IL MIO LESSICO FAMIGLIARE / ACQUA E SALE
di Anna Maria Greco _________________
Quando un pezzo di pane raffermo riporta a casa. Oggi mi è rimasto tra le mani un pezzo di pane raffermo. Mi sono chiesta: che ne faccio? La risposta è arrivata da sola.
Insieme ad essa è riaffiorato un ricordo.
Mi è tornata alla mente mamma, con la sua grande coppa bianca, un po’ sbiadita, sempre la stessa. Era lì che prendeva vita l’acqua e sale. Spezzava il pane di grano duro in grossi pezzi, poi aggiungeva i pomodori maturi, le paponelle, la cipolla bianca e dolce, una manciata di rucola e, quando l’orto la regalava, anche il brucacchio, quell’erba selvatica che cresceva spontanea tra la terra e le pietre.
Una presa di sale grosso, rigorosamente a sentimento, e un generoso filo di olio extravergine d’oliva. Prima di aggiungere l’acqua lasciava riposare tutto per qualche minuto, quasi volesse concedere agli ingredienti il tempo di conoscersi, cercarsi, abbracciarsi.
Poi versava l’acqua fresca. Nemmeno quella aveva una misura precisa. La aggiungeva poco alla volta, osservando il pane e lasciando che fosse lui a dirle quanta ne occorresse. Ogni pezzo si ammorbidiva lentamente, senza disfarsi, mentre sul fondo della coppa si formava quel sughetto in cui l’olio, il pomodoro, la cipolla e il sale si univano in un sapore che sapeva d’estate.
A quel punto afferrava la grande coppa con entrambe le mani e la faceva oscillare. La inclinava, la ruotava con un movimento lieve e continuo e, a ogni gesto, il pane, i pomodori, le paponelle, la cipolla, la rucola e il brucacchio iniziavano a danzare.
Sembrava una piccola coreografia della natura. Nulla si rompeva: ogni elemento trovava il proprio posto e il pane custodiva lentamente l’anima della nostra terra. Era un piatto povero. Ma soltanto negli ingredienti. Dentro quella coppa c’erano il sapere delle nostre madri, la dignità del lavoro e una ricchezza che allora ci sembrava semplicemente vita.
Erano tempi in cui nulla veniva sprecato: perfino un pezzo di pane raffermo trovava un nuovo valore. Le nostre madri sapevano trasformare ciò che restava in qualcosa da condividere, insegnandoci, senza dirlo, il rispetto per il cibo e per il lavoro di chi lo aveva prodotto.
Mentre oggi preparavo l’acqua e sale mi sono accorta che non stavano tornando soltanto i ricordi. Era un’intera infanzia che riprendeva vita attraverso i suoi profumi. Ho riscoperto che esiste una memoria che gli occhi, da soli, non riescono a custodire. Basta un odore familiare per ritrovare una casa, una voce, una carezza. E con quella carezza sono riemersi i miei fratelli, i miei cugini e le vicine di casa, sedute per terra nelle sere d’estate, con i grembiuli impregnati dell’odore del tabacco e quelle mani sapienti che infilavano il tabacco, una foglia dopo l’altra.
Faceva caldo, tanto caldo, ma nessuno trovava il tempo di lamentarsene. Le mani continuavano a lavorare senza fretta, accompagnando racconti, risate e qualche momento di silenzio, mentre noi bambini giocavamo finché il tramonto lasciava il posto alla frescura della sera. Poi ci sedevamo per terra, con una scodella di acqua e sale tra le mani.
Nessuno pensava alla povertà. Nessuno sentiva la mancanza di qualcosa. Eravamo semplicemente felici, senza sapere che quei momenti sarebbero diventati il ricordo più prezioso della nostra vita. La nostra ricchezza non stava in ciò che possedevamo, ma in ciò che condividevamo. Bastavano una tavola semplice, il lavoro delle mani e l’amore dei nostri genitori per non farci mancare nulla.
Le nostre mamme avevano un dono straordinario: sapevano trasformare il poco in abbondanza. Non preparavano soltanto da mangiare; nutrivano la famiglia, riempivano la casa di calore e, senza bisogno di parole, ci insegnavano che la felicità non si misura da ciò che si ha, ma da ciò che si vive insieme.
Oggi molti chiamano questo piatto tradizione. Per me è molto di più. È casa. È la voce di mia madre. È il sorriso di mio padre. Sono i miei fratelli, i miei cugini, il vicinato, le sere d’estate e quella vita semplice che allora ci sembrava normale e che oggi riconosco come uno dei doni più grandi che la vita mi abbia fatto. Preparando l’acqua e sale non ho riportato in tavola soltanto un piatto contadino. Ho ritrovato il profumo dell’infanzia e della mia casa.
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( 1 – continua )
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