INDOVINA CHI VIENE A CENA? / “Mauro, vorrei che tu, e Piero e io fossimo presi per incantamento, e messi in uno spazio sempre aperto…”

| 23 Maggio 2026 | 0 Comments

di Emanuela Boccassini __________________

Dopo la cena con Marcello Aprile, ho avuto un’ulteriore conferma di quanto oggi sia difficile fare cultura in modo serio, continuativo e stimolante.
Eppure, nel Salento, esistono realtà che da anni resistono e proseguono nella creazione di occasioni di incontro, riflessione e confronto autentico.

Luoghi in cui la cultura è ancora dialogo, curiosità viva.

Tra queste c’è il Fondo Verri, fondato da Mauro Marino e Piero Rapanà. Negli anni i due “combattenti” hanno costruito una proposta culturale originale, libera, fuori dagli schemi.

Il Fondo Verri, infatti, porta con sé un immaginario particolare: non cultura imbalsamata, ma poesia, sperimentazione, contaminazioni, persone che parlano fino a tardi. Quasi più una “bottega” culturale che un’istituzione.

Si trova in via Santa Maria del Paradiso, in un vicolo che sembra un passaggio segreto, dentro una Lecce, talvolta, divorata dal turismo e ridotta a superficie da attraversare velocemente. Eppure, proprio lì, il Fondo non è una fortezza chiusa: è un luogo che resiste, che continua a tendere un ponte verso chi arriva da fuori, magari solo per un selfie, offrendo qualcosa di inatteso e più profondo.

Oggi quel testimone continua a vivere anche attraverso nuove energie, come quelle di Gianni Minerva, protagonista della cena di questa sera.

Classe 1979, Gianni vive a Lecce. Ha svolto studi tecnici, si è laureato in Lettere Moderne e poi con una seconda laurea è diventato maestro nella scuola primaria.

All’attivo ha alcuni corsi di teatro presso il Fondo Verri dove ha portato in scena i suoi versi, ha partecipato a corsi sulla lettura e la voce e a numerosi reading poetici. I suoi testi, sia versi sia racconti, sono apparsi su quotidiani e riviste letterarie come Atelier Poesia, L’Appeso. Un corpus di suoi testi è stato pubblicato in una piccola antologia “I poeti del Giovedilla del Fondo Verri”, 2025 ed. Spagine. Ha ricevuto menzioni d’onore in alcuni concorsi di poesia nazionale: Menzione d’onore al IX premio nazionale di poesia “L’arte in versi” Ass. Culturale Euterpe. È stato finalista al premio PoetiOggi 2022 e al premio AlberoAndronico 2022. Alcuni suoi brevi racconti sono apparsi in antologie cartacee, come “Cartoline dalla Puglia” L’erudita (Giulio Perrone Ed.), “Shottini I e II” (ed. Penelopestorylab).

Ho riflettuto a lungo su questa serata, non volevo essere ripetitiva o banale. Il mio intento è di far comprendere, soprattutto ai più giovani, quanto la cultura sia importante. Non serve soltanto ad accumulare nozioni o a leggere libri difficili: offre strumenti per vivere. Aiuta a comprendere meglio il mondo che ci circonda, ma anche noi stessi. Ci insegna a stare in mezzo agli altri con maggiore consapevolezza, ad avere curiosità, a fare domande, ad ascoltare, a distinguere, a non fermarci alla prima risposta facile. E forse ci aiuta anche a non essere trascinati continuamente da ciò che urlano gli altri.

Mentre mi lascio attraversare da questi pensieri, preparo la tavola e costruisco lentamente l’atmosfera che accoglierà il mio ospite.

Stendo una tovaglia di lino puro color verde salvia. Lungo il centro del tavolo dispongo alcune piccole bottiglie in vetro ambrato, simili alle antiche boccette medicinali. Hanno altezze diverse e custodiscono rametti di ulivo e di mirto, le due piante simboliche per eccellenza della cultura classica e mediterranea. L’ulivo richiama la pace e la sapienza; il mirto, invece, l’amore, la poesia e la bellezza. Nell’antichità, i suoi rami intrecciati cingevano il capo dei poeti e dei vincitori.

I piatti sono di ceramica, il bordo è decorato a mano con una corona di ulivo. I bicchieri, invece, sono di vetro verde. Le posate d’acciaio hanno il manico d’avorio verde.

Poi posiziono i segnaposto. Ho scelto piccole boccette di inchiostro sulle quali, con una grafia elegante ma sobria, ho scritto a mano il nome di ogni commensale. In un tempo in cui tutto passa attraverso schermi e messaggi veloci, mi piaceva l’idea di tornare alla lentezza di un nome scritto di mio pugno.

Su ogni boccetta è poggiata una piuma; attorno ad essa, un foglietto arrotolato custodisce la prima domanda destinata all’ospite d’onore della serata.

Anche le luci, calde e soffuse, hanno la loro importanza, la loro voce. Sistemo tre lanterne in rattan intrecciato: una vicino al capotavola, una sul lato lungo opposto e una terza accanto al gelsomino.

Preparo anche la musica. Ho pensato che il jazz fosse la scelta più adatta per accompagnare la serata. Non essendo particolarmente esperta, mi hanno suggerito Chet Baker. Speriamo bene.

Faccio un passo indietro e osservo la tavola con un certo distacco, cercando di capire se riesca davvero a trasmettere ciò che desidero: cultura, eleganza, dialogo.

Questa tavola non serve soltanto ad accogliere degli ospiti. Vorrei che diventasse un luogo in cui fermarsi davvero ad ascoltare, a pensare, a confrontarsi senza fretta. Una cosa sempre più rara.

E forse, per affrontare un discorso simile, non potevo scegliere ospite migliore.

Gianni Minerva è perfetto per una conversazione viva e stimolante. Fare cultura, secondo me, significa continuare ad avere fame di capire, senza sentirsi superiori agli altri. Anzi, nella mia esperienza, le persone più colte sono state – quasi sempre – anche le più umili.

Ed è una qualità che ho ritrovato in Gianni.

Lupus est in fabula.
Il citofono mi riporta alla realtà.

Lo accolgo e lo conduco sulla terrazza, sperando che ciò che ho preparato e pensato per lui, sia di suo gradimento.

Mentre prende posto, dopo i convenevoli, porto l’antipasto. Una coppa con gli stessi decori dei piatti contenente l’impepata di cozze e un piatto ovale del medesimo set per le cozze gratinate.

Mi piaceva l’idea di aprire la cena con un piatto popolare e autentico. In fondo la cultura che amo non è mai distante dalla vita vera: nasce nei luoghi vissuti, nelle parole scambiate attorno a una tavola, nei sapori che appartengono a una comunità.

Gianni, ricevere il testimone da Mauro e Piero è come ereditare un taccuino pieno di appunti scritti a mano e sogni ancora aperti. Senti più la responsabilità di conservare quella memoria o l’urgenza di tradurre la loro “visione militante” in un nuovo linguaggio?

Non credo di ricevere un testimone, quanto piuttosto di essere presente e attivo all’interno del messaggio portato avanti da Mauro e Piero. L’idea è quella di continuare insieme, tutti e tre, a custodire e portare avanti – spero ancora a lungo – l’eredità di Antonio Leonardo Verri.

Innanzitutto perché la sua presenza è ancora viva dentro di noi, ma anche perché continuano a esserci sogni, progetti e visioni. Loro ne hanno ancora tantissimi, e io stesso sono curioso di scoprirli e condividerli.

Sicuramente mi sento testimone dei molti cambiamenti che il Fondo Verri ha attraversato nel tempo, anche perché il mio percorso all’interno di questa realtà è iniziato nel 2004“.

Tra battute e chiacchiere leggere arriva il momento del primo: minchiareddhi con pomodorini freschi saltati in padella, scaglie di ricotta e due piccole foglie di basilico.

Per me questo piatto racconta un’estate salentina colta e sobria, una tradizione che continua a vivere senza trasformarsi in nostalgia.

Riprendendo quanto emerso con Marcello Aprile sul distacco tra giovani e radici, come può il Fondo Verri oggi tornare a essere un luogo “pericoloso” e affascinante per i ragazzi? Come si trasforma la cultura da “cosa da studiare” a “necessità di vita” per chi oggi comunica solo attraverso schermi?

Al fondo Verri abbiamo pensato di diventare pericolosi tenendo lo spazio sempre aperto. Questo vuol dire aperto a tutti senza distinzioni di sorta, di bandiera. Aperto veramente. Lo abbiamo pensato, appunto, quando abbiamo creato il momento del giovedì, quando cioè abbiamo tenuto il microfono aperto a chi aveva voglia di leggere i propri scritti – che fossero poesie, racconti, qualsiasi cosa – e quindi questo microfono aperto dopo le esibizioni o dopo le presentazioni di libri ha fatto in modo che molti ragazzi, universitari e non, si affacciassero in maniera timida – come è stato timido il mio affacciarmi in quel luogo – per leggere i propri versi.

È stato uno scambio tra i poeti presenti e le future forze di poeti. È stato molto stimolante e coinvolgente perché loro avevano una coscienza civile, sociale e letteraria abbastanza interessante. Sicuramente in formazione, sicuramente fervente, sicuramente curiosa ed erano lì, al Fondo, spinti da quella curiosità che ha mosso me, e che sicuramente spingerà altre persone a varcare la soglia.

Dopo il lockdown c’è stata una richiesta continua da parte di giovani artisti che sentivano il bisogno di tornare a parlare, a esprimersi, a condividere il proprio lavoro dopo due anni di chiusura e isolamento. Se prima lo spazio era aperto al pubblico soprattutto nel fine settimana, negli ultimi tre anni le attività si sono ampliate notevolmente: le mattinate sono dedicate a laboratori e workshop, mentre dal giovedì alla domenica si sviluppano diverse rassegne culturali.

Tra queste ci sono la rassegna di poesia e arti sceniche del Giovedilla e quella del venerdì, ‘Tutti solo’, giunta ormai alla quinta edizione, realizzata in collaborazione con la flautista e docente del Conservatorio di Monopoli Giorgia Santoro, che cura tutta la parte musicale. Nel tempo si sono alternati grandi artisti, ma anche tanti giovani provenienti dai conservatori, creando collaborazioni che hanno sposato pienamente lo spirito di accoglienza e apertura del Fondo Verri. Lo spazio continua inoltre a ospitare mostre di pittura e attività legate alle arti visive, ma negli ultimi due anni si è rafforzato soprattutto il dialogo tra parola e musica, dando vita a un’offerta culturale molto ampia e variegata”.

Mentre Gianni mi racconta alcuni dei progetti attivi al Fondo penso che lì dentro ci si dia davvero da fare. Si lavora davvero con uno spirito diverso: inclusione vera, partecipazione, fiducia nei giovani. C’è un’inclusione autentica, concreta. Ci vorrebbero più realtà come questa, fatte di giovani leve guidate dalla curiosità, dalla voglia di imparare e forse, un domani, di diventare mentori per chi verrà dopo di loro.

A questo proposito è importante ricordare anche la nascita di ‘Officina Verri’, un nuovo progetto ideato insieme allo scrittore Rossano Astremo. Si tratta di una residenza di scrittura dedicata alle ‘geografie di Antonio Verri’, che si terrà dall’1 al 5 luglio a Caprarica di Lecce.

La residenza ospiterà dodici partecipanti – sei provenienti dal territorio e sei da fuori – e si svolgerà anche grazie alla disponibilità della Casa del Pellegrino, uno spazio affidato dal Comune di Caprarica che, oltre ad accogliere camminanti e pellegrini, può diventare luogo di ospitalità per residenze artistiche e culturali. L’idea è quella di costruire una vera e propria vacanza letteraria, fatta di scrittura, incontri e scoperta dei luoghi legati alla storia di Antonio Leonardo Verri.

La rassegna si concluderà il 5 luglio con una grande festa della poesia detta, alla quale parteciperanno anche giovani rapper provenienti dal Salento e da Viareggio, nel tentativo di mettere in dialogo la poesia e i linguaggi contemporanei delle nuove generazioni”.

“Uno spazio sempre aperto…” una frase breve ma ricca di significato, perché spesso si sente dire che i ragazzi non hanno un posto dove esprimere se stessi e dove mostrare la loro sensibilità. E allora il Fondo Verri si presenta come quel pezzo di puzzle che si inserisce perfettamente in un contesto che non abbandona ma include, che accoglie e che accompagna chi desidera compiere un percorso che sappia toccare le giuste corde.

Il secondo arriva nel suo recipiente tradizionale quasi fosse un piccolo scrigno di sapori antichi. Una ciotola di terracotta custodisce un profumato polpo alla pignata, accompagnato da fette di pane casereccio abbrustolito e da un contorno di verdure grigliate. È un piatto che, a mio avviso, racchiude profondità, territorio e memoria”.

Oggi molti spazi culturali nascono e muoiono nell’arco di un festival. Il Fondo Verri, invece, è un “baluardo” aperto tutto l’anno. Qual è la sfida più grande nel mantenere questa porta sempre aperta, trasformando la cultura in un’abitudine quotidiana per la città e non in un evento eccezionale?

Non è facile mantenere vivo, attivo e attento un luogo che ormai vanta una storia ultratrentennale. Continuare a fare cultura, offrendo attività e proposte durante tutto l’anno in uno spazio così piccolo, significa vivere in una resistenza continua. E non è sempre stato semplice, anche perché il periodo che stiamo attraversando non è dei migliori.

Vorrei però fare un appello: i sacrifici necessari per mantenere vivo questo luogo sono stati possibili anche grazie ai contributi ottenuti attraverso i bandi della Regione Puglia, che in questi quindici anni ci ha sempre sostenuti. Non si tratta di regali, ma di piccoli contributi assegnati perché i progetti presentati erano validi e ci permettevano di portare avanti tutte le nostre attività.

Quest’anno, però, siamo rimasti davvero amareggiati. Fatico persino a trovare le parole giuste, perché dopo quindici anni il nostro progetto non è stato accettato per mancanza di storicità. Preferisco non entrare oltre nel merito della questione, perché è una situazione molto difficile da comprendere e da accettare.

Noi speriamo comunque di riuscire ad andare avanti, ma senza il sostegno delle istituzioni tutto diventa enormemente più complicato”.

Le sue parole ci ricordano ancora una volta quanto sia difficile oggi fare cultura in modo indipendente e continuativo, soprattutto nei piccoli spazi che diventano veri presìdi culturali e umani per il territorio. E forse emerge anche la necessità di una maggiore vicinanza da parte delle istituzioni, perché investire nella cultura significa investire nella crescita critica, civile ed emotiva delle persone. E dopo queste riflessioni mi rendo conto che è arrivato il momento della pausa, quel breve tempo sospeso in cui le parole sembrano sedimentare insieme ai pensieri.

Il sorbetto rinfresca il palato, ma anche il ritmo della conversazione, che rallenta per qualche istante, prima di riprendere. Le parole sembrano depositarsi lentamente tra i bicchieri, le luci soffuse e la musica jazz in sottofondo.

Prima di questo incontro mi aveva detto di sentirsi quasi inadeguato a raccontare una realtà così importante, perché per lui le voci storiche del Fondo Verri restano quelle di Mauro e Piero. E invece credo che proprio questo suo entrare quasi in punta di piedi dica molto del rispetto e dell’amore che nutre per questo luogo. Dietro le risposte, a volte brevi, c’è una persona profondamente conviviale, capace di trasformare la cultura anche in vicinanza umana, ironia e dialogo.

Ecco arrivato il momento del dolce. Uno spumone artigianale con nocciola, stracciatella e una granella di mandorle. Ho scelto un dessert legato alla tradizione del Sud, capace di evocare ricordi semplici e familiari. In fondo, anche la cultura vive così: attraverso ciò che resta nella memoria e continua ad accompagnarci nel tempo.

Gianni, se dovessi scegliere una parola, un autore o un’immagine che rappresenti la “tua” impronta personale sul futuro del Fondo Verri, quella che ancora non c’era e che vuoi portare tu, quale sarebbe?

In merito a questa domanda, non vado molto lontano: resto nel nome di questo luogo, quello di Antonio Leonardo Verri. Lo stiamo riscoprendo, lo stiamo leggendo, ma non è ancora abbastanza.

Dobbiamo rompere gli schemi, rompere attraverso le parole di Antonio, perché ci ha lasciato troppo presto ed è necessario che venga letto, scoperto e riscoperto dal maggior numero di persone possibile. Era un accumulatore di anime, di belle anime. Io, purtroppo, non l’ho conosciuto personalmente, ma da tutto ciò che emerge di lui si comprende quanto fosse capace di creare cultura attraverso gli incontri, attraverso le relazioni umane.

Per questo oggi, come ieri, Antonio resta una figura importante.

E poi c’è un’immagine che porto dentro: quella della poesia che deve essere letta. La poesia deve passare attraverso la voce del suo autore, deve farsi carne, diventare presenza viva attraverso chi la pronuncia”.

Le sue parole restituiscono l’idea di una cultura che non è qualcosa di astratto o distante, ma un incontro vivo tra persone, voci e sensibilità. E forse è proprio questo il lascito più forte di Antonio Leonardo Verri: l’idea che la cultura debba continuare a creare relazioni, domande, presenza.

La serata volge lentamente al termine. I bicchieri ormai sono quasi vuoti, le parole, invece, sembrano continuare a restare sospese nell’aria tiepida della terrazza. Penso che, forse, fare cultura significhi anche questo: creare occasioni di incontro autentico, momenti in cui fermarsi ad ascoltare, a riflettere, a condividere idee.

Gianni saluta con la stessa discrezione con cui è entrato, mentre il jazz continua ad accompagnare gli ultimi istanti della serata. Quando la porta si chiude alle sue spalle, il silenzio della casa mi appare quasi irreale dopo tante riflessioni e sorrisi condivisi.

Spengo lentamente le lanterne. Sul tavolo restano i bicchieri verdi, il foglietto arrotolato, il profumo lieve del mirto e del basilico.

La cultura, forse, somiglia anche a un piccolo spazio di luce che continua ostinatamente a resistere nel rumore del mondo.

__________________

( 3 – continua )

Category: Costume e società, Cultura

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