IL MIO LESSICO FAMIGLIARE / LA SCOMPARSA DELLE EDICOLE

| 27 Settembre 2026 | 0 Comments

di Anna Maria Greco _________________

Da bambina l’edicola mi sembrava un posto enorme. Non lo era, naturalmente. Bastavano pochi metri per contenere tutto, e forse era proprio questo a stupirmi: come potessero stare così tante cose, così tanti colori, così tante storie in uno spazio tanto piccolo.

E poi c’era un odore. Quello della carta e della stampa fresca, dei giornali appena arrivati. I quotidiani avevano la carta più ruvida, le riviste erano lisce sotto le dita e le copertine lucide attiravano subito lo sguardo. Topolino, Diabolik, Tex, Zagor. Gli occhi correvano dappertutto e noi bambini potevamo restare lì anche senza comprare niente. Guardare non costava nulla e sapevamo farlo benissimo.

Quando avevamo qualche lira in tasca, invece, cominciava il dilemma: Topolino o le figurine? Spendere tutto o conservare qualcosa? La paghetta della domenica, una moneta data dai nonni dopo una piccola commissione: quelle poche lire strette nel pugno, davanti all’edicola, acquistavano un valore enorme.

Se la scelta cadeva sulle figurine Panini, cominciava il rito. La bustina non si apriva mica in fretta. C’era lo strappo della carta, le figurine che scivolavano una sull’altra e persino un odore che la mia memoria sa ancora ritrovare: qualcosa di lieve, quasi di camomilla.

«Aprila!»

Ci stringevamo tutti intorno.

«Ce l’ho.»

«Pure questa!»

Poi finalmente:

«Questa mi manca!»

L’album Panini dei calciatori aveva pagine piene di spazi numerati. Bustina dopo bustina comparivano squadre, stemmi, volti. E più l’album si riempiva, più diventavano importanti proprio quei pochi rettangoli rimasti vuoti.

Zoff, Bettega, Paolo Rossi. Erano i nostri campioni, i volti delle domeniche e delle partite ascoltate e guardate in famiglia. Li riconoscevamo subito. E, diciamolo, qualcuno a noi ragazzine sembrava anche particolarmente bello.

Quando le mancanti diventavano poche, compariva un altro piccolo tesoro: il foglietto con i numeri scritti a penna. Ogni figurina trovata era una riga tirata sopra un numero. I doppioni, invece, diventavano quasi moneta.

«Me ne dai due per una?»

«No, questa è rara, vale di più!»

C’erano poi altri album, altri personaggi. Io avevo un debole per Candy Candy e, naturalmente, per Terence, con quei capelli lunghi e mossi che a noi ragazzine non dispiacevano affatto.

Dall’edicola le figurine partivano con noi. Arrivavano sui gradini della scuola, prima del catechismo, all’oratorio, nelle piazzette delle parrocchie. Bastavano un mucchietto di figurine e qualche bambino perché cominciasse la scoppola.

Davanti alla scuola i gradini sembravano un alveare: bambini seduti dappertutto, album sulle ginocchia, figurine tra le mani, zaini per terra, voci sovrapposte. La mano a coppa, un colpo secco vicino al mucchietto e tutti a guardare quali figurine si sarebbero capovolte. Quelle girate cambiavano padrone. Un’esultanza, una protesta e subito un’altra partita.

Poi la campanella. Spariva tutto. O quasi.

Durante la ricreazione gli scambi ricominciavano e qualche album riusciva sempre ad aprirsi anche sul banco durante la lezione. Se la maestra se ne accorgeva erano guai: poteva sequestrarlo e chiuderlo nell’armadietto. Per noi era una tragedia. Dentro quelle pagine c’erano settimane di bustine, scambi, scoppole e ricerche.

E la ricerca continuava anche a casa. Eravamo quattro fratelli e completare un album diventava quasi un affare di famiglia.

«Te l’ho trovata!»

Poche parole capaci di renderci felici. Dopo i compiti potevamo passare ore a sfogliare quelle pagine, guardare le figurine già sistemate e contare gli spazi ancora vuoti. Poi l’album si richiudeva, ma il pensiero correva già alla prossima bustina. E quindi, ancora una volta, all’edicola.

Mentre i nostri occhi cercavano fumetti e figurine, quelli delle mamme potevano fermarsi su Mani di Fata, sul ricamo, la maglia, quei lavori artistici all’uncinetto che da una fotografia sarebbero presto passati alle loro mani.

E poi, tra quelle riviste, arrivò anche Burda, dalla Germania, portando fin dentro le nostre edicole fotografie di moda e soprattutto quei cartamodelli che, almeno ai miei occhi di bambina, sembravano mappe impossibili da decifrare.

Ricordo quei grandi fogli aperti sul tavolo: linee, tratteggi, segni e colori diversi si incrociavano dappertutto. Ogni modello aveva il proprio percorso e bisognava quasi sgranare gli occhi per seguirlo senza perderlo in mezzo agli altri. Io guardavo quel groviglio e mi domandavo come mia madre riuscisse a vederci la gamba di un pantalone, una manica, il fianco di una gonna.

Le donne, invece, ci vedevano.

Si incontravano intorno a un tavolo, aprivano Burda, allargavano il cartamodello e lo studiavano insieme. Una indicava una linea, un’altra suggeriva una modifica. Se qualcuna quel modello lo aveva già realizzato, metteva subito la propria esperienza a disposizione delle altre.

«Qui devi stare attenta.»

«Io l’ho fatto così.»

«Aspetta, ti faccio vedere.»

Non occorreva chiamarlo insegnamento. Una donna imparava qualcosa e poi lo passava a un’altra.

La rivista si comprava all’edicola. Il sapere, invece, si regalava.

Anche la macchina da cucire faceva parte di quel mondo. In alcune case c’erano ancora quelle a pedale delle madri e delle nonne; quella elettrica era il desiderio di molte donne. Averne una significava poter accorciare, rammendare, adattare, trasformare e, con un po’ di esperienza, partire da un cartamodello e arrivare a un abito intero. Era anche economia domestica: stoffa, ingegno e mani capaci potevano vestire una famiglia. E se la macchina era a casa di un’amica, anche quella diventava un’occasione per ritrovarsi.

Dietro tutte quelle copertine, intanto, c’era l’edicolante. Noi bambini vedevamo soprattutto ciò che aveva davanti; lui vedeva noi. Riconosceva chi arrivava con poche monete strette nella mano, chi aspettava il quotidiano, chi aveva cominciato una raccolta.

«Quando arriva il prossimo, me lo mette da parte?»

E la settimana dopo quel numero era lì.

A volte dietro il banco c’era una famiglia: marito, moglie, un figlio o una figlia che davano una mano. Davanti passavano bambini, lavoratori, mamme, pensionati, ragazzi. Qualcuno comprava, qualcuno chiedeva, qualcuno si fermava a parlare. Una domanda diventava una chiacchiera.

«Ci vediamo all’edicola.»

«Aspettami vicino all’edicola.»

Bastava dirlo. Tutti sapevano dove.

L’edicolante finiva per conoscere le persone anche attraverso ciò che chiedevano: il quotidiano di sempre, la rivista preferita, il fascicolo da conservare. E noi crescevamo davanti a quel banco: prima una bustina di figurine, poi un fumetto, più tardi una rivista, un libro, una collezione.

L’edicola vendeva carta, certo. Ma intorno a quella carta circolava molto di più.

Anche le notizie avevano un modo tutto loro di farsi vedere. Ricordo soprattutto le grandi locandine gialle, con titoli che si leggevano anche passando. Alcune erano fermate con semplici mollette, quasi fossero panni stesi al sole. Solo che lì, ad essere stese, erano le notizie.

Quelle locandine gialle esistono ancora, forse un po’ più piccole, ma il colore è rimasto quello che ricordo.

A Lecce mi capitò anche di sentire la notizia prima ancora di leggerla. Fuori dalla sua edicola, un giornalaio teneva il quotidiano in mano e gridava il titolo del giorno. La voce correva sulla strada: qualcuno rallentava, qualcuno si voltava. Era il gesto antico dello strillone. Prima ancora di essere letta, la notizia si faceva sentire.

Da bambina non tutto quello che vedevo apparteneva al mio mondo. Accanto ai fumetti c’era Cronaca Vera, con quelle copertine che appartenevano già al misterioso universo dei grandi; c’erano i quotidiani e il rosa inconfondibile della Gazzetta dello Sport. E qualche volta, tra quelle pagine e quelle locandine, compariva un nome che faceva cambiare il tono delle conversazioni: Aldo Moro. Papa Luciani. Qualche anno dopo, Alfredino.

Io non potevo comprendere fino in fondo quelle storie, ma comprendevo i volti degli adulti, i silenzi improvvisi, le voci che si abbassavano. Un nome incontrato sul giornale lo ritrovavo alla radio, alla televisione, nelle parole ascoltate in casa. L’edicola era anche una porta sul mondo.

Quando in paese o nei dintorni accadeva qualcosa e si volevano conoscere meglio i fatti, si cercava il giornale. Dal bar, dalla bottega o da un’altra attività poteva partire una voce:

«Vai all’edicola e prendimi il giornale.»

E un ragazzo partiva con i soldi in mano, per tornare poco dopo con il quotidiano sotto il braccio. Quella copia cominciava allora un altro viaggio, passando di mano in mano.

«Fammi vedere lo sport.»

«Aspetta, voglio leggere una cosa.»

«L’ho letto sul giornale.»

Ognuno cercava la propria notizia. Qualche volta anche un numero.

Succedeva con il Lotto.

Il sabato qualcuno aspettava davanti al televisore con il foglietto della giocata e la penna pronta. Appena cominciavano le estrazioni arrivava l’ordine:

«Zitti!»

E zitti si stava davvero.

«Che numero ha detto?»

«Zitto, fammi sentire!»

Bastava perderne uno e il dubbio rimaneva. Il giorno dopo si andava all’edicola e sul giornale si cercavano i risultati dell’estrazione. Il foglietto della giocata in una mano, il giornale nell’altra, il dito scendeva lungo le colonne.

«Aspetta… fammi vedere Bari.»

Se quella copia non era più disponibile, si cercava al bar, dal vicino, da qualcuno che l’avesse conservata.

E anche quando le notizie erano diventate vecchie, il giornale non aveva ancora finito il suo viaggio. Nelle case poteva servire per pulire i vetri: un po’ d’alcol, qualche foglio già letto e tornavano lucidi.

C’erano poi le collezioni a fascicoli, e l’edicola conosceva bene anche quell’attesa.

«È uscito?»

«Quando arriva il prossimo, me lo mette da parte?»

Numero dopo numero la raccolta cresceva; se ne mancava uno, la ricerca continuava tra parenti, amici, vicini, persino sotto l’ombrellone.

Dall’edicola arrivavano nelle case anche le ricette. Le mamme compravano fascicoli e giornalini di cucina, provavano una preparazione e poi la consigliavano.

«Aspetta, questa me la copio.»

Compariva il quadernetto delle ricette. Una preparazione veniva trascritta a mano e sulla pagina potevano rimanere una correzione, una macchiolina d’olio, un poco di farina. Quadernetti diventati preziosi non soltanto per le ricette, ma per quella grafia familiare capace di restituire le mani di una mamma o di una nonna.

Anche le storie passavano di mano. Quando accompagnavo mamma dalla parrucchiera per lo shampoo e la messa in piega, tra il rumore dei phon trovavo riviste e fotoromanzi. Mio padre comprava a mamma il suo fotoromanzo in bianco e nero; lei lo leggeva e poi arrivava quasi inevitabile:

«Quando hai finito, me lo presti?»

Una vicina, un’amica, una parente. La stessa storia ricominciava in un’altra casa.

Intanto crescevo anch’io. Le figurine lasciavano piano piano spazio ad altre letture. Nei primi anni Ottanta arrivarono gli Harmony, quei piccoli libri tascabili pieni di storie d’amore. Con mia sorella, più grande di me di diciotto mesi, cominciammo a collezionarli. Li compravamo, li leggevamo e li prestavamo. Alcuni sono ancora a casa di mia madre, sullo scaffale di uno scrittoio.

E c’era l’appuntamento settimanale con TV Sorrisi e Canzoni.

«Prendi Sorrisi», ricordava mamma a papà.

La rivista rimaneva vicino al televisore per tutta la settimana. Noi figli sfogliavamo le pagine per scegliere cosa guardare.

«Mamma, posso vederlo?»

«Domani c’è scuola?»

E lì si decidevano le sorti della serata.

Ma l’edicola non metteva in comunicazione le persone soltanto attraverso la carta.

Mi torna in mente un giorno a Lecce con mio padre. Ci eravamo attardati e doveva avvisare mamma che saremmo rientrati più tardi. Ci fermammo davanti a una piccola edicola. All’interno c’era un telefono pubblico, sistemato in un angolino; libri e riviste erano disposti quasi a formare un piccolo separé.

Accanto c’era l’elenco telefonico della SIP: un vero mattone, con pagine sottilissime e colonne fitte di nomi e numeri. Si cercava il paese, poi il cognome e il nome, e il dito scendeva lungo quelle colonne finché trovava il numero.

Papà quello di casa lo conosceva. Telefonò a mamma e io gli rimasi accanto, ma mentre lui parlava i miei occhi continuavano a curiosare tra le copertine.

Da quei telefoni passavano tante voci: una chiamata a casa, un figlio lontano, un ragazzo partito per il servizio militare, qualcuno che telefonava da un’altra città.

Bastava un:

«Pronto?»

E dall’altra parte c’era qualcuno.

Forse è anche per questo che l’edicola non è mai stata soltanto il posto dove si compravano i giornali.

È ancora un piccolo spazio che brulica di storie, colori, notizie e curiosità. Un luogo dove la cultura può stare anche in pochi metri quadrati, alla portata di tutti. Si entra cercando qualcosa e può capitare di uscirne con qualcosa che, un attimo prima, non sapevamo ancora di voler conoscere.

Io porterò sempre con me il primo incanto: quei colori che mi riempivano gli occhi, l’odore della carta e della stampa fresca, la meraviglia di una bambina davanti a tutto quel mondo raccolto in così poco spazio.

Forse è questa, ancora oggi, la piccola meraviglia dell’edicola.

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( 11 – continua )

Category: Costume e società, Cultura

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