ANTONIO GRAMSCI E I SUOI FRATELLI: IL COMUNISTA, IL DANDY E IL FASCISTA

| 19 Aprile 2026 | 0 Comments

di Valerio Melcore_______La domenica è un giorno particolare dove hai più tempo da dedicare a te stesso, magari ti insegue un pensiero triste, quello di un amico che non c’è più, allora non c’è niente di meglio per sfuggire alla nostalgia, dedicandoti a qualche lettura, aprendo un libro comprato e lasciato in un angolo della libreria a prendere polvere, o magari girando per la rete. Così visto che qualche giorno fa ho incontrato Marcello Veneziani alla presentazione del suo ultimo libro, ho cliccato sul motore di ricerca il nome di quello che a mio avviso è il più grande intellettuale italiano, e così mi sono imbattuto in un suo articolo.
Uno scritto serio e accurato su Gramsci e la sua famiglia…stavo per scrivere su Antonio e i suoi fratelli. 
Ve ne voglio fare partecipi, ma lo faccio così come nella mia mente si trasformavano quelle frasi mentre leggevo quel pezzo. 
Fratelli d’Italia e di guai: Se casa Gramsci fosse stato un episodio di “Casa Vianello”.
Questo potrebbe
essere il titolo dell’articoletto che intendo scrivere, e il citare Vianello non è stato a caso dato che non ha mai rinnegato la sua militanza nel campo fascista quando era un baldo giovane, al pari di altri attori come Walter Chiari, come Giorgio Albertazzi e tanti altri. A differenza, di Dario Fo che tentò disperatamente e ridicolmente di nascondere il suo passato, di quando si arruolò volontario nella Repubblica Sociale Italiana di Mussolini, nel “Battagtlione azzurro” il reparto che fu impegnato in operazioni di rastrellamento dei partigiani. 

Mi direte coasa c’entrano i fascisti con i Gramsci? C’entrano eccome.
Se avrete la pazienza di continuare a leggere questo annoiato redattore della domenica.
Se pensate che le vostre cene di Natale con lo zio complottista e la cugina vegana siano difficili, mettetevi comodi. La famiglia Gramsci non si faceva mancare nulla: dal rivoluzionario col broncio cronico al “latin lover” dei centri sociali ante litteram, fino al fratello che, per non farsi mancare il brivido, decide di diventare il primo segretario fascista di Varese.
Iniziamo da Gennaro. Mentre Antonio cercava di convincere le masse che il proletariato era il futuro, Gennaro cercava di convincere le ragazze di Torino che lui era il presente. Gestiva la cassa del giornale Ordine Nuovo, ma più che i conti, faceva saltare le coronarie al fratello. Accusato di essere uno che prima “metteva in cinta le ragazze” e poi se la squagliava,  e un “cocainomane con le dita piene di anelli”, Gennaro girava come un trapper del 1920. Antonio, tra una citazione di Marx e una riflessione sull’egemonia, dovette fare la cosa più “meridionale” di sempre: prenderlo per un orecchio e trascinarlo a riconoscere la piccola Mea. 
Moralità del partito: 0 – Familismo sardo: 1.

Poi c’è Carlo. Carlo voleva un posto di lavoro. Cose semplici, tipo un ufficio, uno stipendio, una sedia. Antonio, il leader comunista che i fascisti volevano vedere solo attraverso le sbarre, cosa fa? Si mette a fare il sindacalista di famiglia. Nel corridoio di Montecitorio, Gramsci vede Paolo Pili (un gerarca fascista doc) e, invece di lanciargli il Manifesto, gli tira la giacchetta.
“Paolo, fammi un favore, trova un posto a Carlo.”
Mussolini e Federzoni, passando di lì, vedono il Capo del Comunismo confabulare col Gerarca e quasi svengono dalle risate. Immaginate il Duce che pensa: “Guarda questo, sputa veleno contro di noi su suo giornale ma se deve sistemare il fratello bussa al mio ufficio.” È il primo caso documentato di “Posto Fisso” che scavalca la Lotta di Classe. Checco Zalone ne potrebbe fare un nuovo film dal titolo, non più: “Quo vado” ma “Do’ vai”.

Infine c’era Mario: La pecora nera anzi, nerissima.
Mario è il vero capolavoro. Mentre Antonio, detto Antonino, veniva arrestato per sovversione, Mario si svegliava la mattina, si infilava la camicia nera e andava a fondare il fascismo a Varese. Da ragazzino era quello “simpatico”. Quando i genitori cercarono di mandarlo in seminario, lui rispose: “Mandateci Antonino, che lui alle donne non ci pensa e come prete è perfetto.” Aveva capito tutto della vita con trent’anni d’anticipo.
La situazione era talmente
surreale che nel 1921, l’anno della scissione di Livorno, mica un anno a caso, Antonio andò a farsi venti giorni di vacanza a casa di Mario a Varese. Tra un colpo di Stato e un’occupazione di fabbrica, i due mangiavano probabilmente i malloreddus, i gnocchetti sardi, discutendo se fosse meglio l’olio di ricino o la dittatura del proletariato. Mario rimase fedele al Duce fino alla fine, finendo prigioniero in Australia, mentre Antonio finiva curato dai migliori medici del regime nella clinica Quisisana.

In conclusione, la storia ci ha consegnato un Gramsci pensoso, tormentato e iconico. Ma scavando tra le carte, scopriamo che la vera lotta di classe Antonio la faceva ogni domenica per decidere chi dovesse pagare il conto del pranzo.
Tra un fratello che faceva il playboy coi soldi della cassa, uno che chiedeva favori ai fascisti e l’altro che faceva il federale, Antonio Gramsci non è stato solo il padre del pensiero occidentale: è stato, prima di tutto, un uomo che ha capito che l’egemonia culturale è nulla, se non hai un fratello che ti presta la macchina senza fare troppe domande.

Un’Italia in rosso e nero, fraterna e fratricida, dove alla fine, davanti a un piatto di culurgiones, pure il Capitale può aspettare il caffè.

Category: Costume e società

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