I VECCHI LIBRI NON MUOIONO MAI / PAPERON DE PAPERONI SPIEGATO DA DINO BUZZATI IN UN OSCAR MONDADORI

di Raffaele Polo _____________
All’esame di lettertura Italiana, il secondo, con il professor Mario Marti, al termine della seduta fu proprio lui, il professore, a chiedermi così, senza parere: “ E lei, quale scrittore preferisce? Moravia, naturalmente…” Io, senza esitare, proclamai pubblicamente: “Buzzati, senza dubbio. Mi piace ‘Il Deserto dei Tartari’, ma soprattutto ‘Un amore’…”
Temetti di essermi compromesso, ma il viso di Marti, mentre mi firmava il libretto (trenta e lode!) mi rassicurò: sorridendo, condivise la mia affermazione…
Eravamo nel 1970 ed era da poco uscito un intrigante Oscar Mondadori dal titolo onnicomprensivo: ‘Vita e dollari di Paperon De Paperoni’, dove la prefazione era un vero e proprio capolavoro del mio scrittore preferito. Senza vergognarsi di parlare di fumetti (a quei tempi gli intellettuali mai e poi mai avrebbero speso una parola per quel settore editoriale reputato privo di qualsiasi appeal culturale) Buzzati riusciva a spiegarci Paperone, il mondo dei Paperi di Disney e la società contemporanea, dove la ricchezza veniva insultata e bandita ma dove un Paperone, onesto avaro pieno di soldi, emerge per la sua incrollabile coerenza, senza indietreggiare di un millimetro, ma sempre più orgoglioso del suo successo…
Prima di leggere questo testo, onestamente, Paperone ci faceva semplicemente sorridere: era il solito personaggio che, sulla scorta dei suoi predecessori, da Moliere a Dickens, rappresentava un vezzo di quella ‘Classe agiata’ così ben descritta da Veblen.
E adesso, invece, lo riscoprivamo in un tuttuno ricco di sfaccettatura e ci accorgevamo anche, grazie alle storie e ai disegni di Carl Barks (le sette storie pubblicate erano state realizzate negli anni dal 1949 al 1954 ) che Paperone aveva un cuore, un amore, del sentimento e non era solo un avaro, e basta. Ma, grazie all’analisi serena e ironica di Buzzati, smetteva di essere solo un ‘personaggio dei fumetti’ per approdare a molto, molto di più.
Ancora una volta, insomma, Buzzati aveva colpito giusto: e seguimmo le sue risposte ai quesiti che gli ponevano i più giovani, in una rubrica dal titolo ‘I Perché di Dino Buzzati’ apparsa sul Corriere dei Piccoli proprio negli anni 1968-69. E ricordo ancora una domanda a cui, onestamente, non avrei saputo rispondere: “Perché i grandi quando dicono “forse” vogliono dire “mai”?”.
Scrissi una lettera a Dino Buzzati e gli chiesi una sua foto con autografo. Me la inviò con una annotazione scritta col pennarello: “Io non sono Morandi o Celentano, ma ecco la mia brutta faccia dell’estate scorsa”. Quella foto ce l’ho ancora e fa parte della mia vita.
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( 11 – continua )

























