“Sai che c’è, caro Marco Ancona? Apriamocela noi un’etichetta…”. A leccecronaca.it MIMMO PESARE RACCONTA DI COME, PARTENDO DAL SALENTO, LA SUA CASA DISCOGRAFICA NOS RECORDS SI SIA AFFERMATA A LIVELLO NAZIONALE

di Roberto Molle _____________
Nella seconda tappa del nostro viaggio attraverso il mondo delle etichette discografiche pugliesi abbiamo messo sotto la lente una realtà tra le più dinamiche e fluide del panorama alternativo italiano:la NOS Records. Muovendo da un’ispirazione che richiama alla memoria l’esperienza della Factory Records, la label mancuniana di Tony Wilson che lanciò i Joy Division (e altri gruppi come Happy Mondays, A Certain Ratio, Durutti Column e Cabaret Voltaire), la NOS, fondata a Lecce nel 2021 da Marco Ancona (storico chitarrista di Bludinvidia e Fonokit), Mimmo Pesare (producer, musicista e docente universitario), Amerigo Verardi (uno dei musicisti più influenti della scena alternativa italiana e non solo) e Carlo Chicco (giornalista e conduttore radiofonico), è stata premiata qualche giorno fa al MEI (Meeting delle Etichette Indipendenti) per i suoi cinque anni di attività e per il raggiungimento dei cinquanta album pubblicati (in realtà, a oggi, sessanta). Del roster della NOS Records fanno parte nomi passati recentemente anche dalle pagine di leccecronaca.it: da Klaudia Call, Ninotchka, Georgeanne Kalweit e Alessandro Palazzo fino agli stessi Marco Ancona e Amerigo Verardi (anche con uno dei suoi side-project più interessanti, i Maverick Persona), poi Veronika Voss, Paola Petrosillo, Iucca e altri. Al momento c’è molta curiosità intorno al nuovo album di imminente uscita dell’artista tarantino Giorgio Consoli e alle nuove, giovani e interessantissime scoperte della NOS: i Pallida Cavtat, il trio alt-rock-indie di giovanissimi salentini che sta incantando tutti per freschezza e originalità e i giovanissimi tarantini Taxology, freschi di uscita del loro doppio LP d’esordio, che sta raccogliendo recensioni internazionali entusiastiche.
Ospite dell’intervista che ci aiuterà a conoscere meglio la NOS Records è Mimmo Pesare (originario di Sava ma leccese d’adozione), come già detto membro fondatore della label, producer, musicista e docente universitario. Il suo progetto Ninotchka, con un disco all’attivo e uno in lavorazione, è una tra le realtà più originali degli ultimi anni. Laboratorio sonoro, esperimento sociale, progetto culturale e filosofico: Ninotchka è una splendida testimonianza musicale-umanistica che fa ben sperare in questi frangenti. Pianificata da tempo, l’intervista è slittata più volte a causa di congiunture non allineate; alla fine, qualche settimana dopo, l’incontro è avvenuto. Il professor Pesare mi ha accolto nel suo studio di Unisalento e finalmente un’interessante e piacevole conversazione ha chiarito interrogativi e svelato curiosità che da tempo mi ponevo a proposito di NOS Records. Ovviamente si è partiti dall’esperienza personale del musicista per arrivare al resto. Intanto, mentre il display del piccolo registratore cominciava a segnare i minuti, da una parete, dentro un poster in bianco e nero, il volto enigmatico di Ian Curtis si poneva come gradito, speciale, terzo incomodo.
L’Intervista
D. – Partiamo dall’inizio. Come nasce il tuo rapporto con la musica?
R. – Intorno agli otto anni ascoltavo già i Depeche Mode perché i miei cugini più grandi li seguivano negli anni Ottanta. Anche mio padre, pur ascoltando soprattutto musica classica, era molto avanti musicalmente. In casa mia si è sempre respirata musica, anche grazie a mia madre. La mia strada però l’ho trovata verso i sedici anni, quando ho cominciato a indirizzarmi verso una musica più “difficile”, più poetica. Ci sono stati dei passaggi che più o meno fanno tutti: i Doors sono stati un punto di svolta. Poi ho iniziato ad ascoltare la new wave italiana: Diaframma, Litfiba, Moda, Neon, Underground Life, CCCP e tanti altri gruppi di quell’epoca. Successivamente sono arrivati i Cure, i Joy Division e tutta la new wave anglosassone. Ho avuto anche un periodo molto dark: Sisters of Mercy, Death in June, Christian Death. Un altro grande amore sono stati gli Smiths, così come la musica elettronica e band del cuore, come i Japan e i Tuxedomoon. Tutto questo poi è confluito nelle esperienze con i gruppi che ho formato dopo.
Parliamo comunque della mia adolescenza: i miei “anni Ottanta” li ho vissuti così. Il primo disco comprato in quarta elementare fu Arena dei Duran Duran: era il 1984. Oggi i Duran Duran sono stati rivalutati, ma già allora erano un grande gruppo. Cercavano di rifarsi ai Japan, e quello era proprio il periodo più new romantic della wave inglese. Poi arrivò il grunge, che però a me non faceva battere il cuore. Nel 1991 avevo sedici anni, ma provenendo già da ascolti differenti mi sembrava qualcosa di distante. In quegli anni ascoltavo cose più scure: Jesus and Mary Chain, My Bloody Valentine, Pixies. Non mi piaceva l’estetica grunge, ero orientato verso altre sonorità. Invece mi colpì molto il britpop: i Suede, i Blur (non gli Oasis). E un altro amore enorme fu il trip hop. Nel 1994 uscì Dummy dei Portishead e per me fu una rivelazione. Poi Massive Attack, Tricky, Archive, U.N.K.L.E. e tutta quella scena. Anche in Italia qualcuno provava a fare qualcosa del genere, ma eravamo ancora agli inizi. Nel frattempo con il mio gruppo di allora nel 1995 incidiamo una demo e la mandiamo a Valerio Soave della Mescal. All’epoca non esisteva internet: registravi la cassetta, preparavi la biografia battuta a macchina e spedivi tutto. Lui ci disse che la proposta gli piaceva e che avremmo dovuto registrarla meglio per poi incontrarci. Però il gruppo si sciolse perché il batterista andò via per lavoro. Quel trio si chiamava Art Nouveau. Io suonavo il basso cantavo e scrivevo i testi. Alla chitarra c’era Pierluigi Toma, un grandissimo chitarrista, molto elegante, mai troppo “power”, sempre molto raffinato e jazzy nel suono, e alla batteria Enzo Becci.
Dopo lo scioglimento del gruppo è iniziata una fase più impegnativa della mia vita. Mi ero già iscritto all’università, a Filosofia, ma nel frattempo lavoravo anche come barman. Mi sono fatto l’università lavorando dal giovedì alla domenica: è stata dura e ci ho messo un po’ più di tempo. In quel periodo ho lasciato un po’ la musica ed è stato un cruccio. Ma stava anche cambiando il periodo storico. Stava finendo la stagione dei centri sociali; a Sava ne fondammo uno molto attivo dove organizzavamo molti concerti con un bellissimo giro di persone. Venivano anche da fuori provincia ai nostri eventi e c’era una stupenda atmosfera di condivisione e collaborazione. Con gli Art Nouveau facemmo un memorabile (almeno per noi…) concerto in uno storico “25 Aprile antiautoritario”, a Sava nel 1995, con i Veronika Voss, che erano il gruppo di riferimento di Taranto. Poi però quel periodo è finito e mi sono buttato sulle “cose da fare”: studio e lavoro. Facevo il barista, le stagioni, i concorsi da bartender. Mi piaceva anche, però inevitabilmente questa cosa mi allontanava dalla musica. Molti anni dopo gli Art Nouveau arrivò un altro gruppo con cui, dal 2006 al 2009 abbiamo fatto circa cento concerti un po’ dappertutto. Era un progetto completamente diverso da ciò che facevo normalmente: una sorta di shake “cinedelico”, quasi anticipando gruppi come i Calibro 35. Il progetto si chiamava QCK, eravamo in cinque e tramite MySpace (la prima piattaforma social dell’epoca) ci prese un’agenzia di Genova che si chiamava Big Ramona: merchandising, demo, organizzazione dei concerti. Era un esperimento molto particolare: basso, batteria, chitarra, tastiere e un dj (Cosmico, n.d.r.) che faceva scratch con i vinili. Era una musica molto nuova per l’epoca, molto ballabile, lontana dalle mie sonorità oscure, ma io come bassista mi ci divertivo tantissimo. Per due anni facemmo davvero molti concerti, registrammo una demo di 7 pezzi originali e poi anche quel gruppo si sciolse e il disco non fu mai pubblicato ufficialmente, anche se quella demo girava in heavy rotation nelle feste e nelle dance hall salentine, sottobanco. Successivamente ci sono stati gli Zeman, circa una decina di anni fa, con il compianto Massimo Todisco alla voce al piano Rhodes e con Tristano Cannoletta alla batteria. Facevamo una musica difficile da definire, tra rock psichedelico e new wave. A un certo punto però ho sentito l’esigenza di fare qualcosa che fosse davvero mio. Ho suonato per un anno anche con Tobia and the Sellers e ho collaborato con tanti amici, ma iniziavo a pensare a qualcosa che mi rappresentasse al 100%. Suonare in una band è un’esperienza bellissima, la consiglio a tutti: si cresce insieme, si condivide tanto. Però a un certo punto è difficile trovare quattro o cinque persone completamente affini a te. Con il tempo emerge anche una forma di individualismo artistico: vuoi fare esattamente ciò che senti tuo. Nel frattempo avevo iniziato ad alfabetizzarmi ai linguaggi elettronici. Io ero un bassista classico: basso, amplificatore, pedalini. Ho iniziato a familiarizzare con i software musicali, prima Garageband e poi Logic. Successivamente ho comprato i primi controller MIDI, il primo synth, la drum machine e altre macchine. Piano piano ho capito quale fosse il mio suono. E soprattutto ci ho messo molti anni a capire come portarlo fuori davvero.
D. – A un certo punto però il tuo suono cambia radicalmente. Arriva l’elettronica, arrivano i synth, i campionatori. Come nasce davvero Ninotchka?
R. – Nel frattempo avevo fatto anche un pezzo con Luca Attanasio dei Playontape. Lui era molto vicino alla mia estetica dark e probabilmente quel pezzo lo farò uscire, a molti anni dalla sua incisione. Però io in quegli anni stavo soprattutto cercando il mio suono. E stavo imparando a fare cose che prima non sapevo fare: synth, sequencer, campionatori. Il campionatore per me è stato fondamentale. Tutto nasce da quella passione esplosa nel 1994 con il trip hop. Mi affascinava il concetto del campionamento, anche se fino a quel momento non l’avevo mai realmente utilizzato. Ho iniziato a comprare strumenti, sperimentare, rivendere quello che non sentivo mio, finché non ho trovato davvero le macchine adatte a me. Il primo live ufficiale di Ninotchka esce alla Sagra del Diavolo del 2018, col progetto “La follia e il suo doppio”, un reading musicale in cui Giorgio Consoli leggeva e drammatizzava testi di Franco Basaglia e io ci suonavo sotto; quello spettacolo doveva essere una una tantum in occasione del quarantennale della Legge 180, ma poi invece ha fatto decine e decine di repliche in tutta Italia e tuttora ce lo chiedono. Non era ancora il mio progetto autoriale ma ne costituiva il primo incubatore. Il nome Ninotchka viene dalla mia passione per i Tuxedomoon, perché è il titolo di un loro brano, ma mi piaceva anche per altri motivi: è pure il titolo di un famoso film di Greta Garbo, la mia attrice preferita, diretto da Ernst Lubitsch. Tante suggestioni che si univano insieme. Con Giorgio – che per me è un fratello – abbiamo iniziato a costruire questa estetica. Lui era stato il fondatore e la voce dei Leitmotiv, uno dei gruppi alternative pugliesi più importanti degli anni Duemila ed è anche un attore professionista formato al Piccolo di Milano. Fa teatro, cinema, tantissime cose.
D. – Una cosa che colpisce di Ninotchka è che tu non canti: in “Temporalità”, primo album del tuo progetto, ci sono diversi ospiti che ti danno man forte con la loro voce. Mi viene in mente Massimo Zamboni e il suo stupendo album “Sorella sconfitta”, che mi dici?
R. – Non ho mai pensato di avere una vera voce da cantante. Lo facevo da ragazzo e lo faccio tuttora sotto la doccia, ma mi piaceva di più l’idea di un progetto alla Wild Bunch di Bristol: una mente creativa che non necessariamente compare in primo piano. C’erano voci ospiti, figure differenti, come succedeva nei Massive Attack o negli Everything But The Girl. E poi per me c’era anche un discorso filosofico legato all’identità: l’idea che il progetto non dovesse coincidere con una sola persona.
D. – A proposito di Everything But The Girl, siamo da quelle parti lì. Un “autore-regista” con le idee ben chiare sui suoni che riesce a coniugarli a parole e voci, che non è scontato arrivi sempre un buon risultato.
R. – Assolutamente. Ben Watt ha fatto un disco meraviglioso nei primi anni Ottanta, molto raffinato. Quelle cose lì – Prefab Sprout, certa sophisticated-pop inglese – sono sempre state dentro il mio immaginario. Comunque Ninotchka nasce così: io ormai avevo trovato il mio suono. Avevo accumulato anni di esperimenti, hard disk pieni di bozze, prove, tentativi. E questa cosa mi fa piacere quando viene percepita, perché oggi spesso tanti progetti vengono costruiti in poco tempo dalle major. Nel mio caso invece dietro c’erano anni e anni di lavoro silenzioso. Le prime cose le ho iniziate intorno al 2013, ma il primo singolo è uscito solo molti anni dopo. Per tanto tempo ho lavorato senza pubblicare nulla.
D. – E infatti Ninotchka sembra un disco molto frammentato, ma allo stesso tempo coerente.
R. – Sì, è vero. Non è un concept album nel senso classico, però ha un suo suono preciso. Sono storie complementari, collegate tra loro ma anche autonome. Il primo singolo, Temporalità, nasce nel 2018. Poi il disco vero e proprio è arrivato nel 2021. In mezzo ho pubblicato altri tre singoli molto distanti l’uno dall’altro. C’era Scegli, cantato da Gianluca De Rubertis, che è una sorta di ballad elettro-acustica. Poi In nessun posto, interpretato da Emidio Clementi, che ebbe un riscontro molto forte. E infine Mare crudele, cantato da Georgeanne Kalweit. A un certo punto però ho sentito l’esigenza di trasformare quelle prime intuizioni in vere forme-canzone. Così nacque quel famoso primo singolo, Temporalità. Feci ascoltare la demo a Marco Ancona, con cui siamo amici da tanti anni, lui mi disse subito: “Mi piace, produciamolo”, pubblicai il pezzo in maniera totalmente indipendente, ancora prima della nascita di NOS Records, tramite DistroKid e il brano iniziò a girare. Era il mio primo pezzo “solo mio” e per questo per me aveva un valore enorme.
D. – Temporalità ha qualcosa che resta dentro, anche dopo molti ascolti. Ha un mood retrò e nostalgico, allo steso tempo è moderno con un respiro “progressista”.
R. – Sì, credo abbia quella capacità lì. È un pezzo semplice, ma quando ti entra dentro poi ritorna. Sai quando magari ascolti musica in macchina, in playlist casuale, e dopo settimane un brano riaffiora? Ecco, con Temporalità succede spesso. Poi arrivò Scegli, con Gianluca De Rubertis. Lì emerge anche tutta una tensione politica e sociale di quel periodo. Sentivo finalmente di essermi liberato da una frustrazione che avevo avuto spesso nelle band: il limite nel parlare apertamente di certe cose. Molti dicevano: “Non dobbiamo fare canzoni politiche”. A me invece quella cosa stava stretta. Finalmente ero libero: musica e testi erano miei, potevo dire quello che volevo senza compromessi. Avevo ormai superato i quarant’anni e non avevo più bisogno di adattarmi alle aspettative degli altri. Facevo musica semplicemente perché mi piaceva farla. Infatti dico sempre una cosa: ho fatto il disco che avrei voluto ascoltare io.
D. – E ogni brano viene poi affidato a interpreti diversi. Devo dire che i brani sembrano essere stati scritti appositamente per ognuno dei cantanti ospiti.
R. – Sì. Con Gianluca De Rubertis è stato naturale: il suo timbro basso era perfetto per quel tipo di brano. Gli feci ascoltare una versione demo dal telefono, una sera al Caffè Letterario di Lecce, gli piacque e decise di cantarla. Con Emidio Clementi invece il legame nasce da lontano. Per me i Massimo Volume sono stati fondamentali. Lo avevamo invitato all’Arci di Sava intorno nel 2013 per uno spettacolo con Corrado Nuccini. In quel periodo conducevo anche una trasmissione notturna su Radio Flo, una web radio che andava molto bene. Il programma si chiamava Blow Up. Lo intervistai e da allora siamo rimasti in contatto. Poi, attraverso il mio percorso universitario e le mie letture, ho iniziato sempre di più a cercare un punto d’incontro tra musica, filosofia e psicanalisi. Uno dei miei autori di riferimento è Jacques Lacan e da lì è nato tutto un ragionamento sul rapporto tra scrittura, identità e voce.
D. – A un certo punto il progetto Ninotchka comincia davvero a uscire fuori dal circuito locale. E lì succede qualcosa di importante. Cosa in particolare?
R. – In quegli anni mi rendevo conto che quando ascoltavo i Massimo Volume avevo quasi la sensazione che certe canzoni potessero spiegare Jacques Lacan meglio di tanti saggi universitari. Due mondi apparentemente lontanissimi che invece, nella mia testa, comunicavano profondamente. Da lì nasce anche un piccolo libro che scrissi e che andò sorprendentemente bene: Jacques Lacan spiegato dai Massimo Volume. Era un titolo volutamente provocatorio: cosa c’entra uno dei più grandi psicanalisti del Novecento con un gruppo post-rock italiano? Eppure per me quella connessione esisteva eccome. Chiamo Emidio Clementi e gli chiedo se vuole scrivere la prefazione. Lui accetta. E quella cosa rinsalda ancora di più il nostro rapporto. Nel frattempo ci eravamo già incontrati diverse volte: a Bologna, a Modena durante una data del progetto Basaglia, all’Arci Ribalta. Pian piano siamo diventati amici. Era nataurale, a un certo punto, provare a coinvolgerlo davvero in un mio pezzo, anche se sinceramente pensavo che non avrebbe mai accettato, perché Emidio non aveva praticamente mai interpretato materiale non suo. Lui è prima di tutto uno scrittore. Gli mando però questa base molto trip hop, quasi electro: In nessun posto. Un pezzo molto scuro. Dopo un po’ mi arriva un messaggio: “Mi piace, te la canto, Mimmo”. Quando, dopo un mese, mi arrivò via mail il file con la sua voce registrata per me fu la chiusura di un cerchio. Nel 1995 ascoltavo Lungo i bordi come un disco sacro. Era stato un vero shock emotivo. Ritrovarmi anni dopo a collaborare con lui, e per di più in una mia canzone, era una cosa che non avrei mai immaginato.
D. – E quel singolo allarga molto il raggio di Ninotchka.
R. – Sì, inevitabilmente si apre anche a un pubblico diverso, grazie alla fanbase dei Massimo Volume. Cominciano ad arrivare recensioni importanti: Rockerilla, Rumore e altre realtà di settore. E chiaramente questa cosa mi ha dato ancora più fiducia. Poi arriva il terzo singolo. Un pezzo che dalle sonorità molto internazionali, grazie anche a campioni presi dalle librerie loop di artisti come Bonobo e Moderat. All’inizio pensavo di proporlo a Mara Redeghieri degli Üstmamò, ma poi ho sentito che la voce giusta fosse quella di Georgeanne Kalweit. Georgeanne è una artista incredibile, il suo timbro è tra i più raffinati del pop contemporaneo e ho sempre amato la sua voce, già dai tempi de Delta V. Non ci conoscevamo ancora benissimo. Ci eravamo incontrati anni prima a un concerto all’Arci di Sava insieme a Cesare Malfatti. Le scrivo, le mando il brano e lei accetta, in maniera molto professionale. Registra questa voce splendida e nasce “Mare Crudele”, dedicato alla tragedia dei migranti morti nel Mediterraneo e con un videoclip ufficiale di Giuseppe D’Oria, che includeva immagini delle ONG. Nel frattempo il disco era ormai completo: quei tre brani, più altri pezzi, formavano finalmente un album vero e proprio. E lì nasce il problema: chi lo pubblica? Perché ormai non era più una semplice autoproduzione fatta in casa. Dietro c’erano anni di lavoro, una costruzione precisa del suono, una produzione seria e certosina, sempre seguita dalla abili mani di Marco Ancona. Comincio quindi a mandarlo in giro alle etichette e ricevo molte risposte positive, ma lì capisci anche quanto sia cambiata oggi l’industria musicale. Le etichette indipendenti di una volta praticamente non esistono più. Molte ti chiedono denaro senza offrirti realmente nulla. Un giorno ero all’Orient Express con Marco Ancona e parlavamo proprio di questa frustrazione. A un certo punto gli dico: “Sai che c’è? Apriamocela noi un’etichetta”. E così nasce NOS Records. Il primo disco pubblicato dall’etichetta è proprio l’LP d’esordio di Ninotchka. All’inizio eravamo io e Marco, poi si aggiunge Carlo Chicco da Bari e infine arriva Amerigo Verardi, al quale proponiamo di diventare direttore artistico della label. Per me era una scelta naturale. Con Amerigo avevamo gusti musicali, filosofici e persino politici molto vicini. E poi io lo ammiravo profondamente da anni. Oltre a essere un amico, rappresenta una figura importantissima della musica underground italiana: gli Allison Run, i Lula, i Betty’s Blues, le produzioni, tutta una storia bellissima che continua a produrre gemme. Lui accetta e da quel momento iniziamo davvero a lavorare come una struttura discografica strutturata. Marco Ancona invece è il nostro riferimento tecnico: mix, mastering e produzione sonora, esperienza e competenze enormi. Tantissimi gruppi passano da lui. Io invece mi occupo soprattutto degli artisti e dei progetti. Quella figura che tecnicamente viene chiamata A&R: artist and repertoire. È un ruolo che ho imparato facendolo. Mi occupo delle idee, dei contatti e della programmazione del catalogo. Per esempio Stagioni, il disco tributo ai Massimo Volume è nato dal mio amore verso la band di Emidio. All’inizio facevo persino l’ufficio stampa da solo. Di notte invece di dormire scrivevo comunicati, mandavo mail, organizzavo cose. Nel frattempo riusciamo anche, tramite Trulletto Records e grazie a Sebastiano Lillo, a ottenere una distribuzione importante come Believe. Ed è una cosa significativa, perché NOS Records nasce già con una distribuzione forte alle spalle. “Temporalità” esce sia in digitale sia in formato fisico. Per stampare il vinile organizzo un crowdfunding completamente da solo. Anche lì è stato un lavoro enorme, ma alla fine funziona e sei libero dall’inizio alla fine.
D. – Quindi NOS Records comincia ad avere un’identità e a crescere davvero. Ma non credo sia stato facile trovare la via per differenziarsi nella jungla delle etichette discografiche, che sappiamo no se la passino tanto bene. Sapevate dove stavate andando a parare?
R. – Sì, perché fin dall’inizio la nostra idea era molto chiara: volevamo costruire un’etichetta realmente indipendente e completamente no profit. Le etichette chiedono percentuali su tutto: diritti, vendite, concerti, crowdfunding, merchandising. Noi invece abbiamo deciso una cosa radicale: tutti i diritti restano agli artisti. NOS Records non prende una lira. Ed è una cosa di cui vado molto orgoglioso.
D. – Una scelta quasi controcorrente allo stato attuale. Una sorta di mission che lancia un segnale forte in tempi di edonismo e individualismo feroci.
R. – Totalmente. Anche perché ormai il mercato è drogato dalle major, dagli algoritmi, dai big like. Ma tanti artisti anche molto popolari in realtà non guadagnano quanto si pensa. Noi invece volevamo fare scouting vero: cercare musica che piacesse realmente a noi, senza inseguire mode o algoritmi. Non ci interessava pubblicare per forza l’indie-pop del momento o quello che “funziona” sulle piattaforme. L’idea era semplice: dare tutto agli artisti e creare una comunità musicale credibile. Ed è stata una scelta difficile, perché economicamente non è sostenuta da grandi strutture, però col tempo questa linea è diventata quasi un marchio di riconoscibilità. Alcuni artisti hanno iniziato a vedere NOS Records come un posto affidabile, con un’identità precisa.
D. – Anche perché attorno all’etichetta iniziano a gravitare nomi importanti.
R. – Sì. Dopo Ninotchka, per esempio, escono anche i primi singoli del nuovo progetto solista di Marco Ancona. E l’engagement cresce ulteriormente, perché Marco aveva già un suo percorso molto forte. Poi pian piano arrivano altri artisti, un sacco di artisti bravissimi e lì diventa fondamentale anche il ruolo di Amerigo Verardi. La sua presenza ci permette di entrare in relazione con musicisti molto importanti, perché Amerigo non è solo un grandissimo artista: è soprattutto una figura storica della musica indipendente italiana e il fatto che lui rappresentasse la direzione artistica di NOS, garantendone la qualità del progetto, ha dato ulteriormente credibilità e autorevolezza all’etichetta.
D. – Come nasce anche l’idea del tributo ai Massimo Volume?
R. – C’era un anniversario per me importante: i trent’anni discografici di questa band seminale. Quindi ho proposto ad Amerigo, Marco e Carlo una calla destinata a una serie di artisti che potessero reinterpretare i classici della band e inaspettatamente, dopo molto lavoro, ci siamo trovati una tracklist con nomi come Francesco Bianconi dei Baustelle, Mauro Ermanno Giovanardi dei La Crus, Max Collini degli Offlaga Disco Pax, Cesare Basile, i Bachi da Pietra e tanti altri.
La compilation ha avuto decine di migliaia di stream, è diventata disco italiano del mese su Rumore ed è entrata nella cinquina finale del Premio Tenco…un piccolo sogno.
D. – Nel disco tributo c’è anche Mauro Ermanno Giovanardi, che per la tua (ma anche per la mia) generazione è stato importantissimo.
R. – Assolutamente. Per me i La Crus sono stati fondamentali, un progetto pioneristico e raffinatissimo. Ho sempre stimato Joe, perciò per il disco tributo ai MC gli ho scritto per proporgli una sua partecipazione. Lui mi rispose che lo avrebbe fatto volentieri ma non avendo tempo, in quel periodo, di entrare in studio per registrare un inedito, mi concede il permesso di ripubblicare una sua interpretazione già esistente (si trattava della sua cover dei MV “Il primo dio”). Il problema era che quel brano apparteneva ancora alla Warner e ottenere i permessi era complicatissimo. Allora nasce l’idea di ricostruire completamente la base da zero utilizzando soltanto la sua voce originale. Ed è stato bellissimo per me lavorare su quel materiale.
D. – In tutto questo, NOS Records continua a espandersi.
R. – Sì, piano piano abbiamo iniziato a produrre artisti di Roma, Genova, Livorno, Milano… non eravamo più soltanto una realtà locale. La cosa più bella era che tutti loro arrivavano spontaneamente, perché percepivano che dietro l’etichetta c’era un’idea reale, non semplicemente un tentativo di stare dentro il mercato. E questo, secondo me, oggi fa ancora la differenza.
D. – Quando vi rendete conto che NOS records si è conquistato uno “spazio” e una credibilità veramente importanti?
R. – Dopo il disco tributo ai MV e tutta quella serie di collaborazioni importanti succede qualcosa che non ci aspettavamo. Arrivano recensioni enormi: una pagina intera su Rumore, articoli ovunque, il disco entra tra le uscite più elogiate dell’anno. E lì improvvisamente il nome di NOS Records comincia a girare davvero, tanto è vero che subito dopo il MEI – Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza, ci proclama terza migliore label italiana!
D. – E da quel momento cambia anche il ritmo dell’etichetta?
R. – Totalmente. Prima magari facevamo un’uscita al mese, quasi sempre singoli. Dopo quel periodo iniziano ad arrivare proposte continuamente. Negli ultimi anni siamo arrivati a pubblicare anche quattro release al mese.
Se facciamo i conti, in cinque anni di NOS Records abbiamo coinvolto qualcosa come trentasette artisti differenti tra dischi, featuring, compilation e collaborazioni. Più di cinquanta uscite e centinaia di brani pubblicati. E tutto questo senza avere una vera struttura alle spalle.
D. – Insomma, belle soddisfazioni.
R. – Assolutamente. Perché spesso la gente non capisce quanto tempo richieda una cosa del genere. Noi non guadagniamo praticamente nulla da questo lavoro, visto che tutti i diritti restano agli artisti. Quindi perché passare le notti davanti al computer invece di uscire o vivere normalmente? Perché per noi c’è un’idea etica e politica del fare musica. Una filosofia del dono, della condivisione. Dentro NOS Records ognuno ha un ruolo: Marco Ancona è l’anima tecnica, il produttore, l’ingegnere del suono; Carlo Chicco segue molto la comunicazione e il management; io e Amerigo Verardi lavoriamo soprattutto sulla linea artistica e culturale del progetto. Soprattutto siamo quattro persone provenienti da province diverse della Puglia: io da Taranto anche se ormai vivo a Lecce da oltre trent’anni, Amerigo da Brindisi, Carlo da Bari, Marco dal Salento. E questa pluralità secondo me ha dato forza all’etichetta.
D. – Però la vostra resta una struttura molto “orizzontale”.
R. – Sì, sempre Anche Amerigo, che potrebbe tranquillamente imporsi per ruolo, esperienza e autorevolezza, continua sempre a confrontarsi. Mi dice: “Questo ti piace? Tu che ne pensi?”. C’è davvero un dialogo continuo. E questa cosa per me è una ricchezza, perché siamo innanzitutto amici!
D. – Nel frattempo iniziano ad arrivare artisti anche da fuori regione.
R. – Sì. All’inizio pubblicavamo soprattutto amici e realtà vicine: Ninotchka, Iucca, i progetti legati alla nostra scena. Poi però iniziano ad arrivare gruppi da Milano, Genova, Roma. Entrano artisti elettronici, producer, band molto differenti tra loro. E a un certo punto succede una cosa incredibile: i Virginiana Miller ci chiedono di pubblicare con noi il loro nuovo singolo. Parliamo di un gruppo importantissimo, storico. Poi arrivano anche Veronika Voss, Georgeanne Kalweit, i Kozminski e tantissimi altri artisti che stimiamo. Ed era incredibile vedere persone che avevamo ascoltato per tutta la vita scegliere una realtà piccola come la nostra.
D. – Cosa ne pensi del mercato musicale attuale?
R. – Oggi esce una quantità enorme di musica. Tantissime cose bellissime rischiano di perdersi immediatamente. Quando eravamo ragazzi noi, la musica alternativa era davvero alternativa: aveva una visione forte, un’identità precisa. Oggi invece spesso anche l’indie finisce per inseguire le stesse logiche del mainstream. Tutto tende ad assomigliarsi. Però io continuo a vedere in tutto questo anche un segno di vitalità. Significa che c’è ancora gente che sente il bisogno di fare musica, di creare spazi, di costruire comunità. Ed è questo, in fondo, il senso di NOS Records.
D. – Quindi, nonostante tutte le difficoltà del mercato musicale, tu continui ad avere una certa fiducia nella musica indipendente?
R. – Sì, perché per fortuna esistono ancora artisti che hanno una visione forte. Penso a Iosonouncane, per esempio. Uno può anche trovarlo schivo o difficile, però lì senti ancora una ricerca vera, una personalità precisa. E questa cosa per me è fondamentale. Il problema è che negli ultimi anni il termine “indie” è stato completamente svuotato. Quella che una volta era musica indipendente oggi spesso è soltanto pop confezionato in maniera furba, con un’estetica pseudo-alternativa. Io vengo da un’altra idea di indipendenza. Negli anni Novanta esistevano davvero etichette indipendenti fortissime: il Consorzio Produttori Indipendenti, per esempio, tutta una scena che aveva un’identità culturale precisa. Oggi invece molte cose che vengono definite “indie” sono semplicemente prodotti molto ben costruiti dal punto di vista commerciale.
D. – Una specie di alternativa già addomesticata, studiata a tavolino.
R. – Esatto. Io li chiamo “macchine emotive”: prodotti pensati per funzionare subito, emotivamente, ma senza un vero rischio artistico. Poi magari ci sono artisti bravissimi anche dentro quel sistema, però è cambiato completamente il senso della parola “indipendente”. Per questo continuo a cercare musicisti che abbiano ancora una visione personale, anche radicale.
D. – In fondo anche il tuo percorso nasce da lì: ascoltare, collegare, reinterpretare.
R. – Sì. E senza quasi accorgermene mi sono ritrovato, nell’arco di pochi anni, a stare contemporaneamente dentro tante cose: la scrittura, la musica, l’etichetta, l’organizzazione culturale. NOS Records nasce quasi casualmente, semplicemente perché volevo pubblicare il mio disco con un’etichetta vera. Poi improvvisamente ci siamo trovati dentro una rete molto più ampia. E nel frattempo arrivavano anche riconoscimenti importanti: classifiche di fine anno, recensioni molto positive, segnalazioni tra i migliori dischi indipendenti. Non era qualcosa che ci aspettavamo davvero.
D. – Però NOS Records non fa soltanto musica.
R. – No. E questa è una cosa a cui tengo molto. Negli ultimi anni abbiamo fatto anche operazioni apertamente politiche e culturali. Per esempio, con Amerigo abbiamo pubblicato un singolo di Ninotchka (“Lune di Gaza) i cui proventi erano destinati agli ospedali palestinesi; così pure come il singolo “E tu addostavi” di Amerigo e Paola Petrosillo, dedicato alla Global Sumud Flottilla. Abbiamo preso posizione pubblicamente contro il genocidio palestinese aderendo al sindacato dei Massive Attack (che ci hanno risposto subito ringraziandoci!) e abbiamo interdetto la distribuzione della nostra musica nello Stato di Israele. Sono piccoli gesti, certo. Non cambiano il mondo. Però per me hanno un significato simbolico importante: un’etichetta indipendente deve avere anche una posizione etica.
D. – Quasi una comunità culturale, più che una semplice label.
R. – Si, questa cosa mi colpisce tantissimo, perché è esattamente quel cortocircuito che ho sempre cercato: cultura alta e cultura popolare che si toccano e parlano con coraggio nel discorso pubblico. Per me la musica ha sempre funzionato così: non soltanto intrattenimento, ma anche pensiero, immaginario, identità.
D. – E forse è questo che continua a tenere insieme tutte le cose che fai.
R. – Probabilmente sì. Anche quando mi occupo di altri artisti, in fondo sto sempre ricollegandomi a me stesso, alle mie emozioni, alle cose che mi hanno formato. E credo che alla fine tutto il mio percorso – nella radio, nei gruppi, nei libri che scrivo, nelle mie canzoni, dentro NOS Records – nasca sempre dalla stessa esigenza: cercare una forma personale di autenticità.
D. – A un certo punto però tutte queste relazioni artistiche diventano anche rapporti umani molto forti.
R. – Sì, ed è una delle cose più belle che mi siano capitate. Per esempio con Mauro Ermanno Giovanardi ormai ci sentiamo continuamente, siamo amici. Oppure con Andrea Chimenti, un altro mio mito musicale da sempre: quando ho scritto il mio ultimo singolo, Ninnarella, ho subito pensato che sarebbe stato perfetto cantato da Andrea: gli ho scritto, gli ho mandato la demo e dopo pochissimi giorni, con l’eleganza e l’umiltà che lo caratterizzano da sempre, mi ha risposto semplicemente: “Ciao Mimmo, mi piace moltissimo, sia la musica che il testo: te lo canto!”. E poi, pensa, dopo appena quindici giorni – subito dopo Natale – mi arriva la voce registrata. Quando arrivò quella voce rimasi senza parole. Ha qualcosa di ieratico, autorevole. Una voce che disegna mondi mentre la ascolti. E la cosa bella è che con persone così poi nascono anche rapporti veri, non soltanto collaborazioni artistiche.
D. – Nasce da lì Musiclash?
R. – Sì. Musiclash è probabilmente il punto in cui tutte le cose della mia vita si sono unite davvero: un festival in cui l’università, la musica, la scrittura, la divulgazione, dialogano tra loro, senza salire in cattedra, comunicando a tutti. Io insegno psicopedagogia del linguaggio e scienze della comunicazione, ma a un certo punto ho voluto inserire anche un percorso che si chiama psicopedagogia della comunicazione musicale. Lì sperimento una cosa che mi diverte tantissimo: faccio ascoltare a ragazzi di vent’anni musica che probabilmente non avrebbero mai incontrato da soli. Poi analizziamo i testi, il linguaggio, i riferimenti culturali, mettendo insieme musica, filosofia e comunicazione. In qualche modo questa cosa ha chiuso un cerchio. Musiclash nasce proprio da lì: un festival che prova a ragionare sull’immaginario musicale, non soltanto sulla musica in sé.
Spero di continuare a parlare di musica, ancora e ancora.

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