L’intervista di Valerio Melcore a Giovanna Adelardi autrice del libro “Riconosci il polo opposto”
Vi sono testi che nascono per compiacere il lettore e altri che, fin dalle prime pagine, si propongono come un vero e proprio corpo a corpo con le nostre certezze più radicate. È indubbiamente a questa seconda categoria che appartiene Riconosci il polo opposto, l’opera di Giovanna Adelardi, da poco sbarcata sul mercato editoriale indipendente di Amazon. Più che un libro, ci troviamo di fronte a un manuale di autodifesa. Ma si badi bene, non un’arma da sfoderare contro il proprio partner, bensì uno scudo contro i nostri stessi demoni, primo fra tutti il terrore atavico di restare soli.
L’autrice, con una franchezza quasi chirurgica, chiede a chi legge di chiudere gli occhi e sottoporsi a un interrogatorio intimo. Tra le tante provocazioni, una in particolare colpisce con la forza di un gancio ben assestato: “Se sapessi che lasciando il tuo attuale partner ne troveresti subito un altro che rispondesse meglio alle tue esigenze, cosa faresti? Continueresti ad accontentarti di quello che hai?”
È una domanda pericolosa, capace di innescare le fantasie più inconfessabili. E così, quasi per riflesso condizionato, la mente prende il largo. Si comincia a tratteggiare l’impossibile: una compagna vent’anni più giovane, dal fisico mozzafiato e con il volto diafano di una Madonna del Botticelli. Una musa tollerante, che non sollevi obiezioni sull’andare a teatro o ai concerti, e che magari padroneggi con disinvoltura le 64 posizioni del Kamasutra.
La mente, si sa, ama nobilitare i propri istinti con l’erudizione. Dunque, non si tratta di semplice lussuria, ma di un recupero filologico della cultura vedica e induista, dove il numero 64 possiede un valore simbolico formidabile. La donna ideale non è solo un corpo, ma un’intellettuale che domina le 64 arti tradizionali richieste a una persona colta dell’antichità (dalla musica alla danza, dalla poesia alla cucina). In quella temperie culturale, associare l’eros a questo numero significava elevare l’atto fisico a una forma d’arte suprema e di profonda conoscenza spirituale. Un ritorno al nucleo storico originale tracciato da Vatsyayana, ben prima che i manualetti moderni lo svilissero con centinaia di varianti improbabili.
Mentre l’immaginazione veleggia rapita verso questa magnifica creatura dalla voce celestiale, accade l’inevitabile.
SBAAM!
Una voce assai poco celestiale e tremendamente prosaica ci riporta alla gravità terrestre. Non è dato sapere se sia il fischio del subconscio o il monito di una memoria ancestrale incisa nel DNA, ma si esprime con la ruvida ineluttabilità dell’antica lingua salentina: “Ci stae buenu e bae cercandu uai – sia benedittu diu ca li li tai”. Per chi non avesse dimestichezza con la sintesi lapidaria del Sud, il concetto è cristallino: chi sta bene a casa sua è meglio che resti dov’è, senza andare in giro in cerca di guai; e se lo fa, merita tutto ciò che gli pioverà addosso.
Questa brusca collisione tra il misticismo orientale e il granitico pragmatismo nostrano ci riporta al cuore della questione e all’assunto che, fin dalla notte dei tempi, governa l’umanità: gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere. Vi è un’intrinseca, incolmabile differenza di vedute, di sentire e di amare che nessuna cultura, legge o fantasia potrà mai azzerare.
Ed è esattamente qui, nell’accettazione di questa ineluttabile dicotomia, che si inserisce il lavoro della Adelardi. Viviamo in un’epoca asfissiata da polarizzazioni assolute: bianchi e neri, torti e ragioni, noi e loro. Una logica da curva sud che incide in modo nefasto anche sull’ecosistema della coppia.
Il titolo del saggio è una dichiarazione d’intenti che prende in prestito un ineludibile postulato della fisica, ossia i poli opposti si attraggono. Nelle relazioni umane e nella nostra stessa psiche, al contrario, spesso questi poli si logorano in battaglie estenuanti prima di arrivare a comprendersi. L’autrice ci accompagna in un’esplorazione profonda, invitandoci a un drastico cambio di paradigma. Che si tratti dell’Altro da noi il compagno che ci fa ammattire, o di quella “zona d’ombra” che nascondiamo ostinatamente nello scantinato dell’anima, l’obiettivo non è sconfiggere la diversità, ma integrarla. Non annullare la distanza, ma comprendere, e magari governare, la forza magnetica che la genera.
Scegliendo l’immediatezza e la libertà del self-publishing, l’autrice scavalca le liturgie e i tempi morti dell’editoria tradizionale. Il risultato è una prosa fresca, diretta e felicemente immune da ogni retorica pre-confezionata. Riconosci il polo opposto si rivolge a chi ha ormai smesso di cercare risposte rassicuranti e ha iniziato a frequentare il territorio delle domande scomode. È l’invito a guardare oltre la superficie delle nostre pigre certezze, per scoprire che, molto spesso, ciò da cui fuggiamo con maggiore foga è l’esatto tassello che ci manca per essere finalmente interi. Un volume da tenere sul comodino, a patto di non aver paura di guardare in faccia il proprio, personalissimo, magnete. E di ricordarsi, prima di sognare impossibili Madonne vediche, che a volte è meglio tenersi cari i propri, ben noti, guai.
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