ANTONIO GRAMSCI E I SUOI FRATELLI: IL COMUNISTA, IL RACCOMANDATO, IL DANDY, E IL FASCISTA
di Valerio Melcore_______La domenica è quel porto franco dell’anima dove il tempo rallenta e i fantasmi tornano a farti visita. A volte hanno il volto di un amico che non c’è più, altre volte quello di un libro dimenticato tra la polvere e il rimorso di non averlo mai aperto. È in uno di questi momenti di “ozio colto” che, navigando tra i pensieri e la rete dopo aver ascoltato Marcello Veneziani, mi sono imbattuto in un corto circuito storico che merita di essere raccontato.
Dimenticate il busto marmoreo del pensatore sardo nei corridoi delle sezioni di partito. Se pensate che le vostre cene di Natale tra lo zio complottista e la nipote influencer siano un inferno, mettetevi comodi: la famiglia Gramsci era una puntata di Casa Vianello scritta da un autore sotto acido, tra falci, martelli e fasci littori.
Mentre Antonio (per gli amici “Antonino”) cercava di convincere le masse che il sol dell’avvenire era dietro l’angolo, suo fratello Gennaro si occupava di un presente decisamente più movimentato. Gestiva la cassa de L’Ordine Nuovo, ma pare che i conti tornassero solo dopo aver fatto il giro dei locali notturni.
Accusato di essere un
“cocainomane con le dita piene d’anelli” e un seduttore seriale che seminava prole e spariva nel nulla, Gennaro era il vero ribelle della famiglia. Immaginatelo: un trapper ante-litteram nel 1920 che costringe il povero Antonio, tra una riflessione sull’egemonia e una citazione di Marx, a intervenire nel modo più sardo possibile, più tradizionale e patriarcale possibile, prendendolo per un orecchio e trascinandolo a riconoscere la piccola Mea.
Insomma la Moralità proletaria, deve cedere il passo al Familismo sardo.
Poi c’è Carlo, l’uomo che voleva solo una sedia e uno stipendio. Qui la storia diventa una commedia di satira politica. Antonio, il leader comunista che il regime voleva “impedire di far funzionare il cervello per vent’anni”, si trasforma per un attimo nel collocatore di famiglia.
Siamo a Montecitorio.
Gramsci vede il gerarca fascista Paolo Pili e, invece di lanciargli una copia de Il Capitale, gli tira la giacchetta, lo prende in disparte e gli dice: “Paolo, fammi un favore, trova un posto a mio fratello”.
Mussolini e il ministro Federzoni, assistendo alla scena dal fondo del corridoio, pare abbiano rischiato il soffocamento dalle risate. Il Duce che vede il Capo del Comunismo chiedere una raccomandazione al Fascismo è il vero prototipo di Quo Vado: altro che Checco Zalone, qui siamo al “Do’ vai (se il fratello non ti sistema?)”.
Infine, il pezzo forte: Mario.
Se Antonio veniva arrestato per sovversione, Mario si infilava la camicia nera e andava a fondare il fascismo a Varese.
Già da piccoli i ruoli erano chiari. Quando i genitori valutarono il seminario, Mario sentenziò:
“Mandateci Antonino, che lui alle donne non ci pensa e come prete è perfetto”.
Aveva capito tutto con trent’anni d’anticipo.
Il surrealismo tocca l’apice nel 1921, l’anno della scissione di Livorno. Mentre nasceva il PCd’I, Antonio andava in vacanza per venti giorni proprio a casa di Mario, il Segretario fascista. Tra un piatto di gnocchi sardi e un bicchiere di cannonau, chissà se discutevano della superiorità dell’olio di ricino sulla dittatura del proletariato. Mario restò fedele al Duce fino alla fine, finendo prigioniero in Australia, mentre Antonio chiudeva i suoi giorni curato dai luminari del Regime nella clinica Quisisana.
La morale della domenica è che la storia ci ha consegnato un Gramsci iconico, tormentato e profondo.
Ma grattando la patina del mito, scopriamo un uomo che combatteva la sua vera battaglia ogni domenica, non contro la borghesia, ma per decidere chi dovesse pagare il conto del pranzo.
Tra un fratello playboy che dilapidava la cassa, uno che cercava la raccomandazione dal nemico e l’altro che faceva il federale, Antonio Gramsci ci insegna una grande verità. L’egemonia culturale è nulla se non hai un fratello che, nonostante tutto, ti presta la macchina senza fare troppe domande.
In questa Italia in rosso e nero, fraterna e fratricida, persino il Capitale può aspettare… almeno finché non arriva il caffè.
Category: Costume e società































Sapida rappresentazione dell’italico “Tengo Famiglia”