L’APPROFONDIMENTO / FOCUS SUL LIBRO DI ELENA GRANATA, SULL’ ASSERVIMENTO DELLE CITTA’ ALL’ “architettura ostile”, FRA PANCHINE DISMESSE E VERDE PUBBLICO SACRIFICATO. E A LECCE, A QUALCUNO FISCHIANO LE ORECCHIE?

(g.p.) ________________-
Pubblichiamo qui di seguito alcuni passaggi dell’articolo di Riccardo Staglianò uscito oggi sul settimanale Venerdì di Repubblica, dedicato al libro edito da Einaudi di Elena Granata “La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo“, con altri stralci di recensioni e commenti, reperiti con una ricerca internet, ad esso dedicati.
IL VENERDI’ DI REPUBBLICA
Panchine scomparse per non far sostare le persone. Spazi gratuiti ridotti. Dissuasori sonori anti-movida. Irrigazioni anti-clochard. Le metropoli sono cambiate, «e non in meglio», come spiega l’urbanista del Politecnico di Milano Elena Granata nel suo ‘La città è di tutti’ (Einaudi). O meglio lo era: perché “l’architettura ostile”, o difensiva che dir si voglia, ha ingaggiato da decenni una lotta a bassa intensità contro migranti, poveri, ma anche bambini e tutti quelli che non vogliono o possono spendere per ogni singola utilità che il luogo dove viviamo è in grado di offrire.
LA PAZIENZA ARTI E LIBRI
Se non consumi, non esisti. È questo il messaggio che lo spazio urbano ripete ogni giorno: si paga il tempo libero, la sosta, lo sport, la mobilità, persino la natura. Sedersi all’ombra, bere da una fontana, giocare a palla in un cortile diventano gesti sempre piú rari nelle nostre città.
È tempo di riscrivere una grammatica del possibile: ciò che nello spazio pubblico può e deve essere accessibile, gratuito, di tutti. In questo libro Elena Granata guarda al futuro partendo dai segni già presenti nel nostro tempo, tra idee e innovazioni che ridisegnano il modo di vivere insieme. Beni da scambiare e condividere, da usare senza possedere; una dimensione legata al tempo liberato e alle relazioni.
Nuovi bisogni legati all’abitare, che non è solo avere una casa, ma condividere tempi e spazi con una comunità piú ampia. Soprattutto nelle nuove generazioni prende forma il desiderio di una vita diversa, piú libera, piú collaborativa.
Per questo è urgente una contronarrazione: il racconto di un’altra idea di città.
EINAUDI EDITORE
Oggi, in molte delle nostre città, si paga il tempo libero, la sosta, lo sport, la mobilità, persino la natura. Il sottotesto è: se non consumi, non esisti. È tempo di riscrivere una grammatica del possibile: ciò che nello spazio pubblico può e deve essere accessibile, gratuito, di tutti.
SINTESI. LABORATORIO SOCIALE E CULTURALE
Da “La città è di tutti” di Elena Granata emerge una tesi potente: il calo delle nascite non è solo economico o individuale. È anche una questione di città.
1. La prossemica dello spazio conta.
Il modo in cui viviamo gli spazi – quartieri senza bambini, case isolate, reti sociali fragili – cambia la percezione della genitorialità. Se non vediamo famiglie attorno a noi, avere figli smette di sembrare una scelta “naturale”. La riproduzione è anche un fatto ambientale.
2. Il fertility gap è (anche) culturale
Le persone dichiarano di voler più figli di quanti poi ne abbiano davvero. Questo divario non dipende solo da reddito o lavoro, ma da modelli culturali, solitudine urbana e mancanza di comunità quotidiana.
3. Playing out: quando la città cambia, cambiano le relazioni.
Strade temporaneamente pedonalizzate e restituite al gioco mostrano che lo spazio pubblico può generare fiducia, incontro, vicinanza. Non è solo urbanistica: è infrastruttura sociale che rende l’infanzia visibile e condivisa.
LUCA GALOFARO
L’architettura contemporanea si è lasciata sedurre dal mercato. Ha smesso di essere un gesto necessario, civile, e si è fatta merce tra le merci, contribuendo a svuotare la città della sua anima collettiva.
Elena Granata osserva un altro sintomo di questa trasformazione: tutto si compra, tutto si misura, tutto si paga. La città diventa un dispositivo che ripete, ossessivo: se non consumi, non esisti. Si paga per fermarsi, per muoversi, per giocare, per respirare un po’ di verde. Anche l’ombra, anche l’acqua, anche il tempo sembrano aver perso la loro innocenza.
E allora i gesti più semplici — sedersi, bere, correre, stare — diventano eccezioni, quasi atti sovversivi.
Questo libro non propone soluzioni facili, ma apre uno spazio di possibilità. Invita a immaginare una nuova grammatica, fatta di cose elementari e condivise, dove lo spazio pubblico torna a essere di tutti, senza prezzo e senza condizioni. Un piccolo manifesto, necessario, per ricominciare a pensare la città come luogo umano, prima che economico.
MARIA CLAUDIA RAMPICONI
Ho iniziato a leggere questo libro ed è come se mi togliesse continuamente parole dalla bocca e aprisse cassetti nella testa per troppo tempo chiusi.
Se ci ricordiamo bene, il primo provvedimento del primo mandato dell’amministrazione comunale qui a Grosseto fu rimuovere le panchine di porta Corsica (era il 2017) e da lì si sono succedute negli anni altre scelte anche geometrico-urbanistiche tipo le panchine senza schienale del parchetto davanti al Sacro Cuore e altri interventi di “decoro urbano”. Per sottrazione, principalmente.
Non parliamo poi degli alberi e della cura del verde.
Queste scelte non sono solo grossetane, ma tracciano una rotta precisa, che sto ritrovando perfettamente delineata in questo volume: la continua mercificazione del vivere quotidiano e la sostanziale cancellazione dello spazio pubblico.
Perché se poi, ad esempio, ci interroghiamo sul perché non ci sono tanti bambini in giro, perché nessuno di loro palleggia più a niente nei cortili – che sia pallone da calcio o pallina da tennis – bisogna per forza chiedersi chi e perché ha fatto “sparire” questi bambini dalla scena sociale per catapultarli ad esempio in tante palestre, piste o palazzetti a orari precisi.
Così come ci si dovrebbe chiedere dove sono tante persone anziane che su tante panchine diverse erano solite trascorrere molto tempo. Dove sono finite anche le case da abitare senza comprarle, da scambiare e da recuperare (prima di costruirne centinaia di altre, pure). Dov’è finito lo spazio-comunità, praticamente. E dov’è finita la comunità stessa, senza questi spazi di libera aggregazione.
“Città affollate di persone sole”, si intitola un altro capitolo del libro: solitudini schiacciate da una logica performante imposta a poco a poco: pagare per avere, produrre per essere, esserci (nei posti “giusti”) per non scomparire.
Mi sembra un tema parecchio urgente da affrontare.
MARCO GIOVANNELLI
Quale sia l’orizzonte è chiaro dalla prima pagina, quando Elena Granata sceglie una frase di Alex Langer per aprire il proprio saggio:
“In una società dove tutto è diventato merce, e dove chi ha i soldi può comprare e stare meglio, occorre la riabilitazione del «gratuito», di ciò che si può usare ma non comprare”.
Se non consumi, non esisti. È questo il messaggio che lo spazio urbano ripete ogni giorno: si paga il tempo libero, la sosta, lo sport, la mobilità, persino la natura. Sedersi all’ombra, bere da una fontana, giocare a palla in un cortile diventano gesti sempre più rari nelle nostre città.
Nel suo nuovo libro, Elena Granata, docente del Politecnico di Milano, vicepresidente della Scuola di Economia Civile, ci accompagna in una riflessione necessaria. Ricostruisce come la forma delle città moderne sia nata dentro i principi di uguaglianza dell’Illuminismo e come oggi questi stessi principi siano messi in discussione da architetture ostili, privatizzazioni diffuse e una visione riduttiva dello spazio urbano.
Nella conversazione con Paolo Bovio e Stefano Daelli emerge con forza un’idea semplice ma radicale: il valore del gratuito non è un residuo del passato, ma una chiave per il futuro.
Ripensare la città significa allora ripensare le priorità:
meno consumo, più accesso;
meno controllo, più fiducia;
meno esclusione, più comunità.
FUTURE4CITIES
È possibile trascorrere del tempo di qualità nelle nostre città senza mettere mano al portafogli? La realtà è che è sempre più complicato, soprattutto nelle metropoli. La dimensione del consumo ha gradualmente rosicchiato lo spazio pubblico urbano, trasformando quasi ogni esperienza in un’occasione per acquistare.
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