INDOVINA CHI VIENE A CENA? / LE DONNE FRA ‘PERSONALE’ E ‘POLITICO’

di Emanuela Boccassini _____________
Ci sono cose che facciamo senza più domandarci quando siano diventate possibili.
Entriamo in una cabina elettorale, scegliamo chi ci rappresenterà, esprimiamo un’opinione, partecipiamo – almeno in teoria – alla vita della comunità a cui apparteniamo. Ci sembra normale. Quasi naturale. Ma non è sempre stato così.
Basta fare un passo indietro nella storia per accorgersi che quella che oggi ci sembra una condizione naturale ha avuto un percorso lungo e tutt’altro che lineare. Perché la parola cittadino, per molto tempo, non ha compreso tutti. Le donne vivevano nelle città, lavoravano, studiavano – non sempre –, crescevano i figli, contribuivano alla vita economica e sociale delle comunità. Ma quando si trattava di decidere, di rappresentare, di partecipare alla vita politica, quella stessa appartenenza sembrava improvvisamente non bastare più.
È una delle contraddizioni più singolari della nostra storia: essere parte di una società senza avere pienamente il diritto di intervenire nelle sue scelte. Eppure le donne non sono rimaste ai margini ad aspettare che qualcuno aprisse loro la porta. L’hanno spinta da sole.
A volte con gesti pubblici eclatanti, altre attraverso associazioni, scritti, giornali, discussioni, proteste. Donne diverse, in epoche diverse e in luoghi diversi hanno cominciato a mettere in discussione un’idea che per secoli era considerata la normalità, che la politica fosse uno spazio maschile e che la voce delle donne dovesse rimanere confinata alla sfera privata.
Non è stata una conquista improvvisa. Non c’è un giorno preciso in cui le donne abbiano attraversato una soglia e siano diventate cittadine.
È stato un percorso fatto di domande, contraddizioni, passi avanti e passi indietro. Un percorso nel quale, prima ancora di chiedere il voto, molte donne hanno dovuto rivendicare qualcosa di ancora più elementare: il diritto di essere riconosciute come persone capaci di pensare, scegliere e avere un’opinione sulla cosa pubblica.
Perché quando oggi parliamo di cittadinanza femminile tendiamo a ricordare soprattutto il momento in cui è arrivato il diritto di voto. Ma dietro quella conquista c’è una storia molto più lunga: la storia di donne che hanno cominciato a prendere la parola, a confrontarsi, a organizzarsi e a chiedere di essere ascoltate.
Per molto tempo una donna poteva essere madre, moglie, lavoratrice, proprietaria, intellettuale, persino protagonista della vita sociale e culturale del proprio tempo, senza che questo significasse essere riconosciuta come soggetto politico a pieno titolo.
La cittadinanza non è comparsa tutta insieme, già definita e uguale per tutti. È una storia fatta di esclusioni, discussioni, conquiste e ripensamenti. Una storia in cui, a un certo punto, alcune persone hanno cominciato a chiedere qualcosa che sembrava quasi impensabile: perché noi no?
Perché una donna non dovrebbe poter votare? Perché non dovrebbe poter partecipare alla vita politica? Perché la sua opinione dovrebbe avere meno valore di quella di un uomo?
Queste domande oggi appaiono banali e ovvie. Ma proprio per questo rischiamo di dimenticare quanto siano state rivoluzionarie quando qualcuno ha avuto il coraggio di formularle.
E questa storia non riguarda soltanto il diritto di voto. Prima ancora, le donne hanno dovuto conquistare il diritto di studiare, di lavorare, di scegliere il proprio destino, di costruire una propria autonomia economica, di avere una voce e di vedere riconosciuta la propria dignità al di là del ruolo che la società aveva assegnato loro.
Conquiste che oggi rischiano di apparire scontate proprio perché fanno parte della nostra normalità. Ed è forse per questo che vale la pena fermarsi un momento a guardarle da vicino.
Perché mentre guardiamo indietro e ci meravigliamo del coraggio di quelle donne, guardando il presente ci troviamo davanti a una contraddizione che non è facile da ignorare. In una società in cui le donne hanno conquistato possibilità che per secoli erano loro negate, tornano a circolare – soprattutto nell’immaginario dei più giovani – modelli nei quali il successo femminile sembra coincidere nuovamente con la bellezza, il matrimonio, il benessere garantito da un uomo, la possibilità di non dover lavorare o di non dover costruire una propria autonomia.
Non penso che questo significhi che le giovani donne non abbiano ambizioni. Sarebbe ingiusto e, soprattutto, troppo semplice. Ma credo che sia legittimo chiedersi che cosa stia accadendo al valore che attribuiamo all’autonomia, allo studio, al lavoro, alla realizzazione personale.
Dopo tutte quelle battaglie, che cosa scegliamo di fare della libertà che abbiamo ricevuto?
Domanda scomoda, ma necessaria.
Perché conquistare un diritto è una cosa. Sentirlo davvero nostro, riconoscerne il valore e scegliere di esercitarlo è un’altra.
E allora questa sera vorrei provare a fare un viaggio dentro una parola che usiamo continuamente senza fermarci quasi mai a pensarci: cittadinanza.
Vorrei capire quando è nata l’idea moderna del cittadino, chi ne è rimasto fuori e, soprattutto, quando le donne hanno cominciato a reclamare per sé quello spazio pubblico dal quale erano state escluse. Non soltanto per sapere quando hanno ottenuto il diritto di voto.
Per capire qualcosa di più profondo: che cosa significa avere una voce nella società e quanto è difficile, ancora oggi, fare in modo che quella voce venga davvero ascoltata.

Per raccontare questa storia ho scelto Rossella Bufano, giornalista, ricercatrice in Storia del pensiero politico dell’Università Pegaso e studiosa di storia delle istituzioni politiche, che da anni si occupa di cittadinanza, partecipazione politica delle donne e diritti. Vicedirettrice e coordinatrice dell’area ricerca del Centro Studi Osservatorio Donna “Bianca Gelli” dell’Università del Salento, ha dedicato parte dei suoi studi alla lunga e complessa storia delle donne che hanno rivendicato il diritto di essere, a pieno titolo, cittadine. È autrice di Anche noi siamo cittadine. Quali diritti politici per le donne nella Rivoluzione francese? volume che si è classificato primo al premio “Il paese delle donne” 2025.
Come per ogni cena è giunto il momento di apparecchiare la tavola e creare la giusta atmosfera per raccontare storie che non sono tanto lontane nel tempo. Posiziono un runner in lino grezzocolor nocciola con l’intento dicreare una striscia centrale che colleghi i commensali, come un percorso comune. Poggio i piatti in terracotta smaltata bianca, dal gusto essenziale per fa risaltare la trama scura del lino.
I calici da vino in vetro liscio e trasparente sono affiancati da tumbler bassi e trasparenti con una lavorazione imperfetta a bolle. Le posate in acciaio opaco, per mantenere l’atmosfera calda e senza tempo.
A centrotavola piccoli vasi in vetro senza acqua per l’elicriso essiccato, simbolo perfetto della resistenza al sole salentino, sono intervallati da candelieri bassi con candele in cera d’api naturale.
Per accompagnare la serata ho preparato una compilation di graffianti voci femminili: Anouk, Anastacia, Shanai Twain e Tori Amos, perfetta per mandare in cortocircuito uno stereotipo antico, quello della voce femminile sommessa, accomodante e confinata all’ambito domestico.
Il citofono mi avverte che la mia ospite è arrivata. La accolgo e la conduco sulla terrazza. Tra noi non ci sono formalità: ci conosciamo da tempo e, per me, il suo arrivo ha anche qualcosa di speciale. Sono nata come giornalista sotto la sua supervisione e ritrovarla oggi dall’altra parte della tavola, per una conversazione così importante, mi fa pensare a quanta strada possa esserci dentro un incontro.
Iniziamo la serata assaggiando l’antipasto: frisa d’orzo con caponata, caroselli e fichi freschi. La mia scelta deriva dalla sua consistenza dura, fatta per resistere, e dalla pazienza e dalla cura necessarie per farla ammorbidire. Secondo me, è il simbolo del lavoro quotidiano delle donne, quel sapere silenzioso che ha custodito la vita ben prima che ci venisse riconosciuta la parola pubblica. Il retrogusto amarognolo dell’orzo incontra la dolcezza del fico, proprio come la cittadinanza è la capacità di trasformare la necessità in una forza comune.
Le chiacchiere proseguono con naturalezza e ne approfitto per rivolgere la prima domanda seria.
Quando parliamo di cittadinanza pensiamo a qualcosa di naturale, quasi a una condizione che appartiene a tutti. Ma nella storia non è stato così. Quando e perché le donne sono state escluse dalla cittadinanza politica? E soprattutto, quali idee sulla natura e sul ruolo delle donne hanno reso quell’esclusione possibile e perfino accettabile per così tanto tempo?
Penso che la domanda da porsi non sia tanto quando le donne siano state escluse dalla cittadinanza politica, ma quando siano state incluse, se per cittadinanza – come è opportuno che sia – si intende l’essere titolari di diritti e doveri all’interno di un’organizzazione politica, lo Stato, che esercita la propria sovranità su un territorio e su una popolazione.
E forse è proprio questo il punto da cui partire: non tanto dal momento in cui alle donne è stato concesso qualcosa, ma dal lungo periodo in cui quella possibilità non era nemmeno contemplata. La cittadinanza, prima di essere un diritto conquistato, è stata per molto tempo un confine: stabiliva chi poteva parlare, decidere, rappresentare e chi invece doveva essere rappresentato da qualcun altro.
Per lunghissimo tempo le donne non hanno avuto accesso ai diritti politici perché considerate non adatte. Nel corso della storia le motivazioni sono state diverse: si è arrivati persino a discutere se le donne avessero o meno un’anima, anche se naturalmente si tratta di periodi molto più antichi. Nei secoli di cui mi sono occupata come storica, dal Settecento al Novecento, troviamo nell’Ottocento le teorie positiviste e, in Italia, basti pensare a Lombroso, secondo cui l’intelligenza poteva essere messa in relazione con il peso della massa cerebrale, considerato inferiore nelle donne rispetto agli uomini. Da qui l’idea che le donne fossero incapaci di razionalità, di affrontare questioni politiche, prive di qualità come l’affidabilità e la lucidità.
Il problema, però, era anche nell’educazione. Nel Settecento Mary Wollstonecraft, nel suo scritto sui diritti delle donne, contesta l’educazione proposta da Rousseau per Sophie, la compagna di Émile, secondo cui una donna doveva conoscere soltanto ciò che serviva a rendere felice l’uomo. In buona sostanza, le donne venivano educate soprattutto per essere piacenti, per sedurre l’uomo.
Quindi non erano considerate capaci di occuparsi di questioni politiche o di fare scelte razionali, figurarsi di governare. E questo, naturalmente, era in contraddizione con la presenza, nella storia, di sovrane e di donne che si erano distinte. Ma venivano considerate eccezioni, non la norma.
C’è un paradosso, in questa storia, che forse vale la pena fermare per un momento. Prima si educano le donne a stare dentro un ruolo preciso, poi si usa quella stessa educazione come prova della loro incapacità di stare fuori da quel ruolo. È un meccanismo che rende l’esclusione quasi invisibile: non ti viene detto soltanto che non puoi partecipare, ti viene spiegato che non ne saresti nemmeno capace.
La questione, però, è che l’esclusione dalla cittadinanza politica non ha mai significato assenza delle donne dalla politica. Le donne hanno esercitato una presenza pubblica attraverso quella che oggi definiamo attività extraistituzionale: associazioni, salotti, circoli, stampa.
Già nel Rinascimento, per esempio, le donne a corte potevano incidere sulla vita culturale e sulle mode letterarie, e quindi anche, in qualche misura, sulle scelte politiche. Nel Settecento questo fenomeno diventa ancora più evidente attraverso le favorite dei sovrani e le amanti di personaggi influenti, che potevano intervenire nelle decisioni politiche e militari e persino nelle nomine. Voltaire, nelle Lettere persiane, parla di uno “Stato nello Stato” riferendosi proprio a queste donne di corte.
Anche Condorcet, quando sostiene la causa del diritto di voto alle donne in Francia, riflette su questo paradosso: le donne vengono accusate di esercitare un potere occulto proprio perché non hanno la possibilità di esercitare un diritto politico riconosciuto. Se si riconosce loro il diritto di voto, quel potere può diventare invece una forma di espressione pubblica.
Ma essere escluse dalle istituzioni non significava essere assenti dalla politica. Ed è forse una delle contraddizioni più interessanti di questa storia: le donne non avevano il diritto di partecipare formalmente alla vita politica, ma questo non significa che non la attraversassero, non la influenzassero, non cercassero altri luoghi nei quali far sentire la propria voce.
La presenza politica femminile diventa particolarmente evidente durante la Rivoluzione francese. Le donne partecipano alla vita politica, creano club femminili, discutono ciò che viene dibattuto nelle assemblee, scrivono sui giornali e si occupano di questioni politiche.
Un esempio è Olympe de Gouges, che scrive numerosi testi nei quali propone anche soluzioni politiche. Nel 1788, per esempio, suggerisce una cassa comune alla quale i cittadini avrebbero contribuito in base alle proprie possibilità economiche per affrontare il dissesto finanziario del Regno. Fa una brutta fine perché si è mischiata di politica.
Se guardiamo invece alla storia italiana, bisogna distinguere tra cittadinanza politica e cittadinanza giuridica. Per molto tempo le donne sono state considerate delle minori: a differenza dei minori uomini, che a un certo punto diventavano maggiorenni, le donne non diventavano mai pienamente autonome dal punto di vista giuridico. Non erano considerate pienamente soggetti giuridici, ma soprattutto oggetto delle leggi.
Un primo piccolo passo si ha con Salvatore Morelli, deputato del Regno d’Italia, nato a Carovigno, che nel 1877 ottiene il riconoscimento della validità della testimonianza delle donne in tribunale. Morelli aveva chiesto molto di più, cioè diritti civili e politici, ma quelli non vengono riconosciuti durante la sua esperienza parlamentare. Il riconoscimento della validità della testimonianza rappresenta comunque un primo passo verso il riconoscimento di una personalità giuridica e di una capacità di giudizio femminile.
Bisogna aspettare il 1919 perché venga abolita l’autorizzazione maritale, istituto confermato dal Codice civile Pisanelli del 1865. In sostanza, la donna non disponeva di una piena autonomia: prima decideva per lei il padre e poi il marito.
Basti pensare a un esempio che mi ha colpito analizzando il Codice civile: una donna vedova e incinta non poteva neppure decidere del proprio ventre; esisteva il consiglio di famiglia, che doveva nominare un tutore del ventre materno. Questo dà la misura di quanto la donna fosse ritenuta incapace di decidere autonomamente.
Il riconoscimento giuridico e l’emancipazione economica procedono quindi insieme. Anche il lavoro diventa uno strumento fondamentale di emancipazione, perché l’autonomia economica consente alla donna di conquistare autonomia anche sotto altri aspetti.
E arriviamo così al riconoscimento dei diritti politici.
A questo punto viene naturale chiedersi quanto sia stato lungo il viaggio. Perché il voto del 1945-46, quello che oggi ricordiamo come una data precisa nei libri di storia, arriva in realtà alla fine di un percorso cominciato molto prima e fatto di conquiste parziali, contraddizioni e forme diverse di partecipazione.
Nel caso italiano, le donne ottengono il diritto di voto nel 1945. Ma la storia ha ricordato soprattutto il voto del giugno 1946, quando si recano alle urne per il referendum istituzionale e per l’elezione dell’Assemblea Costituente.
In realtà le donne e gli uomini italiani votano già a partire da marzo, nelle elezioni amministrative, e le donne hanno anche la possibilità di essere elette. Questo aspetto è stato riscoperto relativamente di recente attraverso gli studi e gli archivi: tra gli studi importanti ci sono quelli di Patrizia Gabrielli sulle donne sindaco. Abbiamo avuto donne sindaco e donne nelle amministrazioni pubbliche, ma per molto tempo queste presenze sono rimaste poco conosciute.
Il riconoscimento del voto arriva dopo la Seconda guerra mondiale anche perché, almeno nell’Italia centro-settentrionale, le donne partecipano alla Resistenza e sostituiscono gli uomini durante la guerra. Diventa quindi difficile, dopo una partecipazione democratica extraistituzionale così importante, disconoscere la loro capacità di scelta politica.
In questo periodo nascono o si rafforzano associazioni che sostengono il diritto di voto e rivendicano la partecipazione delle donne alla vita politica e sociale. C’è l’UDI, l’Unione Donne Italiane, nata nel 1944-45 dai Gruppi di difesa della donna, che si impegna per costruire il tessuto politico e sociale necessario alla campagna per il diritto di voto. C’è il CIF, il Centro Italiano Femminile, legato al mondo cattolico e alla Democrazia cristiana, e nasce anche l’ANDE, l’Associazione Nazionale Donne Elettrici, inizialmente più orientata verso la monarchia.
Quindi esiste tutto un movimento femminile extraistituzionale che rende sempre più difficile non riconoscere alle donne il diritto di voto.
E la storia ci mostra che questo percorso non riguarda soltanto l’Italia. Le donne partecipano alla vita politica anche in altri Paesi, dalla Rivoluzione francese all’esperienza americana e inglese. Nell’Ottocento, in Italia, partecipano al Risorgimento pur non avendo diritto di voto. Poi, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, si arriva progressivamente al riconoscimento del voto alle donne nei diversi Stati europei ed extraeuropei.
Quindi l’esclusione dalla cittadinanza politica è stata reale, ma non ha significato assenza dalla politica. Le donne hanno continuato a partecipare alla vita pubblica, a esercitare influenza e a costruire forme di presenza politica anche quando il loro ruolo non era riconosciuto dalle istituzioni.
È proprio questo, forse, il punto da cui partire per capire quando le donne siano state davvero incluse nella cittadinanza: non soltanto dal momento in cui hanno ottenuto il diritto di voto, ma dalla lunga storia che ha portato a quel riconoscimento.
A questo punto, dopo aver attraversato secoli di esclusioni, conquiste e battaglie per avere una voce, forse avevamo bisogno di tornare a qualcosa di molto più semplice e concreto: la tavola.
Arriva il primo.
E mentre i piatti passano da una parte all’altra, penso che anche una cena, in fondo, sia un piccolo esercizio di cittadinanza. Ci si siede insieme, si prende la parola, si ascolta quella degli altri, si discute, si cambia idea. Nessuno dovrebbe avere bisogno di un permesso per farlo.
Forse è anche per questo che parlare di cittadinanza davanti a una tavola appare meno astratto di quanto sembri. Perché la politica, prima ancora di essere fatta di istituzioni e leggi, riguarda la possibilità di stare nello spazio comune e avere una voce dentro quello spazio.
E intanto, naturalmente, arriva il primo – che, a differenza della politica, mette d’accordo quasi tutti – spaghettoni freddi con un pesto di rucola selvatica, mandorle tostate e scorza di limone. La rucola selvatica è una pianta tenace: cresce spuntando dalle spaccature della roccia arida, sotto il sole di agosto. Rappresenta la forza delle donne che non si piega e trova sempre il modo di fiorire. Il suo gusto deciso, spezzato dalla freschezza del limone, porta in tavola una presenza chiara, che rifiuta le banalità.
A un certo punto, però, alcune donne hanno smesso di accettare quella esclusione e hanno cominciato a dire: “anche noi siamo cittadine”. Che cosa accade quando una persona che è stata tenuta ai margini comincia a riconoscersi come parte a pieno titolo della comunità? Quali sono state le prime forme attraverso cui le donne hanno fatto sentire la propria voce?
Come ho accennato prima, le donne, soprattutto con la Rivoluzione francese e poi con il Risorgimento italiano, partecipano concretamente ai cambiamenti politici attraverso un’attività extraistituzionale che va dalle manifestazioni di piazza alla pubblicazione di pamphlet, come quelli di Olympe de Gouges, nei quali vengono proposte anche soluzioni politiche ed economiche; dalla redazione di giornali e dalla scrittura di articoli alle riunioni e alle assemblee, dove si discute e si dibatte.
In questo modo le donne fanno un interessante apprendistato politico, seguendo le diverse assemblee e partecipando, anche se non in maniera formale, al dibattito pubblico. Non lo fanno in maniera silente: in qualche modo incitano, reagiscono, intervengono. E quella influenza diretta, quella che potremmo definire una forma di opinione pubblica esercitata, contribuisce a rendere sempre più evidente la necessità che anche i diritti politici vengano riconosciuti.
Non tutte, però, arrivano a rivendicarli nello stesso modo. Alcune donne, proprio perché partecipano concretamente alle trasformazioni in corso, ritengono in qualche modo di esercitare già una forma di partecipazione politica. La Rivoluzione francese e il Risorgimento italiano sono infatti momenti storici caratterizzati da lotte, guerre civili e conflitti contro gli Stati esterni: in queste circostanze l’attenzione per ciò che è teorico può essere meno pressante rispetto alla necessità di agire concretamente.
Quelle che invece iniziano a chiedere il riconoscimento dei diritti politici comprendono che, avendo contribuito alle trasformazioni politiche in corso, hanno anche il diritto di vedere riconosciuta questa partecipazione. E comprendono soprattutto la necessità di poter rappresentare direttamente le proprie esigenze, che non sempre gli uomini sono in grado di conoscere, comprendere o rivendicare.
Questo è sicuramente un primo passo. E infatti, dopo il Risorgimento italiano, troviamo esperienze emancipazioniste come «La Donna», la rivista condotta per circa vent’anni da Adelaide Gualberta Beccari, che rivendica la possibilità di acquisire diritti politici proprio per poter esercitare meglio i propri doveri nei confronti dello Stato.
Certo, la storia della conquista del voto e dei diritti è stata lunga e ha assunto forme diverse. E penso che la battaglia per essere riconosciute come soggetti politici sia stata un passaggio fondamentale per le donne di allora, così come continua a esserlo, in forme diverse, per quelle di oggi.
Dal canto mio, mi piace condividere e diffondere conoscenze che dovrebbero essere scontate, ma che evidentemente non lo sono affatto. È anche per questo che ho organizzato questa serata.
Ma dopo tanta storia, tanta politica e qualche secolo di battaglie, credo sia arrivato il momento di alleggerire un po’ il proseguimento della cena. E così compio il mio prossimo passo verso la cucina, questa volta per portare a tavola il secondo piatto. Servo una parmigiana di melanzane in bianco, con caciocavallo e granella di noci. L’ho voluta in bianco perché, senza la copertura della salsa di pomodoro, ogni strato rimane visibile: la delicatezza della melanzana, la sostanza del formaggio, la solidità della noce. I diritti e la cittadinanza si conquistano proprio così, un passo alla volta, stratificando la storia con l’autodeterminazione di chi vuole mostrare la propria identità senza nascondersi.
Abbiamo conquistato il diritto di partecipare alla vita politica, ma avere formalmente una voce significa necessariamente essere ascoltate? Quanto conta, ancora oggi, il modo in cui le donne vengono rappresentate nello spazio pubblico, nei mezzi di informazione e nella politica? E quanto la rappresentazione può influenzare il modo in cui una società considera autorevole una voce femminile?
Qui il discorso è molto complesso. Io credo che ci sia una crisi più o meno generale, che non riguarda soltanto il ruolo femminile, ma l’idea stessa di comunità.
Negli anni Ottanta sembrava che il ruolo delle donne stesse prendendo sempre più piede: abbiamo avuto nuovamente molte donne sindaco, donne manager e una presenza femminile più riconoscibile anche nei luoghi del potere. Oggi, però, mi sembra che il problema sia più ampio. Pur essendoci manifestazioni e forme di partecipazione di cui la televisione ci dà notizia, chi svolge attività professionali a contatto con gli altri e con la società si rende conto di quanto sia forte l’individualismo. I social, in qualche modo, lo favoriscono e lo alimentano, compromettendo quell’idea di comunità che dovrebbe essere alla base della convivenza.
Quindi, secondo me, c’è una crisi molto generale dell’idea di comunità e del rispetto per essa, che non riguarda soltanto le donne, ma qualcosa di molto più ampio.
La rappresentazione delle donne, però, incide moltissimo. Pensiamo, per esempio, alla violenza contro le donne e ai femminicidi: il permanere di questa realtà ripropone l’idea della donna come proprietà e non contribuisce certo a costruire un’immagine fondata sul rispetto.
Se invece ci spostiamo sul terreno prettamente politico, ci rendiamo conto che, come hanno dimostrato diversi studi già a partire dagli anni Novanta, molto spesso le donne che arrivano al potere finiscono per replicare forme di potere tipicamente maschili. Questo può accadere anche perché, in alcuni casi, arrivano in quelle posizioni sostenute da uomini e questo, a mio avviso, non fa sempre buon gioco alla loro immagine pubblica.
La mia è una lettura personale, ma non nasce da un pregiudizio: è qualcosa che riscontro in diverse circostanze. È come se alcune donne avessero interiorizzato un bisogno, quasi ancestrale, di dimostrare di essere capaci. E questo, talvolta, può portarle ad assumere atteggiamenti di grande aggressività, persino superiori a quelli maschili.
La politica, del resto, implica spesso una logica molto dura: finché non si raggiunge un obiettivo, sembra quasi valere la regola del “vita mia, morte tua”. Il problema è che, quando le donne arrivano al potere e sentono di dover dimostrare continuamente di essere all’altezza, rischiano di introiettare proprio questa modalità. E questo, ancora una volta, non credo giovi all’immagine delle donne in politica.
È arrivato il momento del sorbetto al limone, quello che pulisce lo stomaco e, metaforicamente, anche i pensieri. Dopo tutto quello che ci siamo raccontati, sento il bisogno di una pausa, di prendere un po’ di distanza e lasciare sedimentare le parole.
Si dice che le donne siano le peggiori nemiche delle donne. A volte può anche essere vero, ma non è certamente questo il caso. Stimo Rossella da quando la conosco, per la sua cultura, per la sua curiosità e soprattutto per quella capacità di aprire spazi anche alle altre donne, alle loro storie e alle loro competenze.
Ascoltarla questa sera mi ha riportato indietro nel tempo, ai miei primi articoli, quando mi occupavo proprio di questi argomenti: le lotte per conquistare diritti che oggi ci sembrano acquisiti, le donne capaci di imprese memorabili e rimaste invece nell’ombra, conosciute magari soltanto dagli addetti ai lavori. Storie che, allora come oggi, mi ricordavano quanto sia facile dimenticare ciò che non viene raccontato.
Intanto la musica continua a scorrere in sottofondo. Sono voci graffianti di donne che hanno ricevuto dalla vita colpi duri, ma che sono ancora lì, pronte a cantare più forte.
E forse è questo il modo migliore per concludere una serata come questa: non con una risposta definitiva, ma con qualche domanda in più e con la voglia di continuare ad ascoltare.
A questo punto, però, non mi resta che concludere in bellezza la cena e portare in tavola il dolce: una crostata di fichi e noci su frolla all’olio d’oliva, accompagnata da un sorbetto alla menta fresca e da un sorso di vino cotto freddo.
I fichi e le noci sono i frutti lenti della fine dell’estate, che chiedono tempo per maturare proprio come il cammino per la parità; la menta porta quella freschezza viva e balsamica con cui celebro, insieme a Rossella, la bellezza e la forza della nostra voce.
Abbiamo attraversato una storia in cui le donne hanno dovuto lottare per studiare, lavorare, essere autonome, scegliere il proprio destino e partecipare alla vita pubblica. Oggi, però, assistiamo anche al ritorno di modelli in cui il successo femminile sembra essere nuovamente associato alla bellezza, al matrimonio, al benessere garantito da un uomo. È davvero un passo indietro? E, soprattutto, che cosa ci dice questo sul modo in cui le nuove generazioni stanno vivendo la libertà conquistata dalle donne che le hanno precedute?
Molto interessante, rispetto a questo, è un testo ormai datato, quello di Loredana Lipperini, «Ancora dalla parte delle bambine», del 2008. Stiamo parlando di quasi vent’anni fa. Il libro riprende, sulla scia di «Dalla parte delle bambine» di Elena Gianini Belotti, pubblicato negli anni Settanta, il tema dell’immagine e della rappresentazione delle donne.
Belotti aveva analizzato il modo in cui, nei libri scolastici e nell’educazione, venivano rappresentati i ruoli femminili: la donna dedita alla famiglia, spesso in cucina, mentre l’uomo aveva la possibilità svolgere tutte le professioni. Il bambino poteva aspirare a qualsiasi mestiere, mentre alla bambina veniva trasmessa un’immagine molto più limitata delle proprie possibilità. E questo incideva anche sulla consapevolezza che loro potevano avere di sé e del proprio futuro.
Lipperini, nel 2008, mette in evidenza con rammarico un altro aspetto: nelle vetrine comparivano già perizoma destinati alle bambine. E allora viene da chiedersi se non ci sia un ritorno proprio a quell’immagine femminile che Wollstonecraft aveva contestato secoli fa, quando denunciava un’educazione che impediva alle donne di sviluppare pienamente la consapevolezza di sé.
Naturalmente oggi siamo dentro una società molto diversa. L’evoluzione tecnologica, la globalizzazione, le crisi economiche e le guerre hanno prodotto difficoltà che riguardano tutti, uomini e donne, anche sul piano lavorativo e professionale. In realtà le crisi economiche accompagnano tutte le epoche e l’economia è ciclica, anche se ogni volta ci sembra di trovarci davanti a qualcosa di nuovo e di più grave.
A questo si aggiunge, a mio avviso, una difficoltà ad accettare il corso della vita e i suoi tempi. È comprensibile voler restare giovani, ma il problema è il modello che si trasmette anche alle generazioni successive: il “tutto e subito”, la difficoltà ad accettare il sacrificio, l’attesa, la conquista attraverso la fatica e il lavoro.
I contadini conoscevano bene i tempi della natura: seminavi e dovevi aspettare il raccolto, non potevi pretendere che arrivasse quella stessa sera. Questa capacità di aspettare la maturazione dei tempi, di fare sacrifici e di costruire lentamente qualcosa ha accompagnato l’essere umano anche in altre attività e professioni. Oggi, invece, sembra essersi indebolita.
E quando si vive in una situazione di crisi e si cerca una soluzione immediata, è naturale che si cerchino anche delle scorciatoie. Penso, per esempio, al fenomeno delle baby prostitute di alcuni anni fa, legato anche al desiderio di avere subito beni e oggetti che rappresentavano un certo modello di vita. Forse, dietro tutto questo, c’è una crisi di valori: il bene non è più necessariamente ciò che ci rende felici, ma ciò che viene riconosciuto, mostrato e desiderato dagli altri.
Anche il concetto di felicità, allora, cambia. C’è un’ ostentazione della bellezza a ogni costo, ma spesso si tratta di una bellezza stereotipata. Mi sembra inconcepibile, per esempio, che a una ragazza di diciassette anni, quando il suo sviluppo fisico non è ancora necessariamente compiuto, venga regalato un intervento per rifarsi il seno.
Mi sembra che la società stia perdendo di vista che cosa renda veramente felici le persone. È diventata una gara alla bellezza e anche i programmi televisivi e i social, a mio avviso, contribuiscono talvolta a rafforzare modelli fuorvianti: l’idea di dover essere tutte uguali, tutte costruite secondo gli stessi canoni, con le stesse labbra, gli stessi corpi, gli stessi stereotipi.
E qui, paradossalmente, torniamo ancora una volta a Rousseau. La donna non viene più soltanto educata secondo un modello pensato per la felicità dell’uomo: viene addirittura modificata fisicamente per avvicinarsi a quel modello. Anche in questo senso, dunque, mi sembra di vedere un ritorno indietro.
È evidente: qualcosa, nella rappresentazione che la società propone alle donne, non ha ancora smesso di ripetersi.
Non posso che essere d’accordo con Rossella. Si sta perdendo di vista una delle cose belle della vita: l’attesa. Come recita una frase tradizionalmente attribuita a Lessing, «l’attesa del piacere è essa stessa il piacere».
E forse un altro aspetto bello della vita è proprio l’unicità delle persone: quelle imperfezioni che ci rendono affascinanti, imprevedibili, intriganti. Mentre ascoltavo Rossella, la mia testa continuava a tornare su tutto quello che era emerso durante questa cena. E arrivata alla fine della serata, penso a quanta strada abbiano fatto le donne per arrivare fin qui.
Ci sono conquiste che oggi ci appartengono in modo naturale. Il diritto di voto. Il diritto allo studio. Quello di lavorare, di scegliere della propria vita, di costruire un’esistenza che non fosse necessariamente determinata dal matrimonio o dalla famiglia.
Ci sono voluti anni perché venissero messi in discussione il delitto d’onore e il matrimonio riparatore, perché la violenza dentro le mura domestiche smettesse di essere considerata una questione privata, perché si arrivasse a riconoscere nel femminicidio non semplicemente un omicidio, ma il gesto estremo di una violenza legata alla condizione femminile.
Guardando indietro, potremmo pensare che il percorso sia compiuto. Che una volta riconosciuti i diritti, il resto sia soltanto una conseguenza naturale.
Ma forse non è così.
Perché c’è una differenza, sottile ma enorme, tra avere una libertà sulla carta e poterla vivere davvero. Una donna può avere il diritto di studiare e non avere le condizioni economiche per farlo. Può avere il diritto di lavorare e trovarsi a scegliere tra il lavoro e la cura. Può essere libera di lasciare una relazione e non sentirsi al sicuro nel farlo. Può avere gli stessi diritti di un uomo e continuare a incontrare ostacoli, aspettative e giudizi che rendono quella parità molto meno concreta di quanto dica una legge.
E qui la storia smette di essere qualcosa che riguarda soltanto il passato.
Perché le conquiste delle donne non sono una linea d’arrivo. Sono una strada che continua e ogni generazione si trova davanti alla responsabilità di capire che cosa significhi davvero essere libera.
Forse il compito di oggi non è soltanto difendere i diritti conquistati dalle donne che ci hanno precedute, ma fare in modo che quei diritti diventino sempre più realtà nella vita quotidiana: nelle relazioni, nel lavoro, nella famiglia, nelle possibilità che una ragazza sente di avere davanti a sé.
Questa sera ho pensato molto alla parola libertà. Una parola che pronunciamo facilmente, ma che diventa molto più complessa quando proviamo a chiederci che cosa significhi viverla davvero.
E allora forse la domanda con cui vorrei congedare Rossella, e con lei questa serata, non è quanto abbiamo conquistato. È quanto di quelle conquiste siamo riuscite a trasformare in una libertà reale.
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Category: Costume e società, Cultura


























