INDOVINA CHI VIENE A CENA? / INNAMORAMENTO E AMORE

di Emanuela Boccassini ________________
A tavola, in Salento, siamo abituati a far sedere la storia insieme al presente. Ma se osserviamo da vicino ciò che accade ai matrimoni in Italia, scopriamo che l’album di famiglia sta cambiando colore. I dati ISTAT raccontano una realtà chiara: il matrimonio non è scomparso, ma ha cambiato forma. Oggi ci si sposa meno e sempre più tardi. L’età media alle prime nozze supera i 34 anni per gli uomini e i 32 per le donne: un tempo più lungo per costruire stabilità prima della scelta. La maggior parte delle unioni è oggi civile e il fenomeno si è ridotto soprattutto nel Mezzogiorno, dove un tempo era più radicato.
Accanto a questo, crescono i matrimoni misti e i secondi matrimoni, mentre i divorzi registrano un lieve calo.
Forse, in un tempo in cui il matrimonio non è più un passaggio obbligato, chi lo sceglie lo fa con maggiore consapevolezza. Meno inerzia, più intenzione.
Il matrimonio, secondo me, è coesistenza di due individualità che si incontrano senza annullarsi. Si compenetrano, si comprendono, a volte si sostengono, altre si urtano. Ma sempre nel tentativo di non far prevalere l’uno sull’altro. È un dialogo difficile, che non sempre scorre con naturalezza. A volte sembra quasi di non parlare la stessa lingua, eppure si continua a cercare un punto di contatto. Anche quando è faticoso.
La tavola nasce da un’idea semplice: raccontare una relazione attraverso le differenze che la tengono in equilibrio. La tovaglia di lino naturale, in una tonalità sabbia chiara, leggermente materica, lascia intravedere la superficie sottostante e accoglie tutto senza sovrastare le stoviglie. Al centro, i ranuncoli si dispongono in piccoli gruppi, in modo non simmetrico. I loro colori riprendono quelli delle stoviglie, come se ogni elemento trovasse un’eco nell’altro senza mai diventare identico. Non c’è un ordine rigido, ma una sorta di dialogo silenzioso tra presenze diverse che condividono lo stesso spazio.
Ad attraversare la composizione, come un segno leggero tracciato a mano, scorre un filo vegetale. Non divide, non separa, ma collega. È una linea imperfetta che unisce i punti della tavola senza uniformarli, ricordando che ciò che tiene insieme non è mai la somiglianza, ma la continuità del tentativo.
Ogni posto a tavola riprende questo principio. I piatti non sono tutti uguali: il piano e il fondo dialogano attraverso il colore, diversi ma pensati per stare insieme. Il piatto piano è in terracotta, caldo e materico, mentre il fondo si muove su tonalità crema, più morbide e luminose. Colori differenti che si incontrano senza forzarsi, trovando un equilibrio naturale, come accade quando le differenze non si oppongono ma si riconoscono. Anche i bicchieri seguono lo stesso principio. Hanno la stessa forma, ma si distinguono nelle tonalità, come due sguardi che osservano la stessa realtà da angolazioni diverse.
Anche i tovaglioli, pur identici nel tessuto, cambiano leggermente nella piega. Piccole differenze quasi invisibili, ma sufficienti a ricordare che nessun gesto si ripete mai nello stesso modo.
La luce arriva da un solo punto laterale, basso e scivola obliqua sulla superficie. Non illumina tutto: seleziona. Alcuni dettagli emergono con chiarezza, altri restano appena accennati, come se la scena non volesse mai mostrarsi del tutto in una sola volta.
I ranuncoli al centro prendono vita proprio da questo taglio di luce, i colori delle stoviglie si rispondono senza mai sovrapporsi completamente. Il filo vegetale che attraversa la composizione si intuisce: una linea discreta che tiene insieme senza costringere.
Mi allontano di qualche passo. È il solito gesto per capire se l’insieme regge da lontano.
La tavola sembra perfetta nella sua imperfezione.
Il citofono interrompe il silenzio.

È arrivata la mia ospite Silvana Cassar, una professionista che della relazione e della comunicazione ha fatto una missione ultraventennale. Consulente Familiare diplomatasi presso la Scuola di Formazione di Roma, ha maturato una profonda esperienza clinica e umana lavorando per sedici anni nei consultori del territorio jonico. Il suo sguardo attento sulle dinamiche di coppia e familiari affonda le radici in un costante aggiornamento scientifico, che spazia dall’analisi della violenza intrafamiliare alla gestione della conflittualità, fino alle nuove sfide educative e alle crisi della genitorialità. Una competenza poliedrica, la sua, affinata anche nel sociale come educatrice e nel delicato ruolo di Giudice Popolare presso la Corte d’Assise, che le permette di leggere i disagi contemporanei con straordinaria lucidità e profonda empatia.
Dal 2026 ha scelto di mettere la sua esperienza a servizio del territorio salentino, collaborando con il Consultorio Diocesano “La Famiglia” di Lecce. Un ingresso speciale, nato prima da un incontro privato e trasformatosi poi, su invito della direttrice Simona e della presidente Cristiana, in una stretta collaborazione professionale come socia effettiva, dopo aver vissuto quel delicato periodo di affiancamento e reciproca conoscenza che all’interno del consultorio chiamano, con una bellissima espressione, tempo di “innamoramento”.
Conduco Silvana sulla terrazza che appare poco alla volta. Prima il profilo dei fiori, poi il riflesso sui bicchieri, poi le differenze tra gli oggetti: non subito evidenti, ma inevitabili quando lo sguardo si ferma. Non c’è effetto scenico. C’è una progressiva messa a fuoco.
Mi fermo un istante.
Penso che alcune cose non funzionano perché devono essere uguali, ma perché riescono a restare diverse senza perdersi.
Ho scelto come antipasto un piatto che non costruisce, ma rivela. Non sovraccarica, ma rappresenta la chiarezza. Un gesto semplice, quasi essenziale, come l’inizio di ogni incontro in cui si prova a capirsi senza ancora conoscersi davvero. Poggio sul tavolo un carpaccio di ricciola: sottile, diretto, senza sovrastrutture. Qualcosa che non nasconde e non interpreta, ma si offre per quello che è. Ed è da qui che si può cominciare: da ciò che non pretende di essere altro.
Oggi, secondo te, cosa tiene davvero insieme due persone che decidono di condividere la vita?
“Premettendo che oggi proprio per la diversità di interpretare da parte di ciascuno la propria vita, non vi è un solo elemento motivante. È bene partire da ciò che ha spinto la singola coppia a mettersi insieme per condividere il proprio futuro. Ciascuno di noi nella scelta dell’altro o dell’altra è partito dal proprio bisogno di amare e di essere amato. Da qui inizia il percorso per la scelta del partner, un cammino che si basa sia sui nostri bisogni consci e inconsci, sia sulla percezione dell’altro come persona disposta alla cura, all’ascolto e ad assumere un ruolo speciale nei nostri confronti. Così, quando si decide di vivere la propria idea d’amore con qualcuno, è proprio la piena consapevolezza del bisogno d’amore che rende solidale e duratura la scelta. Infatti, nelle coppie che restano unite nel tempo, basta la continua consapevolezza di quel bisogno, capace di ricontrattarsi e rinnovarsi giorno dopo giorno.
Quindi non c’è un solo ingrediente, ma un insieme di dinamiche relazionali come la comunicazione efficace – cioè il dialogo senza rancore –, gli obiettivi e i valori condivisi – guardare cioè tutti e due nella stessa direzione, fare progetti insieme – rispetto, fiducia reciproca e la crescita personale. Quest’ultima è anche crescita di unione, perché non c’è crescita personale che non implichi, poi, anche una crescita nell’unione della coppia e della famiglia“.
Sorrido e servo il primo. Un aspetto fondamentale del matrimonio è l’insieme di elementi diversi tra di loro ed è per questo che il piatto arriva come una costruzione lenta, fatta di strati che si sovrappongono senza mai annullarsi del tutto. La parmigiana di melanzane assorbe, trattiene, cambia consistenza a seconda di ciò che la circonda. Non è un piatto immediato. Ha bisogno di tempo, di equilibrio, di riposo. Ed è proprio questo che lo rende interessante. Nulla si impone, tutto si costruisce.
Nel tempo è cambiato il modo di stare in una relazione stabile? Se sì, cosa è diventato più difficile rispetto al passato?
“Considerando la mia esperienza di consulente familiare coniugale più che decennale, ho potuto constatare che è cambiato il modo di vivere e di stare in una relazione stabile. Prima il rapporto era basato sul dovere, sulla convenzione sociale e una certa stabilità economica. Le donne, un tempo, non avevano il coraggio di dare voce ai propri dubbi o ai propri disagi. C’era una sottile stanchezza, una mortificazione quotidiana nel piegarsi esclusivamente ai bisogni dell’uomo, a quella figura che incarnava il ruolo di marito-padrone. In quel contesto non c’era spazio per la parola: si cercava di stare sempre zitte, schiacciate dal timore del giudizio. E così, la donna soprattutto taceva. Adesso, invece, il modo di vivere la relazione è cambiato: la base è diventata soprattutto l’autorealizzazione, per cui sono diventati primari la felicità individuale e il benessere di sé, a discapito, però, del legame che diventa così più fragile. Oggi il modo di instaurare e vivere una relazione è fortemente influenzato da un modello culturale che enfatizza il diritto dell’individuo alla realizzazione dei propri bisogni, spesso a danno del valore del legame. Diventa così difficile articolare le esigenze del sé con quelle della coppia, soprattutto considerando che la relazione è, di per sé, un processo dinamico. Siamo inseriti in contesti frenetici che, bombardandoci di stimoli socio-ambientali ed educativi, non sempre ci permettono di stare al passo attraverso un’elaborazione consapevole. In passato i cambiamenti erano più a misura d’uomo; oggi, invece, siamo immersi in contesti multi-stimolanti che mettono a dura prova la nostra capacità di elaborare e discernere gli input da cui veniamo assaliti. In questo scenario, la sopravvivenza del legame è determinata dalle basi caratteriali ed educative che ciascun membro della coppia possiede. Per questo diventa indispensabile prendersi cura dell’altro e aiutarlo a crescere, così da affrontare meglio le continue sollecitazioni esterne. Non ultime, tra queste stimolazioni, spiccano ormai nelle dinamiche familiari l’era digitale e i social network. Si è potuto infatti constatare come, in questo momento di profonda crisi per la stabilità della coppia, aumentino sempre più i cosiddetti tradimenti virtuali: relazioni consumate in chat che, pur limitandosi spesso a contatti telefonici, finiscono per logorare il rapporto e sono alla base di moltissime cause di separazione”.
Per secondo porto in tavola un coniglio alla cacciatora. Non ha l’impatto iniziale della costruzione stratificata del piatto precedente, ma racconta un’altra forma di equilibrio: quella che nasce dal tempo. È una preparazione lenta, paziente, che ha bisogno di maturare. La carne assorbe ciò che la circonda, le erbe, il vino, il profumo del soffritto. Non resta mai identica a se stessa, ma non si dissolve nemmeno negli ingredienti. Li trattiene, li attraversa, li trasforma.
È un piatto che parla di convivenza lunga. Non dell’incontro iniziale, né dell’armonia costruita con intenzione, ma di ciò che accade dopo: quando la relazione smette di essere progetto e diventa presenza quotidiana.
Non tutto è armonia immediata. Alcuni sapori restano distinti, altri si fondono senza chiedere permesso. E proprio in questa tensione si riconosce qualcosa di familiare: la capacità di restare insieme senza semplificarsi.
Forse la stabilità non è mai una forma perfetta, ma un adattamento continuo. Un aggiustarsi reciproco che non smette di accadere, anche quando non ce ne accorgiamo più.
Quanto conta oggi la capacità di dialogare e di accettare le differenze dell’altro nella tenuta di una relazione?
“La capacità di dialogare è importantissima infatti la coppia cresce attraverso, non solo gli anni, ma le esperienze personali di ciascun partner – sia in ambito sociale che familiare. Tutto ciò richiede mettere in atto un efficace dialogo comunicativo che tenga conto non solo dell’aspetto tecnico – come uno parla, come si dialoga, i termini che si usano –, ma soprattutto dell’aspetto emozionale che è alla base del nostro bisogno di comunicare. Adottare un’efficace comunicazione che vada bene per quella coppia è essenziale e va imparato e coltivato. In effetti con il dialogo efficace i coniugi si aiutano reciprocamente nelle personali difficoltà, sono capaci di riconoscere l’autonomia dell’altro superando il sentimento del possesso, lo sconforto della diversità dell’altro dall’ideale originario e considerano la diversità dell’altro – nei gusti, negli interessi, nell’ideologia – come un arricchimento della coppia. Ognuno dei due riconosce l’importanza e soprattutto le funzionalità dell’altro nella propria vita. Questo capita quando si usa il dialogo efficace, quello in cui c’è una comunicazione vera, che non serve solo a uno, ma a entrambi per migliorare il rapporto di coppia e far sì che si condivida ciò che è importante nella relazione. È fondamentale dialogare e accettare le differenze dell’altro, se si vuole crescere e mantenere una relazione duratura”.
Porto in tavola il dolce consapevole che la serata sta per sciogliersi nella sua fase finale. Ho scelto qualcosa che non fosse solo conclusivo, ma che potesse tenere insieme ciò che abbiamo attraversato: la struttura e la morbidezza, la solidità e la leggerezza.
Davanti alla mia ospite arriva una mousse all’arancia su base croccante di biscotto, quasi una piccola stratificazione di consistenze. Sotto, una base che sostiene; sopra, una parte più aerea, che cambia al primo cucchiaio.
Mentre il dolce prende forma nel piatto, penso a come anche le relazioni funzionino così: non su un solo livello, ma su più strati che si tengono, si compensano, a volte si contraddicono senza però annullarsi.
È un equilibrio che non si vede subito, ma si scopre.
Faccio una breve pausa. Non serve riempirla.
Poi, con naturalezza, pongo l’ultima domanda.
Quando una relazione entra in crisi, secondo te si smette di capirsi o si smette di provarci davvero?
“La parola crisi – che i coniugi e la coppia in disaccordo pronunciano spesso – è subdola. Viene spesso usata ma nessuno dei due sa dire quanto e quando sia cominciata effettivamente questa crisi. Non sempre si tratta di un avvenimento scatenante, ma di incomprensioni, silenzi e insofferenza. In pratica la parola crisi è il campanello d’allarme suonato dall’entità coppia per avvertire che qualcosa deve cambiare. In considerazione di ciò, vorrei dire che, però, c’è anche un altro modo di parlare di crisi. Generalmente si è portati a dare sempre un significato negativo, ma se a essa, invece, diamo il significato di “cambiamento, crescita, superamento” il punto di vista migliora, diventa propositivo e ci porta oltre facendoci concentrare su cosa dobbiamo cambiare per superarla. Nella coppia, spesso il termine “crisi” definisce proprio quello che non riusciamo a cambiare nell’altro, lasciandoci bloccati perché non siamo capaci di trovare modalità diverse da mettere in atto. Ci si rinchiude così in se stessi, sviluppando col passare del tempo una sensazione di impotenza che, se non affrontata, conduce al convincimento che l’altro non cambierà mai, spingendo a smettere di provarci. Ecco perché diventa fondamentale l’intervento del consulente familiare, un professionista della relazione e della comunicazione. Il suo aiuto è tanto più efficace quanto più la coppia – avvertendo le prime difficoltà nel suo essere ormai una “copia” sbiadita e non più una “coppia” vera – ne riconosca il valore e decida di confrontarsi in un percorso d’aiuto.
Ecco perché la crisi, quando c’è, va compresa nel profondo: ognuno di noi attraversa momenti difficili. Io dico sempre che quando si viene in consultorio, non è perché si è fragili, ma perché si è forti. Chiedere aiuto, prendere consapevolezza che in quel momento si deve varcare quella porta, richiede un coraggio immenso. Significa avere la forza di superare lo stallo. Molte altre persone, invece, non sanno o non vogliono mettersi in gioco; dicono di non averne bisogno e preferiscono restare in quella nebbia, in quel senso di nebuloso, finché la situazione non diventa troppo pesante da gestire”.
La serata sembra aver trovato da sola il suo punto di quiete.
Non c’è un momento preciso in cui tutto si conclude. Piuttosto, una graduale perdita di intensità, come quando una musica non finisce, ma si allontana fino a diventare quasi memoria.
Rimangono i dettagli: la luce laterale che non ha mai illuminato tutto, i colori della tavola che si sono incontrati senza mai sovrapporsi del tutto, le parole che si sono stratificate senza fretta.
E forse è questo che resta davvero: non l’idea di una relazione perfetta, ma la consapevolezza che ogni equilibrio è fatto di differenze che continuano a dialogare, anche quando il silenzio prende il posto delle parole.
Accompagno Silvana verso la fine della serata senza aggiungere altro. Non serve.
Alcune cose, quando funzionano, non hanno bisogno di essere spiegate ancora.
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( 12 – continua )
Category: Costume e società, Cultura

























