INDOVINA CHI VIENE A CENA? / QUANDO TRAMITE SOCIAL TI ARRIVA DI MATTINA PRESTO, OPPURE DI SERA TARDI, UNA NOTIFICA “URGENTE” DI LAVORO…

| 30 Maggio 2026 | 0 Comments

di Emanuela Boccassini _________________

Oggi il modo di comunicare e di informare è cambiato completamente. Le notizie viaggiano a una velocità impressionante, comprese quelle false, e il mondo digitale ha modificato profondamente la nostra percezione della realtà, del tempo, della memoria, dell’intimità e il nostro modo di conoscere.
I social media sono stati protagonisti di questa trasformazione: c’è ancora chi li considera il male assoluto, eppure li utilizziamo tutti, ogni giorno. Ed è forse proprio questa contraddizione a renderli uno degli strumenti più potenti e discussi del nostro tempo.

Per affrontare questo argomento delicato ma fondamentale per la società contemporanea – soprattutto per noi generazione X, che con i social continuiamo ad avere un rapporto complicato – ho invitato un’ospite brillante e vivace, Eleonora Tricarico, esperta di comunicazione digitale specializzata nella valorizzazione di eventi e progetti culturali.

Giornalista e professionista della comunicazione culturale, si occupa di eventi, strategie editoriali e campagne social, con particolare attenzione alle parole e alle persone che fanno la differenza.

Ha pubblicato il saggio “Marketing per eventi culturali” e diversi contributi in saggi collettivi. È docente di marketing culturale e tiene un laboratorio di digital storytelling all’Università del Salento. Collabora con musei, comuni, teatri, festival e riviste.

Vive e lavora nel Salento, “tra idee, sperimentazioni e nuovi sguardi”. Nel tempo libero guarda serie TV, ama Woody Allen, viaggia con lo zaino ‘Biagio’ e condivide casa con due gatti, Stanis e Gigio.

Con un percorso solido che unisce competenze strategiche e sensibilità umanistica, Eleonora supporta istituzioni, festival e realtà del territorio nella costruzione di una propria identità online. Il suo lavoro si concentra sulla trasformazione dei canali social in veri e propri spazi di racconto, capaci di tradurre la complessità della cultura in contenuti accessibili, capaci di creare comunità reali e di favorire un coinvolgimento autentico del pubblico. Crede nell’uso dei media digitali non come semplici vetrine, ma come strumenti di divulgazione e di resistenza culturale.

È stato difficile organizzare una tavola che parlasse dell’argomento della serata in maniera esplicita. Ho pensato a uno spazio caldo e contemporaneo, costruito sull’equilibrio tra eleganza e autenticità. Il legno naturale del tavolo resta visibile e diventa parte integrante della scenografia, attraversato da un runner in juta bordeaux dalla trama materica e intensa, capace di dare profondità e carattere all’intera composizione.

Su ogni posto sono disposti sottopiatti quadrati in vetro trasparente, che riflettono la luce creando piccoli giochi luminosi discreti ma raffinati. Sopra di essi piatti quadrati, profondi e dalle linee moderne, in porcellana bianca decorata con delicati motivi floreali bordeaux che richiamano perfettamente il colore del runner. Le posate in acciaio minimalista, sottili ed essenziali, accompagnano la tavola con discrezione. I bicchieri in vetro sottilissimo e trasparente hanno forme morbide e leggere.

Al centro domina un vaso in ceramica bianca dalle linee morbide e verticali, essenziale ma sofisticato. Al suo interno sbocciano iris bianchi, simbolo di saggezza, sincerità, fiducia e desiderio di trasmettere un messaggio positivo. Un richiamo perfetto al significato della comunicazione e al tema della serata. Nella mitologia greca, infatti, la dea Iride era la messaggera degli dei e utilizzava l’arcobaleno per unire cielo e terra: un’immagine poetica che richiama il potere delle parole e delle connessioni umane.

L’illuminazione completa l’atmosfera con una luce calda, morbida e avvolgente. Una lampada da terra moderna ad arco, in metallo satinato scuro, diffonde una luce ambrata e laterale che accarezza la tavola delicatamente. Il risultato è un ambiente intimo e contemporaneo, dove ogni elemento sembra invitare alla conversazione, all’ascolto e alla riflessione condivisa.

Come sottofondo ho pensato a Enya, la sua musica sembra fatta per accompagnare la chiacchierata profonda senza interromperla.

Devo ammettere di aver incontrato enormi difficoltà nel creare l’atmosfera giusta, ancor di più per realizzare un menù che parlasse da solo, che fosse capace di introdurre un argomento (che non mastico perfettamente) e che fosse connesso con ogni sua parte. Spero che sia gradito.

Do un ultimo sguardo all’insieme e, nonostante abbia dubbi sulla sua loquacità, l’insieme mi soddisfa.

Suona il citofono.

Vado ad accogliere la mia gradita ospite.

La porto sulla mia terrazza. Le porgo un piccolo dono in tema con al serata: un taccuino con copertina in pelle. Nella prima pagina sotto la data della serata una scritta Per quando la storia merita di non finire in una story.

Mi sorride ed è uno di quei sorrisi che si ha voglia di vedere sempre sulle labbra altrui.

Porto in tavola l’antipasto. Crostini fatti in casa con formaggio fresco, miele e noci. Ciascun elemento di questo piatto ha un significato preciso: il pane rappresenta la condivisione più antica, il formaggio fresco qualcosa di morbido e accogliente, il miele la delicatezza che la comunicazione dovrebbe sempre avere, le noci la riflessione, il pensiero, la complessità. Tutto per dire che la connessione migliore è ancora quella umana. In una serata sui social, dove tutto è filtrato, costruito, velocissimo, ho ritenuto che il gesto del “fatto a mano” diventasse un manifesto silenzioso di autenticità, cura e tempo.

Eleonora, spesso si pensa alla cultura come a qualcosa di statico e ai social come a qualcosa di effimero. Nel tuo lavoro, come riesci a far dialogare questi due mondi apparentemente opposti per creare valore?

La cultura e il digitale vengono spesso raccontati come mondi distanti. Da una parte c’è l’idea della cultura come qualcosa di stabile, custodito in luoghi fisici, musei, teatri, biblioteche; dall’altra i social, percepiti come veloci, frammentati, quasi consumati nel giro di pochi secondi. In realtà oggi questo confine è sempre meno netto. Il digitale ha cambiato profondamente il modo in cui viviamo la quotidianità e ogni settore ha inevitabilmente vissuto questa trasformazione, compreso quello culturale. La cultura sta uscendo dai luoghi chiusi, anche mentali. Non viene più percepita soltanto nella sua dimensione più tradizionale, legata esclusivamente al museo o all’istituzione culturale. Oggi ha linguaggi e tempi diversi e può soprattutto raggiungere persone che prima restavano ai margini.

La pandemia ha accelerato molto questo processo. In quel periodo musei, teatri, festival e istituzioni culturali hanno dovuto interrogarsi sul proprio modo di esistere e comunicare. Sono nate visite virtuali, contenuti digitali, nuovi formati narrativi. Non si è trattato soltanto di trasferire online ciò che esisteva già, ma di ripensare il rapporto con il pubblico“.

...E’ quello che hai fatto tu?

Per me lavorare nell’ambito culturale e nella comunicazione digitale è stato quasi naturale. Ho sempre visto questi due mondi come complementari. I social, se usati con consapevolezza, non impoveriscono la cultura: possono ampliarla, renderla più accessibile, creare curiosità e costruire comunità. Lo vediamo anche nei linguaggi delle nuove piattaforme. Pensiamo a TikTok: molti creator hanno trovato uno spazio fertile per raccontare arte, letteratura, storia, patrimonio culturale a pubblici giovani che forse (ripeto, forse) non avrebbero incontrato quei contenuti nei canali tradizionali. Per anni settori come il travel o il fashion hanno occupato gran parte dello spazio digitale; la cultura è arrivata dopo, ma sta dimostrando di avere una straordinaria capacità di dialogare con le persone.La vera sfida, però, non è soltanto essere presenti online…”

E qual è allora?

…È esserci con qualità, responsabilità e autenticità. La diffusione culturale genera valore quando è consapevole, quando non semplifica fino a svuotare il contenuto, quando mantiene profondità pur utilizzando linguaggi contemporanei.

Oggi esiste anche un altro tema centrale: quello della credibilità. Oggi fake news, informazioni distorte e persino alcune applicazioni dell’intelligenza artificiale possono creare confusione, alterare percezioni, rendere più difficile distinguere ciò che è affidabile da ciò che non lo è. Per questo chi comunica cultura ha una responsabilità ancora più grande: costruire contenuti accessibili senza rinunciare al rigore. Per me creare valore significa proprio questo: usare strumenti contemporanei per avvicinare le persone alla cultura, senza tradirne la complessità. Credo che la cultura non perda valore quando cambia linguaggio; semmai lo acquista, quando riesce a raggiungere chi prima restava fuori dalla conversazione”.

Le sue parole fanno riflettere su quanto la cultura stia cambiando pelle senza perdere necessariamente profondità. Negli ultimi anni sono cresciuti format rapidi, visivi e immediati, capaci di avvicinare soprattutto i più giovani a contenuti che un tempo sarebbero apparsi lontani o difficili. Forse la vera sfida non è scegliere tra tradizione e digitale, ma capire se i nuovi linguaggi possano diventare un ponte verso forme diverse di conoscenza e partecipazione culturale.

Appartenendo alla generazione X, nel cuore però, purtroppo sono una boomer, e amando carta penna e calamaio, parlare dei social – che frequento poco e probabilmente anche male –, non è semplice. Sono più vicina a chi sosteneva «penso, dunque sono» e mi ritrovo nell’epoca del «posto, dunque esisto». Tuttavia sono consapevole che i social ricoprano un ruolo fondamentale nella vita e ammetto che il loro uso per scopi educativi e culturali sia diventato una parte indispensabile del nostro modo di apprendere e di relazionarci con il mondo. Grazie all’accesso immediato a contenuti, idee e punti di vista differenti, i social possono offrire opportunità straordinarie di conoscenza e approfondimento. Ma, come ogni strumento potente, richiedono consapevolezza: scegliere contenuti che stimolino il pensiero critico e favoriscano la crescita personale e culturale significa trasformare il tempo online in un’occasione di arricchimento e non soltanto di consumo veloce.

A questo proposito, porto in tavola il primo: risotto con i funghi. Anche in questo caso la scelta ha una motivazione precisa. Il fungo nasce in silenzio, sotto terra, in connessione con ciò che non si vede, un po’ come le reti invisibili della comunicazione contemporanea. E poi il risotto richiede attenzione, tempo, presenza.

Oggi gli algoritmi dei social premiano la rapidità, la provocazione e la semplificazione. Come si fa divulgazione culturale o si propongono contenuti “lenti” e profondi senza essere penalizzati dalle piattaforme?

È una sfida quotidiana. Credo che la soluzione non sia rincorrere gli algoritmi, sebbene sia difficile andare controcorrente, ma capire i linguaggi delle piattaforme senza perdere qualità. Un contenuto culturale può essere profondo e allo stesso tempo efficace: cambia il formato, non il valore del messaggio. Bisogna imparare a raccontare la cultura anche in modo più immediato, usando video brevi, storytelling e contenuti capaci di generare curiosità. Ciò non toglie nulla alle narrazioni ‘classiche’, al massimo aggiunge. Se una persona si ferma dieci secondi in più su un contenuto culturale, abbiamo già creato un primo contatto importante”.

Intanto arriva il secondo, filetto di salmone al forno con timo e scorza di limone; accanto patate piccole al rosmarino. Ho preparato il salmone perché, secondo me, ha un collegamento simbolico con il mare, le connessioni, il viaggio, il movimento tra mondi. Questo mi porta a un’altra domanda per Eleonora.

Siamo passati dai ritmi della natura a quelli dell’orologio, e ora a quelli delle notifiche. I social scandiscono le nostre giornate, dalla prima cosa che guardiamo la mattina all’ultima prima di dormire. Dal tuo osservatorio, come è cambiato il nostro rapporto con il tempo biologico e psicologico? Ci siamo fatti colonizzare il tempo della riflessione?

Non voglio generalizzare né polarizzare il dibattito, però è evidente che la tecnologia abbia cambiato il nostro rapporto con il tempo. Molti di noi iniziano e finiscono la giornata guardando uno schermo: notifiche, messaggi, aggiornamenti. Pensiamo anche alle notifiche positive, per esempio quelle che ci ricordano di prenderci cura di noi, aspetto che a volte dimentichiamo, segno di quanto il digitale sia ormai entrato nella quotidianità. Credo però che il tema cambi molto anche in base all’età e alle generazioni. Un millennial vive il digitale in modo diverso rispetto alla Gen Z, che spesso è cresciuta già dentro questi strumenti. Più che parlare di una ‘colonizzazione’ totale del tempo della riflessione, credo ci sia una sfida nuova: imparare a gestire il rapporto con la tecnologia in modo consapevole. Il problema non sono gli strumenti, ma quanto spazio decidiamo di lasciare al silenzio, all’attenzione e alla capacità di stare in un momento senza sentirci obbligati a riempirlo continuamente”.

Per qualche istante cala quasi un piccolo silenzio. Forse perché, mentre parla del tempo e della difficoltà di restare davvero presenti, ognuno pensa inconsciamente alle proprie abitudini quotidiane. E a proposito di abitudini è arrivato il momento del sorbetto. Il mio piccolo rituale che permette ai convitati di lasciare sedimentare le parole scambiate e di farle davvero proprie. È il momento della cena che preferisco, perché mi dà il tempo di osservare la mia ospite e di rendermi conto che averla alla mia tavola è stata una fortuna e una scelta giusta.

Oggi si parla tanto di digital detox, ma il fatto stesso che abbiamo dovuto inventare una parola per definire il ‘non essere connessi’ dimostra quanto la tecnologia sia diventata lo stato naturale dell’uomo contemporaneo. Non trovi paradossale che dobbiamo sforzarci e pianificare per fare una cosa che fino a vent’anni fa era la normalità, cioè vivere il momento senza uno schermo davanti? Il detox è una soluzione reale o solo un palliativo per metterci la coscienza a posto prima di ricominciare a scrollare?

Quando ero bambina, se si andava in pizzeria con i propri genitori, spesso si ascoltavano i discorsi degli adulti o si giocava con i bambini presenti. Oggi capita sempre più spesso di vedere tavoli in cui ognuno ha davanti uno schermo, adulti e bambini. Le cose cambiano, ed è naturale che sia così, ma questo cambiamento ci porta anche a interrogarci sul nostro rapporto con la tecnologia. Tornare indietro non è possibile, e probabilmente nemmeno giusto.

Siamo persone connesse, abituate a strumenti che hanno migliorato tanti aspetti della vita quotidiana. Però credo che oggi serva maggiore equilibrio. Non necessariamente eliminare il digitale, ma imparare a gestirlo.

Penso, ad esempio, alle notifiche continue: ricevere una comunicazione di lavoro alle sette di mattina o tarda sera ci porta spesso a vivere con una sensazione di urgenza costante, anche quando non esiste davvero un’urgenza.

Abbiamo costruito un’abitudine all’immediatezza che rischia di togliere spazio all’attesa, alla riflessione e persino alla noia, che invece è sempre stata una parte importante della creatività e del pensiero.

Per questo non credo che il digital detox sia una soluzione assoluta o una moda del momento. Credo piuttosto che serva una nuova consapevolezza nell’uso degli strumenti digitali. La responsabilità non è solo della tecnologia, ma anche nostra: nel modo in cui scegliamo di utilizzarla, nel tempo che decidiamo di dedicarle e nello spazio che lasciamo alla vita fuori dagli schermi”.

Le sue parole riportano a immagini semplici che appartengono a molte generazioni: le conversazioni ascoltate distrattamente da bambini, i tempi lenti delle attese, la noia trasformata in immaginazione. Oggi tutto sembra più veloce, immediato, continuamente accessibile. E forse proprio per questo il vero equilibrio non consiste nel rifiutare la tecnologia, ma nel riuscire ancora a proteggere spazi di silenzio, attenzione e presenza reale.

Il dolce chiude la serata nel miglior modo. La mousse al cioccolato bianco con frutti di bosco, il finale giusto per questa cena: elegante, morbida, luminosa, con quel tocco bordeaux che tiene insieme tutta la tavola.

Quando la serata si conclude, resta la sensazione che le parole non si siano limitate a riempire il silenzio, ma lo abbiano trasformato. E forse è questo, alla fine, il senso più autentico della comunicazione: non parlare di più, ma lasciare qualcosa che continui a parlare anche dopo.

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( 4 – continua )

Category: Costume e società, Cultura

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