INDOVINA CHI VIENE A CENA? / L’INTEGRAZIONE E’ UN PERCORSO DI AVVICINAMENTO RECIPROCO A SENSO UNICO ALTERNATO

| 18 Luglio 2026 | 0 Comments

di Emanuela Boccassini ______________

Accogliere non è un gesto irrilevante.
È un lavoro che si muove tra regole e persone, tra ciò che è scritto e ciò che accade davvero.

Se nella cena di venerdì scorso abbiamo seguito le tracce di ciò che si porta con sé quando si parte, questa volta lo sguardo si sposta dall’altra parte del tavolo: su chi ospita, su chi ogni giorno si occupa di rendere possibile un incontro.

L’accoglienza è fatta di procedure, di ascolto, di mediazioni continue, di equilibri fragili tra norme e bisogni reali. E dentro questo spazio, spesso invisibile, lavorano persone che fanno da ponte: tra lingue, tra aspettative, tra paure e possibilità.

Questa sera la tavola non racconta più il viaggio. Racconta ciò che succede dopo. Quando qualcuno arriva. E qualcun altro deve imparare, ogni giorno, a rendere possibile una convivenza.

Prima di apparecchiare, questa sera ho riflettuto a lungo, perché lo scopo di ogni cena è far dialogare tra loro tutti gli elementi che la compongono: atmosfera, menù e tavola. Ho cercato di unire ciò che apparentemente sembra distante, ma che, se osservato con attenzione, parla la stessa lingua: il cibo, la convivialità, l’apertura.

Ho eliminato la tovaglia per lasciare in evidenza il tavolo in legno realizzato da mio figlio. Un piano vivo, che porta già da sé una storia.

Sopra, un runner in canapa color zafferano attraversa la lunghezza della tavola come una traccia luminosa, quasi a disegnarne il respiro. Al centro, la Tabaa, una coppa marocchina in ceramica nei toni della terra, accoglie melograni spaccati e rami di ulivo fresco. Un insieme che richiama un tempo più lento, fatto di gesti indispensabili e materiali semplici. I piatti bianchi, essenziali, sono appoggiati direttamente sul legno, ai lati del runner. I tovaglioli di lino grezzo sono chiusi con un filo di canapa. Accanto, bicchieri in vetro fumé per acqua e vino. Le posate in acciaio opaco introducono una nota più fredda e precisa, una presenza discreta che bilancia la materia più calda della tavola. Il vetro fumé e l’acciaio riflettono in modo netto la luce delle candele basse, inserite in piccoli contenitori della stessa sfumatura grigio fumo, creando punti luminosi che si muovono sul legno nudo come segni intermittenti.

La musica dei Kíla, con la sua combinazione di strumenti tradizionali acustici e ritmi ancestrali, porta in tavola una vibrazione radicata, fatta di terra, legno e movimento. Un suono che non accompagna soltanto, ma sembra attraversare lo spazio, rendendolo più caldo e vivo.

Il mio solito passo indietro per avere una visione d’insieme. Sembra funzionare tutto.

Il citofono mi comunica l’arrivo della mia ospite, Sabrina Spedicato, una volontaria per vocazione che da più di trent’anni si dedica agli altri.

È volontaria presso il centro d’ascolto della chiesa di Sant’Antonio Fulgenzio, dove fa anche catechismo e canta nel coro parrocchiale. È volontaria, da una ventina d’anni, al CAV (Centro Aiuto Alla Vita, dove i volontari accolgono, si prendono cura, ascoltano, amano, per far crescere, come delle mamme). Le piace avere un contatto umano, soprattutto con i bambini, perché crede che abbiamo quella gioia spontanea in grado di tirare su chiunque.

Apro e la attendo, sorridente, sulla soglia della porta.

Ci salutiamo, poi l’accompagno verso la terrazza, già pronta ad accoglierla.

Porto in tavola piccoli involtini di pasta croccante. All’apparenza ricordano un gesto lontano, quasi familiare in altre cucine del mondo, ma dentro raccontano altro. Cime di rapa stufate, intense e leggermente amare, incontrano la morbidezza della stracciatella. È un contrasto che non vuole armonia perfetta, ma convivenza. La croccantezza avvolge tutto come una superficie che protegge senza nascondere. E mentre il primo assaggio rompe la sfoglia, la conversazione si apre.

Nel tuo lavoro l’incontro con persone provenienti da culture diverse passa prima di tutto attraverso la relazione. Quali sono le difficoltà che emergono più spesso nella comunicazione e quanto conta, secondo la tua esperienza, l’atteggiamento di chi accoglie nel far sentire una persona davvero inclusa?

La prima cosa che mi colpisce è che molte donne straniere arrivano accompagnate dai mariti e spesso sono gli uomini a parlare per loro. Questo accade soprattutto con donne provenienti dall’Asia, mentre le donne africane sembrano, generalmente, più autonome, sicure e capaci di gestire il dialogo.

Nella mia esperienza, però, ho capito che le difficoltà di comunicazione non dipendono soltanto da chi arriva, ma anche da chi accoglie. Quando incontriamo una persona proveniente da un’altra cultura, siamo noi per primi a dover compiere uno sforzo di avvicinamento. L’inclusione nasce dall’empatia, dall’ascolto, dalla capacità di mettersi nei panni dell’altro e di farlo sentire accolto e rispettato.

Naturalmente la lingua può rappresentare un ostacolo importante. A volte l’incomprensione genera frustrazione da entrambe le parti e rende più difficile la relazione. Tuttavia credo che l’elemento decisivo resti il modo in cui ci poniamo. Se una persona percepisce rispetto, attenzione e disponibilità, le distanze si riducono e il dialogo diventa possibile.

Per questo ritengo che l’inclusione non sia soltanto un compito di chi arriva, ma anche di chi accoglie. È nella qualità della relazione che si costruisce la possibilità di sentirsi parte di una comunità”.

Riflettendo sulla conversazione avuta con Sumaia la scorsa settimana durante la cena precedente, mi sono resa conto di quanto siano importanti la solidarietà e l’empatia. Quest’ultima, forse, è una delle parole chiave della nostra esistenza. Solo quando siamo disposti ad ascoltare davvero l’altro, a sospendere il giudizio e a fare un passo nella sua direzione, riusciamo a superare quelle barriere – linguistiche, culturali o semplicemente umane – che spesso complicano le relazioni.

Mentre queste riflessioni prendono forma, porto in tavola il primo piatto. Gnocchi di patate, semplici e riconoscibili, immersi in un brodo profumato allo zenzero, cipollotto e un filo di salsa di soia. Non appartengono a un solo luogo. Hanno attraversato distanze senza perdere la loro identità essenziale. Il cucchiaio porta alla bocca qualcosa che assomiglia a un passaggio: un cibo che non si limita a nutrire, ma fa sentire a casa. Ed è proprio nel vapore che sale dalla ciotola, mentre sapori familiari e inattesi si mescolano senza confondersi, che trova spazio la seconda domanda.

Ti è mai capitato un momento in cui hai capito che la distanza culturale era solo un paravento, e qual è la situazione più concreta, quasi banale, in cui vedi nascere un fraintendimento feroce a causa di un codice non condiviso?

Fraintendimenti feroci, no, assolutamente. Nell’esperienza del volontariato ciò che dovrebbe contraddistinguerci sono prima di tutto l’ascolto e l’accoglienza, la disponibilità a comprendere l’altro e, allo stesso tempo, a lasciarsi comprendere. In una società sempre più multietnica e interculturale prevalgono spesso sentimenti di estraneità e di insicurezza, alimentati da incomprensioni e difficoltà comunicative. Si tende a pensare che l’integrazione coincida con l’assimilazione, cioè con il progressivo assorbimento di un gruppo culturale all’interno di un altro. Io credo, invece, che l’integrazione sia un processo a ‘doppio senso alternato’: un percorso di reciproco avvicinamento, nel rispetto delle regole e delle differenze.

Tutto questo è possibile soltanto se si è capaci di ascoltare. E l’ascolto non passa esclusivamente attraverso una lingua comune, per quanto essa sia importante. Si ascolta anche attraverso i linguaggi della prossimità, del rispetto, della gentilezza e dell’attenzione verso l’altro.

Ciò che conta davvero è la qualità dell’incontro: la capacità di comprendere chi siamo e chi abbiamo davanti. E spesso davanti a noi ci sono persone che hanno lasciato affetti, tradizioni, suoni, profumi e sapori per inseguire la speranza di una vita migliore“.

Mentre ascolto Sabrina, mi accorgo che l’integrazione di cui parla assomiglia più a una lunga cottura che a un cambiamento improvviso. Non chiede di diventare uguali, ma di restare abbastanza vicini da trasformarsi senza perdere se stessi. Il tempo cambia ritmo. Lo stracotto è una pietanza che ha bisogno di ore per diventare ciò che è.

La carne si scioglie, insieme a cipolle dolci, cumino e prugne che si sono trasformate in una densità quasi scura. Il sapore racconta storie antiche generatesi nel tempo e con gesti misurati.

E da questa lentezza nasce la terza domanda.

Nel tuo lavoro fai costantemente da imbuto e da ponte. In questo equilibrio sottile, cosa pesa di più sulle tue spalle alla fine della giornata: la rigidità delle regole burocratiche o il carico emotivo delle persone che incontri?

Sicuramente la burocrazia c’è e, a volte, pesa, nonostante la nostra vocazione sia quella del volontariato. Tuttavia, alla fine della giornata, ciò che lascia il segno non sono tanto le procedure, quanto il coinvolgimento umano. Quando ti trovi ad ascoltare storie difficili, situazioni drammatiche, scelte di vita che spesso sono anche scelte di sopravvivenza, il carico emotivo diventa molto forte.

Ci sono giornate in cui si torna a casa con una sensazione di svuotamento. Accade soprattutto quando non si riesce a trovare una soluzione concreta ai problemi delle persone che si rivolgono a noi. In quei momenti emerge un profondo senso di impotenza: vorresti fare di più, ma ti scontri con limiti che non sempre dipendono dalla tua volontà.

A volte si tratta di questioni apparentemente piccole. Penso, per esempio, a una giovane donna che ha bisogno di un particolare tipo di latte per il proprio bambino. Sembra una richiesta semplice, ma trovare il modo di soddisfarla nel rispetto delle procedure, delle convenzioni e della necessaria trasparenza nell’utilizzo delle risorse richiede tempo e attenzione. I fondi che gestiamo provengono da donazioni, dal cinque per mille e dalla generosità di tante persone: per questo ogni scelta deve essere corretta e trasparente.

So che una soluzione a quel problema specifico la troverò. Più difficile, invece, è trovare una risposta al peso emotivo che certe storie lasciano dentro di noi. È quello il carico più complesso da gestire, perché non esistono procedure o regolamenti capaci di alleggerirlo”.

La cena si ferma. Non perché finisca qualcosa, ma perché serve spazio. Il sorbetto arriva come una soglia: separa senza interrompere, pulisce senza cancellare. Le parole dette fino a questo momento non spariscono. Semplicemente si posano.

E in realtà non si posano leggere. Restano addosso, perché quello che ho ascoltato riguarda un peso invisibile: il lato meno raccontato di chi si prende cura degli altri. La fatica di reggere storie difficili, di affrontare bisogni urgenti, di confrontarsi con limiti che non sempre permettono una risposta. Non è solo una questione organizzativa o burocratica: è un carico umano, che si accumula silenziosamente. Il sorbetto non cancella le parole di Sabrina, ma concede una pausa, giusto il tempo di tornare a respirare.

Dopo un po’ arriva il dolce. Le frittelle sono ancora calde. Mela e cannella riconducono a qualcosa di domestico, quasi familiare. Accanto, il latte di cocco introduce un’altra memoria, più distante, più morbida. Non si oppongono. Si cercano.

E nel punto esatto in cui si incontrano, la serata trova la sua ultima domanda.

Ci sono dinamiche di questo mondo che non si riescono mai a spiegare a parole a chi non le attraversa, ma si possono solo far vivere. Dopo anni spesi in questo settore, c’è una verità semplice che questo lavoro ti ha insegnato sugli esseri umani in generale, al di là di ogni provenienza, passaporto o confine?

Credo che nella ricerca della verità emerga un’idea fondamentale: quella dell’essere umano come unico e irripetibile, fin dal concepimento. Per me questa è una verità essenziale, che dà senso allo sguardo con cui ci si avvicina all’altro.

Ancora oggi molte mamme mi mandano le fotografie dei loro bambini, ormai cresciuti. Questo mi procura una profonda soddisfazione, perché mi fa sentire che, in qualche modo, abbiamo accompagnato tante donne in un percorso difficile ma prezioso: quello di portare avanti una gravidanza, di crescere i propri figli, di affrontare scelte importanti.

Alcune di loro ci hanno poi chiesto anche di battezzare i loro bambini. In quei momenti ciò che conta, al di là delle differenze di credo, è il gesto dell’affidamento: il fatto che ci consegnino ciò che hanno di più caro, i loro figli. È una responsabilità grande, che sento profondamente.

Abbiamo battezzato anche bambini di famiglie musulmane. Ovviamente ciascuno mantiene la propria visione religiosa, ma ciò che resta centrale, in questi incontri, è il rapporto di fiducia che si crea e la possibilità di accompagnare la crescita di una vita che ci viene affidata”.

Gli occhi le brillano mentre mi risponde. Nel suo sguardo si concentra l’impegno – suo e di tutti i volontari – e insieme la soddisfazione che nasce quando le fatiche trovano un senso nella vita degli altri.

Quando tutto finisce, resta il tavolo. Non come oggetto, ma come traccia. Un luogo temporaneo in cui ingredienti, storie e persone hanno provato a riconoscersi senza somigliarsi del tutto.

Non si tratta di capire tutto. Si tratta di restare abbastanza a lungo da ascoltare davvero. E, a volte, basta questo per cambiare il modo in cui si sta al mondo.

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( 11 – continua )

Category: Costume e società, Cultura

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