INDOVINA CHI VIENE A CENA? / LEGGERE E’ UN PIACERE. A VOLTE UN GODIMENTO

| 7 Novembre 2026 | 0 Comments

di Emanuela Boccassini _______________

Ci sono parole che attraversano le nostre giornate con la rapidità di una notifica: le leggiamo distrattamente, le consumiamo e le dimentichiamo quasi nello stesso istante. E poi ci sono parole che chiedono qualcosa di diverso: il tempo di fermarsi, la disponibilità ad ascoltare, il coraggio di tornare indietro e leggere ancora.

Viviamo immersi in un flusso incessante di informazioni, opinioni e immagini. Scorriamo titoli, condividiamo pensieri, esprimiamo giudizi spesso prima ancora di aver approfondito ciò di cui stiamo parlando. La velocità sembra aver preso il posto dell’attesa, mentre la comprensione, che richiede impegno, attenzione e disponibilità a mettere in discussione le proprie convinzioni, rischia di diventare un esercizio sempre meno praticato.

Eppure, leggere non significa soltanto acquisire informazioni. Significa entrare in contatto con altri pensieri, attraversare epoche e mondi lontani, entrare in esistenze diverse dalla nostra. Significa, a volte, scoprire parti di noi che non conoscevamo, dare un nome a emozioni mai comprese, trovare nelle parole di qualcun altro una domanda che non avevamo ancora avuto il coraggio di porci.

La letteratura ci offre questa possibilità straordinaria: vivere molte vite senza smettere di essere noi stessi. Ma per farlo dobbiamo concederci il tempo della lettura, accettare la complessità, imparare a soffermarci su domande senza pretendere risposte immediate.

Nel mondo virtuale possiamo tutti prendere la parola, esibire certezze, costruire un’immagine di noi stessi. Ma quanto spazio rimane per il dubbio, per l’ascolto autentico, per il confronto capace di cambiare il nostro punto di vista? E quanto ci sentiamo vicini attraverso uno schermo, mentre diventiamo più distanti nella vita reale?

La questione non è scegliere tra passato e presente, né contrapporre la cultura alla tecnologia. È domandarci che cosa stiamo facendo del tempo che abbiamo, delle parole che pronunciamo e dei pensieri che guidano la nostra vita.

In questo scenario, la letteratura, la poesia e la critica possono ancora offrirci uno spazio prezioso: non un rifugio dal mondo, ma un modo più consapevole di viverlo.

Che cosa significa, oggi, leggere davvero? E che cosa perdiamo quando rinunciamo alla fatica, ma anche al piacere, di comprendere? Qui si misura la sottile resistenza dell’umanesimo: nella possibilità di sottrarci alla fretta, recuperare il valore delle parole e riconoscere nella cultura non un patrimonio da custodire sotto una campana di vetro, ma uno strumento per comprendere il presente e interrogare noi stessi.

È da queste domande che nasce il desiderio di incontrare il professor Andrea Scardicchio. L’ho invitato a cena perché il suo sguardo sulla letteratura, sulla critica e sui linguaggi della contemporaneità può aiutarci a esplorare il rapporto tra le parole e il mondo che ci circonda. Non per cercare risposte definitive, ma per riscoprire il valore delle domande. Perché leggere, interpretare e comprendere sono modi per attraversare la vita con maggiore consapevolezza, senza accontentarci di ciò che appare in superficie.

Docente di Letteratura Italiana Contemporanea e Giornalismo Culturale all’Università del Salento, Andrea analizza i legami profondi tra la grande tradizione letteraria, il racconto giornalistico e i linguaggi della contemporaneità. Attento studioso della memoria culturale e delle forme espressive più innovative, nei suoi corsi e nella sua attività di ricerca esplora come la parola possa farsi strumento di comprensione della realtà, guida critica e costruzione di senso.

La sua presenza questa sera mi offre l’occasione di riflettere sul valore del racconto culturale, sul mestiere di chi analizza la parola e su come la letteratura continui a fornirci le chiavi per interpretare il nostro tempo.

Al tramonto, il cielo cambia lentamente colore. Prima si accende di rosso, poi si stempera nel rosa, fino a diventare poesia. È uno di quei momenti in cui tutto sembra fermarsi, come all’interno di un quadro.

La tavola, stasera, indossa il rigore discreto della memoria: è apparecchiata come nelle domeniche della buona borghesia del Novecento, per mostrare la composta eleganza di un tempo. Una tovaglia di fiandra in lino color avorio, dal corredo di famiglia, distesa senza grinze. I piatti sono in ceramica chiara dal profilo orlato e le posate d’argento, dal peso antico. Infine i bicchieri sono in cristallo liscio.

Al centro della tavola ho posto un vaso basso in cristallo intagliato per accogliere poche orchidee. Con la loro grazia discreta e quella raffinatezza esotica che ha percorso il secolo scorso, i fiori riflettono la luce senza invadere lo spazio, rimanendo al di sotto della linea dello sguardo: un dettaglio pensato per celebrare la bellezza della forma e lasciare che sia la conversazione la vera protagonista della tavola. Ai lati due candelieri con candele bianche, lunghe e sottili.

Compio il mio solito passo indietro per controllare che tutto sia in ordine.

Il suono del citofono mi avverte che il mio ospite è arrivato. Lo accolgo e lo accompagno nella sala da pranzo che, da qualche tempo, ha sostituito la terrazza, ormai inadeguata per il calo delle temperature, almeno la sera.

Ci salutiamo senza formalità. Ci diamo del tu immediatamente, anche se non ci conosciamo ancora. Lo faccio accomodare e iniziamo a scambiare le prime chiacchiere per rompere il ghiaccio.

Appena si accomoda dispongo le pirofile sui cui ho adagiato le verdure grigliate: zucchine, melanzane, peperoni, condite con aglio, olio e menta.

Bastano poche battute per capire che Andrea è uno di quegli ospiti con cui la conversazione prende subito una piega piacevole. Parla con calma, sceglie le parole con cura e usa espressioni che oggi si sentono sempre meno. C’è qualcosa di familiare e, allo stesso tempo, quasi d’altri tempi nel suo modo di raccontare. Lo ascolto e mi accorgo che, se non avessimo un’intervista da seguire, potrei tranquillamente restare lì per ore. E non è un caso che, quando gli chiedo della letteratura di oggi, Andrea parta dalle parole, dal loro valore e dalla necessità di tornare a sceglierle con cura.

Andrea, la letteratura e la poesia del Novecento hanno sempre preteso tempo, respiro e profondità. Oggi che la fruizione dei testi è sempre più rapida e frammentata, la letteratura contemporanea riesce ancora a restituire un peso alle parole o rischia di diventare una voce isolata?

Che non esista più la letteratura di una volta, diciamo pure la letteratura stile ’900, è un dato ormai acquisito. Il linguaggio della poesia, della narrativa, della letteratura in generale, ha smarrito la profondità di un tempo.

Se ci limitiamo al Novecento, gli ultimi letterati che hanno dato senso e valore alla scrittura secondo i canoni tradizionali rispondono ai nomi di Montale, Moravia, Pasolini, Eco, Calvino, Arbasino, formatisi nel culto umanistico della letteratura intesa come esperienza conoscitiva, con il suo bagaglio di valori, il suo mandato civile e sociale. Scrittori che hanno anche cercato una mediazione tra passato e presente, aprendosi alla società della comunicazione di massa che si affermava negli anni Cinquanta e Sessanta, venendo anche a patti con le tendenze emergenti.

La letteratura ha così lasciato sempre più spazio alla cronaca, è scesa a compromessi con l’infosfera, decretando la nascita di nuove soluzioni espressive che non sono più quelle di una volta, quelle cioè associate alla profondità di pensiero e basate sui tempi lenti della riflessione. Queste semmai resistono nelle proposte di scrittori che provengono dall’accademia, come Mari, Scurati e Siti, che si rivolgono a lettori più esigenti.

Quello che dico sempre ai miei studenti è che, in un’epoca in cui l’immagine sembra prevalere e apparire lo strumento più efficace per trasmettere contenuti e informazioni, bisogna riappropriarsi delle parole. Riappropriarsene vuol dire saperle scegliere e usare consapevolmente, attingendo proprio al serbatoio della letteratura, soprattutto alle opere dei classici.

Mi piace ricordare che Roland Barthes invitava a distinguere tra testi di piacere e testi di godimento. Sono questi ultimi, diceva, che mettono in crisi il lettore, le sue certezze, il suo rapporto con il linguaggio. Un’esperienza che possiamo fare leggendo i capolavori del passato, compresi quelli novecenteschi: sono opere che ci mettono alla prova, richiedono uno sforzo di comprensione. È attraverso questo confronto che possiamo ritrovare la profondità della parola.

Il piacere della lettura, secondo Roland Barthes, è quello che proviamo quando un testo ci coinvolge, ci appaga e ci accompagna all’interno di un’esperienza che riusciamo a riconoscere. Il godimento, invece, nasce quando le parole ci spiazzano, mettono in crisi le nostre certezze e ci costringono a guardare le cose da una prospettiva nuova. Ci sono, dunque, libri che ci fanno stare bene e libri che, pur mettendoci in difficoltà, ci aiutano a cambiare. E talvolta sono proprio quelli che non si lasciano comprendere al primo tentativo e lasciano in noi le tracce più profonde.

Leggere significa anche accettare la difficoltà di non pretendere che ogni pagina ci consegni subito una risposta, ma concederci il tempo di soffermarci sulle domande che ci pone.

Sono opere che utilizzano un linguaggio più profondo e richiedono tempo, meditazione e attenzione.  Pensiamo ai grandi capolavori italiani ed europei che ci hanno sempre messo in difficoltà, costringendoci a delle pause, a tornare su un verso o su una pagina per comprenderne esattamente il significato. Oggi invece i ritmi quotidiani ci spingono spesso verso una lettura più rapida e approssimativa, anche dei libri.

Dovremmo recuperare quel genere di letteratura che rimane nel tempo, che arricchisce il nostro vocabolario e ci sollecita sul piano dei valori. Una letteratura fondata su una parola che invita alla riflessione, che scava nelle nostre coscienze. Nel panorama attuale, purtroppo, sono sempre meno gli scrittori di professione. Librerie e classifiche sono appannaggio di giornalisti esperti di divulgazione, basti pensare ad Aldo Cazzullo e Corrado Augias. Chi scrive e pubblica proviene spesso da altre professioni. È il caso ad esempio di Francesca Giannone, autrice del fortunato romanzo La portalettere, oppure di Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del Premio Strega con L’età fragile. La figura dello scrittore di professione, insomma, appare sempre meno centrale.

Il punto è che il successo editoriale sembra dipendere dalla riconoscibilità dell’autore più che dalla qualità della sua scrittura. Il lettore lo conosce attraverso i social o la televisione, e questa familiarità orienta la scelta del libro. Sono personalità capaci di muoversi tra diversi mezzi di comunicazione, di promuovere sé stesse prima ancora delle proprie opere. Nel frattempo si è indebolita la mediazione dei critici, che un tempo contribuivano a riconoscere e a discutere il valore di un’esperienza letteraria.

La poesia ha un circuito ancora più ristretto. Si scrive molto, anche tra i giovani, ma alla produzione non corrisponde un’analoga diffusione della lettura. I libri circolano soprattutto tra appassionati, in una cerchia elitaria del mercato editoriale.

Quello che mi sembra oggi mancare, in definitiva, sono le grandi figure di intellettuali che ho citato prima: gli Eco, i Calvino, i Pasolini, capaci di intervenire nel dibattito pubblico, di trasmettere valori attraverso le opere e di offrire orientamenti alla società, anche assumendo posizioni scomode e impopolari.

Mi colpisce il riferimento di Andrea a Eco, Calvino e Pasolini, intellettuali che hanno saputo fare della scrittura uno strumento per leggere le contraddizioni del presente, scuotere le coscienze e aprire nuove prospettive. Le loro opere non si limitavano a raccontare il mondo: invitavano a guardarlo con occhi diversi.

Mi domando se oggi non abbiamo smarrito questa capacità della letteratura di andare oltre il piacere immediato della lettura. Leggere per svagarsi è legittimo, naturalmente, ma che cosa resta quando le storie diventano prodotti da consumare in fretta, subito sostituiti dalla novità successiva? La letteratura può intrattenerci ed emozionarci, ma anche aiutarci a comprendere il presente e a porci domande migliori. Il suo compito più prezioso è non dirci come vivere, ma insegnarci a guardare più a fondo.

È un gesto che oggi può sembrare controcorrente, come preparare la pasta con le proprie mani, concedendosi il tempo di impastare e aspettare. Le sagne ’ncannulate, che servo come primo piatto con pomodorini freschi e basilico, raccontano questa stessa cura: pochi ingredienti, nessuna scorciatoia, un sapore tutto loro.

Anche le parole meriterebbero una simile attenzione prima di essere diffuse. Perché, proprio come un gesto fatto con cura può trasformare ingredienti semplici in qualcosa di speciale, le parole possono lasciare un segno; ma, quando circolano prima ancora di essere comprese, diventano difficili da governare.

Il lavoro dello studioso e del critico letterario somiglia molto a un’opera artigianale, fatta di disciplina, scavo e profonda pazienza. Nella tua esperienza di docente e ricercatore, come si trasmette oggi alle nuove generazioni la passione per la militanza critica e la capacità di decifrare le stratificazioni di un testo letterario?

Partiamo dalla considerazione che il lavoro del critico letterario presuppone una formazione specifica. All’Università del Salento la cattedra di Storia della critica vanta una tradizione illustre, e ancora oggi quella disciplina è insegnata con rigore e serietà. Si educano così i giovani a un approccio problematico con i testi, ispirato ai vari metodi e modelli di interpretazione.

Tale esercizio consente di scorgere dietro ogni parola, dietro ogni verso, l’ampia gamma di significati riposti sotto la superficie del testo, nonché di familiarizzare con le tecniche di scrittura, i simboli, le figure retoriche, i valori connotativi che sono propri di un testo letterario e che rimandano a una sorta di alone emotivo o affettivo che accompagna la parola nella percezione del lettore o dell’ascoltatore. Formare gli studenti significa quindi attrezzarli a un confronto attivo e consapevole con le opere. È una palestra importante per chi vuole diventare esperto di testi letterari e intraprendere il lavoro del critico o dell’insegnante.

Mentre ascolto Andrea, penso alla scuola e a quanto sia importante imparare non soltanto a conoscere, ma anche a pensare con la propria testa. Mi domando se riusciamo davvero a insegnare ai ragazzi che un pensiero diverso dal nostro non è necessariamente sbagliato. Non significa che tutte le interpretazioni siano ugualmente fondate, ma che ogni opinione dovrebbe poter essere espressa e sostenuta con argomenti, anche quando si discosta da quella dell’insegnante.

A volte mi sono chiesta se, dietro una domanda di analisi o interpretazione, ci fosse davvero l’attesa di una riflessione autonoma o, piuttosto, la ricerca di una risposta vicina a quella ritenuta corretta.

Eppure, educare al pensiero critico significa imparare ad argomentare le proprie idee, ascoltare quelle degli altri e, se necessario, rimettere in discussione le proprie. Non insegnare che la propria opinione è giusta, ma aiutare i ragazzi a trovare una voce personale e a capire che merita di essere ascoltata.

Vorrei approfittare di questa parentesi per fare una considerazione, alla luce degli attuali scenari della cosiddetta “scuola delle competenze”. Continuiamo ad assistere a una sorta di ossessione da parte di alcuni insegnanti per le analisi formali di matrice strutturalistica, che ancora persistono nelle metodologie didattiche scoraggiando gli studenti, allontanandoli di fatto dalla lettura. L’errore che si commette a scuola è di pensare che ci si rivolga ai futuri insegnanti di Lettere, insistendo su aridi e improduttivi tecnicismi che fanno percepire il rapporto con le opere come un’esperienza faticosa e poco gratificante. Ne è la riprova il numero sempre più esiguo di coloro che scelgono l’analisi del testo alla prova di Italiano per l’esame di maturità. Anche questo aspetto merita una riflessione, perché invece l’appuntamento con la letteratura a scuola potrebbe e dovrebbe essere molto più creativo e accattivante. Sarebbe ora di introdurre nuove strategie didattiche, partendo ad esempio dalla lettura libera dei testi e dando a tutti gli studenti la possibilità di esprimersi sui significati, anche meno immediati, di una parola poetica o narrativa. Mi ha sempre convinto l’idea di Romano Luperini della “classe come comunità ermeneutica”, uno spazio di confronto democratico nel quale i ragazzi possano condividere le proprie interpretazioni, con il docente a guidare la discussione. L’analisi tecnica può anche trovare posto in questo esercizio, ma il primo passo è favorire la partecipazione e il coinvolgimento personale. Per riavvicinare i giovani alla letteratura bisognerebbe partire anche da qui: dalla scoperta delle emozioni e dei sentimenti che le opere possono suscitare, lasciando ai ragazzi lo spazio per riconoscerli ed esprimerli. Poi ci sarà anche chi, appassionandosi, vorrà investire nella formazione specialistica, e lo farà in un momento successivo, iscrivendosi a Lettere all’Università.

Concordo con Andrea: dovremmo trovare nuovi modi per avvicinare i giovani alla lettura e mostrare loro che un libro può essere molto più di un compito da svolgere. Ma non basta invitarli a leggere, dobbiamo aiutarli a farlo con la testa e con il cuore. Con la testa, per andare oltre le parole, cogliere le sfumature e interrogarsi su ciò che l’autore suggerisce senza dirlo apertamente. Con il cuore, per lasciarsi coinvolgere dai sentimenti dei personaggi, riconoscere qualcosa di sé nelle loro esperienze e imparare a comprendere meglio gli altri.

La vera sfida, allora, non è soltanto fare in modo che i giovani leggano di più, ma aiutarli a scoprire perché vale la pena leggere: per emozionarsi, mettersi in discussione, imparare a farsi domande e guardare il mondo anche attraverso gli occhi degli altri.

Ogni storia raccontata dalla letteratura può entrare in relazione con la storia personale di ciascuno di noi. Riattualizzare i classici, compresi quelli del Novecento, significa anche riconoscere ciò che hanno da trasferire alla nostra sfera emotiva e sentimentale.

Oggi più che mai è indispensabile intervenire sull’alfabetizzazione sentimentale. Lo ricordava Umberto Galimberti a proposito dei miti classici: figure come Zeus, Afrodite e Atena aiutavano gli esseri umani a confrontarsi con passioni e sentimenti. Oggi i miti non esistono più, ma resta la letteratura come grande serbatoio di emozioni. Ma se l’emozione è una reazione istintiva e immediata, il sentimento richiede un’elaborazione più profonda, implica un salto culturale. Se non hai i sentimenti ovvio che ti riesce facile portare un coltello a scuola e accoltellare il compagno o addirittura l’insegnante.

Le opere letterarie ci aiutano a riconoscere quello che proviamo e a comprendere i vissuti degli altri nelle sembianze dei personaggi. Raccontano affetti, gioie, dolori e trasformazioni personali, dentro contesti storici e culturali anche lontani dai nostri. Del resto, amore e morte, gioia e dolore continuano a nutrire la letteratura perché appartengono all’esperienza umana di ogni epoca.

I giovani dovrebbero potersi avvicinare alle opere in modo spontaneo, senza essere vincolati a compiti e schemi di analisi. Se a scuola si parla soltanto di tecniche e di strutture, si rischia di creare una distanza tra i ragazzi e i testi. L’interesse per la lettura può nascere proprio dal piacere della scoperta, dal riconoscere in una storia qualcosa che ci riguarda.

Mentre ascolto Andrea, penso che forse, per avvicinare davvero i ragazzi alla letteratura, dovremmo restituire loro anche la libertà di lasciarsi sorprendere da un libro, senza dover subito analizzarlo, classificarlo o trovare la risposta giusta. A volte, per scoprire che cosa una storia può darci, bisogna semplicemente concederle il tempo di parlarci.

Intanto, porto a tavola il secondo. L’orata arriva chiusa nel suo cartoccio, come qualcosa che ha bisogno di tempo per rivelarsi. Le parole, in fondo, non sempre si comprendono immediatamente. Alcune hanno bisogno di contesto, di distanza, di tempo per essere davvero capite. Ma nel mondo digitale il tempo è spesso un lusso che non concediamo più.

Nei testi classici della nostra letteratura c’è sempre un nucleo di senso che non si concede al primo sguardo, ma richiede ascolto e rilettura. Ha ancora spazio, nella nostra società, quel tempo della contemplazione necessario per decifrare l’opera e abitare la complessità di una narrazione?

L’idea di classico che ci ha trasmesso Calvino è quella di un libro che resiste al tempo e continua a esercitare la sua influenza, anche quando cambiano i lettori e le generazioni. Un’opera nella quale trovano rispecchiamento aspettative, ansie e desideri di tutti i tempi, che merita perciò di essere riletta e riscoperta.

Per questo sarebbe importante tornare, da adulti, alle letture affrontate a scuola. Faccio l’esempio dei Promessi sposi, recentemente sotto accusa stando a discutibili scelte ministeriali: una maggiore maturità ci permette sicuramente di cogliere aspetti che un tempo ci erano sfuggiti, di apprezzare maggiormente la costruzione e la caratterizzazione dei personaggi, il sistema dei loro rapporti. Il problema è trovare il tempo, e forse anche la voglia, per una lettura che richiede attenzione e impegno.

Vedo soprattutto due tendenze affacciarsi nella letteratura contemporanea. La prima è la velocità. Si cerca spesso una lingua vicina alla comunicazione quotidiana, personaggi riconoscibili e vicende che arrivino rapidamente a una conclusione. C’è meno disponibilità per le digressioni e le lunghe descrizioni che, in molti romanzi del passato, davano spazio alla complessità della società e dell’epoca storica di riferimento. Il successo di Montalbano, per esempio, deve molto alla capacità di Camilleri di tenere viva la suspense e di invogliare il lettore a seguire una vicenda dopo l’altra, anche attraverso una lingua dalla forte identità, arricchita dal “colore locale”.

La seconda tendenza è l’ibridismo: la letteratura attinge alla cronaca, al giornalismo, alle esperienze individuali e collettive, e le rielabora in forma narrativa. Penso al giallo e al noir dei vari Saviano, Carofiglio, Manzini, De Cataldo, Franchini, nei quali delitti e vicende contemporanee alimentano il racconto, avvicinandolo al genere del non-fiction novel, una narrazione fondata su fatti reali.

Naturalmente il fantasy e gli altri generi letterari conservano il proprio pubblico. Ma il riferimento a esperienze concrete può offrire un motivo in più per avvicinarsi a un libro. Anche la televisione e il web entrano nella narrativa, con i loro linguaggi. Non considero necessariamente negativo questo cambiamento, soprattutto se può portare alla lettura ragazzi che altrimenti ne resterebbero lontani.

Rimane però il problema della comprensione. I dati sulla lettura giovanile, anche in Puglia, e le rilevazioni INVALSI e OCSE-PISA ci invitano a riflettere: saper leggere non significa sempre comprendere esattamente un testo. La lettura può restare un esercizio meccanico, senza che si riescano a cogliere pienamente i significati e le implicazioni: è il dramma dell’analfabetismo funzionale. Una difficoltà che ha conseguenze anche fuori dalla scuola. Mi riferisco al monito di Luciano Canfora circa il rapporto stretto esistente tra bagaglio culturale e capacità di difendersi dai condizionamenti del potere, in ogni sua manifestazione. Basta un esempio tratto dalla quotidianità per rendere più nitida l’idea: leggere un contratto o una polizza assicurativa richiede strumenti per capire ciò che si accetta e quali conseguenze può avere.

Scuola e università condividono quindi la responsabilità di aiutare i giovani a leggere e a scegliere con consapevolezza. Non ho ricette da suggerire. Nella mia esperienza cerco un punto d’incontro tra il mondo delle vecchie generazioni e quello di oggi, per costruire un dialogo anche dove sembrano più distanti.

Non posso fare a meno di pensare a me stessa. A volte mi sento un po’ fuori dal mondo, fatico a comprendere fino in fondo il linguaggio dei più giovani, il loro modo di comunicare e la velocità con cui passano da un argomento all’altro. Appartengo alla Generazione X, cresciuta senza Internet e senza uno smartphone in tasca. Se avessimo cercato una risposta, avremmo dovuto metterci a cercarla: aprire un libro, consultare un dizionario, chiedere a qualcuno. Forse anche per questo imparavamo ad aspettare. Non penso che il nostro fosse un mondo migliore, né che quello dei ragazzi di oggi sia meno ricco di possibilità. È semplicemente diverso. E forse il primo passo per incontrarsi non è chiedere ai giovani di avvicinarsi al nostro modo di vedere le cose, ma provare anche noi a comprendere loro, le loro passioni e gli strumenti con cui si raccontano. Senza rinunciare a ciò che riteniamo importante, ma senza trasformare la nostra esperienza in una misura con cui giudicare la loro. La tradizione, del resto, non deve restare ferma nel passato: può continuare a vivere se sappiamo raccontarla con parole nuove, senza impoverirla. E forse anche la letteratura può diventare un luogo d’incontro tra generazioni, dove le differenze non sono un ostacolo, ma un’occasione per scoprire qualcosa gli uni degli altri.

Trasmettere i contenuti della tradizione attraverso i nuovi linguaggi può essere una strada utile. Dobbiamo però far capire ai ragazzi che dietro il brano affrontato a scuola c’è un’opera, un libro. Parliamo continuamente di analisi ed esercizi sul testo, rischiando di perdere di vista l’insieme da cui quel testo è tratto. La nostra tradizione culturale si fonda sul concetto di libro. Dovremmo riscoprire la cultura del libro. Leggere richiede impegno, ma può essere anche un momento di relax, di nutrimento interiore e di apertura di orizzonti.

Al tempo stesso opporsi al nuovo sarebbe una battaglia persa in partenza. Dobbiamo conoscere i dispositivi e i linguaggi dei giovani, per mettere la letteratura in dialogo con le nuove frontiere del digitale. Circa vent’anni fa pubblicai un libretto, Letteratura e informatica, nel quale studiavo le prime contaminazioni tra umanesimo e scienza. Oggi questa esigenza di confronto è ancora più forte, anche nella formazione universitaria.

È per questo che ho fondato due laboratori. Uno è il Lib-Lab, un laboratorio di letteratura ibrida nato per favorire il dialogo con altri ambiti del sapere, comprese le discipline scientifiche. Mi occupo, per esempio, di medicina narrativa e di biblioterapia: la narrazione può uscire dal libro e diventare uno strumento di relazione, di scambio e di ascolto, anche tra medico e paziente.

Un altro laboratorio, che dirigo sempre per il Dipartimento di Studi umanistici dell’Università del Salento, è il Game Lab, attivo sul fronte della gamification, cioè dell’introduzione nelle pratiche di apprendimento di alcuni meccanismi tipici dei giochi e dei videogiochi. Possono rendere una lezione più coinvolgente e suscitare curiosità verso opere che i ragazzi, altrimenti, forse non leggerebbero. Ho realizzato, ad esempio, un progetto sul Barone rampante di Calvino. Con il supporto di colleghi informatici abbiamo ricostruito nel metaverso un ambiente nel quale, attraverso un visore e un avatar, l’utente può esplorare gli scenari del romanzo e interagire con i personaggi. Il percorso comprende tappe narrative, questionari e piccole ricompense, che accompagnano la conoscenza della trama. È un modo per avvicinare all’universo di Calvino anche chi difficilmente sceglierebbe di aprire il libro, e magari suscitare il desiderio di leggerlo.

Trovo questo progetto davvero interessante e stimolante. L’idea di entrare nel mondo di un libro, esplorarne gli ambienti e interagire con i personaggi trasforma la lettura in qualcosa di diverso: un’esperienza da vivere, quasi un gioco, capace di coinvolgere i ragazzi in un modo più vicino alle loro abitudini e al loro modo di apprendere.

Del resto, ripensando alla mia esperienza, mi viene da sorridere: io ho imparato la Rivoluzione francese anche guardando Lady Oscar! Una storia animata, certo, ma capace di avvicinarmi a un periodo storico, di suscitare domande e di lasciare qualcosa nella memoria.

E allora mi chiedo: se una serie animata è riuscita a farmi appassionare alla storia, quanto potrebbe essere stimolante per i ragazzi entrare direttamente nel mondo di un romanzo, esplorarlo e sentirsi parte della narrazione? Se esperienze come quella del Barone rampante potessero trovare spazio anche nelle scuole, forse il libro smetterebbe di essere percepito soltanto come qualcosa da leggere e analizzare, qualcosa per cui essere giudicato, per diventare un’avventura da scoprire. Sarebbe davvero una conquista.

Per alcuni giovani il libro rischia di apparire come un oggetto desueto, quasi un pezzo d’antiquariato da lasciare indisturbato sugli scaffali delle librerie di nonni e genitori. Il mio intento è di trovare un punto d’incontro, avvicinando la letteratura ai linguaggi e ai dispositivi che la tecnologia mette a disposizione. Questi strumenti possono aiutarci a restituirle senso, valore e centralità, mentre cambiano i modi in cui i ragazzi accedono alla conoscenza.

È una delle strategie possibili nella scuola e nell’università. L’obiettivo è portarli a confrontarsi innanzitutto con le storie, attraverso un libro cartaceo o un dispositivo digitale. Ciò che conta è la conoscenza delle opere, alla quale si può arrivare anche per strade diverse da quelle tradizionali. Del resto, molti studenti sono abituati a studiare su slide, dispense, appunti e riassunti, privilegiando un sapere sintetico e immediato, che resta un fatto da scongiurare.

Se riusciamo perciò a rendere più coinvolgente il loro rapporto con la letteratura, forse siamo sulla strada giusta. Possiamo andare incontro alle loro abitudini, passioni e forme di comunicazione, conservando la ricchezza e la profondità delle opere.

Le riflessioni di Andrea sono tante e gli spunti che mi offre meriterebbero forse un’altra cena, altre ore di conversazione, nuove domande da inseguire. Ma anche le parole, come i sapori, hanno bisogno di una pausa per essere assaporate fino in fondo.

Arriva il sorbetto, con la sua freschezza. È il momento di fermarsi un istante, lasciare sedimentare ciò che ci siamo detti, concederci il tempo di assimilare le idee, di ritrovare quelle che ci hanno colpito e magari di scoprire che alcune continuano a lavorare dentro di noi, anche quando la conversazione sembra essersi conclusa. Ascoltare non significa soltanto raccogliere parole. Significa anche concedersi il tempo di comprenderle, di metterle in relazione con la propria esperienza e, qualche volta, di lasciarsi cambiare da esse.

Per concludere, porto in tavola una torta Caprese. Un dolce nato nel secolo scorso, diventato nel tempo un piccolo classico. Mi piace pensare che le ricette, come i libri, abbiano una storia da raccontare: attraversano le generazioni, si conservano, a volte si trasformano, ma continuano a vivere finché qualcuno le sceglie e le trasmette. In fondo il senso della tradizione è trovare il modo di far arrivare il passato fino a noi, perché possa ancora parlarci.

Se guardiamo alla frammentazione dei linguaggi e delle forme narrative di questo nostro presente, quale traccia pensi che lasceremo nella storia della letteratura? E quale lezione – o quale singola parola del Novecento – ritieni fondamentale salvare e consegnare a chi verrà dopo di noi?

Se dovessi scegliere una parola per riassumere quello che abbiamo detto fin qui, sceglierei senz’altro responsabilità. È anche il tema al quale l’Associazione degli Italianisti ha dedicato quest’anno il suo congresso annuale. La letteratura ha sempre comportato una responsabilità verso gli altri e la società: le opere che rimangono sono quelle capaci di incidere sulle coscienze, alimentare le idee e parlare anche alle generazioni successive. È una responsabilità che riguarda ciascuno di noi, come lettori, educatori e genitori.

Oggi responsabilità significa anche capire quanto possiamo affidarci alla tecnologia senza delegarle il nostro pensiero. Il riferimento è naturalmente all’uso dell’intelligenza artificiale, che semplifica molti compiti ed è già ampiamente utilizzata dai ragazzi a scuola e all’università. Dobbiamo conoscerla e usarla con criterio, continuando però a misurarci con le difficoltà e a costruire risposte personali. Un testo restituito da una chatbot va rielaborato, confrontato e opportunamente vagliato.

C’è poi il rischio dell’uniformità linguistica ed espressiva. Se accogliamo passivamente le risposte della macchina anche la nostra scrittura può diventare standardizzata e perdere ciò che la rende personale e riconoscibile. Per questo credo che acquisti sempre più valore la capacità di formulare domande: richieste precise, nelle quali entrino la nostra curiosità, la creatività e il giudizio critico. A questo deve seguire il controllo delle risposte, verificandone le informazioni e confrontandole con altre fonti.

Ha fatto discutere, recentemente, l’episodio della falsa Bustina di Minerva attribuita a Umberto Eco e circolata sui social. Il testo ne riproduceva il tono profetico, ironico e paradossale, mentre l’immagine dell’autore e il richiamo all’Espresso contribuivano a renderlo credibile. Molti lo hanno preso per autentico. È un episodio che ci ricorda quanto sia necessario interrogarci sulla provenienza di ciò che leggiamo, anche quando sembra corrispondere allo stile e al pensiero di un autore o di una persona nota.

Nel mondo della formazione un’alternativa plausibile potrebbe essere quella di dare più spazio all’oralità. Il confronto diretto, le domande e l’esposizione permettono di capire se uno studente possiede davvero le conoscenze e sa argomentarle. Lo vediamo negli esami universitari: conta anche il percorso attraverso il quale si arriva a una risposta, la capacità di spiegarla e di rielaborarla. L’oralità non risolve tutto, ma può aiutarci a verificare un apprendimento che la sola prova scritta rende oggi più difficile valutare.

Responsabilità è dunque la parola che vorrei lasciare in consegna. Riguarda anche il rapporto della letteratura con la posterità: pensiamo a Orazio, che immaginava la propria opera come un monumento più duraturo del bronzo, al Foscolo dei Sepolcri, con il richiamo alla poesia eternatrice, al Manzoni dell’ardua sentenza affidata ai posteri e via dicendo. Scrivere significa anche trasmettere qualcosa a chi verrà dopo. Oggi rischiamo, invece, di restare immersi in un eterno presente, in una successione di fatti ed esperienze che fatichiamo a collocare dentro una prospettiva storica, prevalendo di gran lunga l’orizzonte temporale della contingenza e della cronaca. Assumersi una responsabilità significa allora recuperare questo legame: guardare al passato per comprendere ciò che ci ha preceduto e immaginare il futuro che, con le nostre scelte, contribuiamo a costruire. Questo, mi sembra, sia in definitiva il messaggio prioritario da trasferire alle giovani generazioni.

Quando la conversazione si spegne e la sala da pranzo torna lentamente al silenzio, oltre la vetrata la terrazza è ormai immersa nella sera. La cena volge al termine, ma le parole ascoltate continuano a risuonare, lasciando qualcosa che va oltre le risposte e le riflessioni della serata.

Ci congediamo con la consapevolezza che le parole non sono mai soltanto parole. Possono aprire orizzonti o restringerli, alimentare il pensiero oppure assopirlo, aiutarci a comprendere il mondo o renderci più facile rinunciare a interrogarlo.

In una stagione in cui tutto sembra dover essere immediato, in cui le risposte arrivano prima di aver imparato a formulare le domande, la letteratura ci ricorda il valore del tempo, della memoria, della fatica di capire. Ci insegna che non tutto può essere ridotto a una formula, che pensare significa anche fermarsi, dubitare, scegliere.

Forse la responsabilità che ci viene consegnata è non smettere di cercare un senso, non rinunciare alla nostra voce, non lasciare che siano altri – o qualcos’altro – a pensare al nostro posto. E ricordare che ciò che leggiamo, ciò che insegniamo e ciò che trasmettiamo non riguarda soltanto il presente, ma contribuisce a dare forma al mondo che verrà.

La serata finisce. Restano la quiete della casa, la terrazza oltre il vetro e le domande che ciascuno porterà con sé. Non occorre trovare subito delle risposte. Basta non smettere di cercarle, con la consapevolezza che ogni scelta, ogni parola e ogni pensiero possono lasciare una traccia.

E allora, che cosa scegliamo di custodire del passato, nel nostro presente? E che cosa vogliamo consegnare a chi verrà dopo di noi?

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( 26 – continua)

Category: Costume e società, Cultura

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