I RICORDI DI PAOLA MATTIOLI NEL LIBRO “Viera. Un’italiana del ’23” DEDICATO ALLA MADRE / LA GUERRA ERA FINITA “e noi non avevamo nemmeno le lenzuola”

| 9 Settembre 2026 | 0 Comments

di Cristina Pipoli ________________

Aprile 1945.

La guerra era finita.

Davvero?

Per chi?

Per quelli che avevano firmato la fine delle ostilità, forse. Per chi poteva tornare a casa, magari. Ma per chi una casa non ce l’aveva più? Per chi non aveva un letto, un vestito, nemmeno un paio di lenzuola?

Viera tornava a Bologna dopo essere stata sfollata qua e là.

La sua famiglia aveva abitato in un appartamento in affitto, in via Algardi 21. Poi arrivarono i profughi e quell’appartamento dovettero lasciarlo a loro.

E qui la domanda viene da sola: che cosa significa davvero “tornare a casa” quando la casa non è più tua?

Dove si torna quando la guerra ti ha tolto anche il diritto di avere un posto dove dormire?

Viera non usa grandi parole. Non ne ha bisogno.

“Avevamo perduto tutto. Non avevamo nemmeno le lenzuola.”

Nemmeno le lenzuola.

Fermiamoci qui.

Perché siamo così abituati a parlare della fine della guerra come dell’inizio della libertà, della ricostruzione, della rinascita, che rischiamo di dimenticare una cosa elementare: la libertà non riempie uno stomaco e non copre un letto.

A Viserba la Croce Rossa aveva dato loro qualche tela ricavata dalle tende e alcune camicie da notte.

Quando lasciarono la casa avevano addosso pochi stracci.

E gli abiti?

Si rivoltavano.

Un cappotto diventava un altro cappotto. Un vestito veniva smontato, girato, ricucito. Le sarte lavoravano sui vecchi tessuti. Le mogli facevano quello che potevano.

Gli abiti degli uomini si mettevano soprattutto la domenica.

Perché?

Perché non c’erano soldi.

Perché non c’era stoffa.

Perché un vestito nuovo non era una necessità che ci si potesse permettere.

Eppure bisognava apparire dignitosi.

Perché anche chi non aveva più niente doveva fingere di avere ancora qualcosa?

Quanta vergogna c’era dietro quella povertà?

E quanta dignità?

Sono domande che raramente entrano nei racconti ufficiali.

La Storia ama le grandi parole. Ricostruzione. Rinascita. Libertà. Democrazia.

Ma una donna che rivolta un cappotto non pensa alla Storia.

Pensa a come arrivare alla domenica.

Bologna intanto era ferita. I bombardamenti avevano danneggiato le case. C’erano muri da ricostruire, abitazioni da riparare, famiglie che cercavano di rimettere insieme quello che restava.

Il padre di Viera acquistò con due amici una casa danneggiata in via Corticella 39 e cominciò a restaurarla, anche con l’aiuto del Genio Civile.

E allora un’altra domanda:

Chi ricostruiva davvero il Paese?

Quelli che pronunciavano i discorsi sulla ricostruzione o quelli che, ogni mattina, entravano nei cantieri e nelle case distrutte per rimettere un mattone sopra l’altro?

Forse la risposta è meno elegante.

Il Paese lo ricostruivano quelli che non avevano alternative.

Quelli che avevano perso tutto e dovevano ricominciare comunque.

Quando finalmente Viera entrò in una vera casa, dopo essere stata sfollata qua e là, lo ricorda come un sogno.

Una casa.

Non una casa bella.

Non una casa ricca.

Una casa.

Quanto deve aver perso una persona per considerare un tetto sopra la testa un sogno?

La sera, prima di addormentarsi, Viera ringraziava Dio per averli aiutati tanto.

La ripresa fu lenta.

Ma che cosa significa “ripresa” quando si parte praticamente da zero?

Significa forse tornare alla vita di prima?

No.

La vita di prima non c’era più.

Bisognava inventarne un’altra.

E allora arrivò la speranza. Quella vera, quella quotidiana. La speranza di migliorare che, racconta Viera, dava ogni giorno più forza.

E anche lei voleva tornare a essere allegra.

Con le amiche ricominciò a uscire. Feste private. Passeggiate. Cinema. Il Circolo Ufficiali per ballare.

Ballare.

Dopo una guerra.

Vi sembra frivolo?

O forse era proprio quello il punto?

Che cosa c’è di più sovversivo di una ragazza che, dopo aver visto la guerra, decide di tornare a ballare?

La guerra aveva cercato di insegnare loro la paura.

Loro ricominciavano a imparare la gioia.

Intanto le case si costruivano. Quelle danneggiate venivano riparate. L’economia cominciava lentamente a riprendersi.

Ma anche qui attenzione.

Chi poteva permettersi di aspettare la ripresa?

Chi aveva ancora un lavoro?

Chi aveva ancora una casa?

Chi aveva qualcuno che potesse aiutarlo?

E quanti invece rimasero indietro mentre il Paese cominciava a raccontarsi come una nazione che rinasceva?

Queste sono le domande che la memoria di Viera ci obbliga a fare.

Perché è facile raccontare la ricostruzione quando si guardano le fotografie delle case che tornano in piedi.

È molto più difficile raccontarla attraverso chi, quelle case, le guardava senza avere nemmeno le lenzuola.

Ed è qui che la memoria diventa scomoda.

Perché Viera non ci racconta soltanto che la guerra è finita.

Ci costringe a chiederci che cosa significhi davvero la fine di una guerra.

Finisce quando smettono di sparare?

Quando ricominciano a funzionare le fabbriche?

Quando si riparano le case?

O finisce soltanto quando una persona può finalmente chiudere una porta dietro di sé, andare a letto e sapere che il giorno dopo avrà ancora una casa?

Forse la guerra, per Viera, finì quella sera.

Quando entrò nella sua casa.

Quando si sdraiò.

Quando poté finalmente dormire.

E ringraziare.

Ma noi, oggi, siamo davvero sicuri di aver capito che cosa ci sta raccontando?

O abbiamo semplicemente trasformato la sua sofferenza in una bella storia sulla rinascita?

Perché sarebbe molto più comodo.

E proprio per questo sarebbe sbagliato.

La guerra era finita.

E loro non avevano nemmeno le lenzuola.

Category: Cultura, Libri

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