Cultura

About the Author ()

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Connect with Facebook

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.