“Sai che c’è, caro Marco Ancona? Apriamocela noi un’etichetta…”. A leccecronaca.it MIMMO PESARE RACCONTA DI COME, PARTENDO DAL SALENTO, LA SUA CASA DISCOGRAFICA NOS RECORDS SI SIA AFFERMATA A LIVELLO NAZIONALE

| 31 Maggio 2026 | 0 Comments

di Roberto Molle ________________

Nella seconda tappa del nostro viaggio attraverso il mondo delle etichette discografiche pugliesi abbiamo messo sotto la lente una realtà tra le più dinamiche e fluide del panorama alternativo italiano: Nos Records. Muovendo da un’ispirazione che richiama alla memoria l’esperienza della Factory Records, la label mancuniana di Tony Wilson che lanciò i Joy Division (e altri gruppi come Happy Mondays, A Certain Ratio, Durutti Column e Cabaret Voltaire), la Nos, fondata tra Bari e Lecce nel 2021 da Marco Ancona (storico chitarrista di Bludinvidia e Fonokit), Mimmo Pesare (producer, musicista e docente universitario), Amerigo Verardi (uno dei musicisti più influenti della scena alternativa italiana e non solo) e Carlo Chicco (giornalista e conduttore radiofonico), è stata premiata qualche giorno fa al MEI (Meeting delle Etichette Indipendenti) di Faenza per i suoi cinque anni di attività e per il raggiungimento degli oltre cinquanta album pubblicati.

Del roster della Nos Records fanno parte nomi passati recentemente anche dalle pagine di leccecronaca.it: da Klaudia Call, Ninotchka, Georgeanne Kalweit e Alessandro Palazzo fino agli stessi Marco Ancona e Amerigo Verardi (anche con uno dei suoi side-project più interessanti, i Maverick Persona), poi Veronika Voss, Paola Petrosillo, Iucca e altri.

Al momento c’è molta curiosità intorno al nuovo album di imminente uscita dell’artista tarantino Giorgio Consoli e alla nuova, interessantissima scoperta della Nos: Pallida Cavtat, il trio alt-rock-indie di giovanissimi salentini che sta incantando tutti per freschezza e originalità.

Ospite dell’intervista che ci aiuterà a conoscere meglio la Nos Records è Mimmo Pesare (originario di Sava ma leccese d’adozione), come già detto membro fondatore della label, producer, musicista e docente universitario.

Il suo progetto Ninotchka, con un disco all’attivo e uno in lavorazione, è una tra le realtà più originali degli ultimi anni. Laboratorio sonoro, esperimento sociale, progetto culturale e filosofico: Ninotchka è una splendida testimonianza umanistica che fa ben sperare di questi frangenti.

Pianificata da tempo, l’intervista è slittata più volte a causa di congiunture non allineate; alla fine, qualche settimana dopo, l’incontro è avvenuto. Il professor Pesare mi ha accolto nel suo studio dell’Unisalento e finalmente un’interessante e piacevole conversazione ha chiarito interrogativi e svelato curiosità che da tempo mi ponevo a proposito di Nos Records. Ovviamente si è partiti dall’esperienza personale del musicista per arrivare al resto. Intanto, mentre il display del piccolo registratore cominciava a segnare i minuti, da una parete, dentro un poster in bianco e nero, il volto enigmatico di Ian Curtis si poneva come gradito, speciale, terzo incomodo.

L’Intervista

D. – Partiamo dall’inizio. Come nasce il tuo rapporto con la musica?

R. – “Intorno agli otto anni ascoltavo già i Depeche Mode perché i miei cugini li seguivano negli anni Ottanta. Anche mio padre, pur ascoltando soprattutto musica classica, era molto avanti musicalmente. In casa mia si è sempre respirata musica, anche grazie a mia madre. La mia strada però l’ho trovata verso i sedici anni, quando ho cominciato a indirizzarmi verso una musica più “difficile”, più poetica. Ci sono stati dei passaggi che più o meno fanno tutti: i Doors sono stati un punto di svolta. Poi ho iniziato ad ascoltare la new wave italiana: Diaframma, Litfiba, Neon e tanti altri gruppi di quell’epoca. Successivamente sono arrivati i Cure, i Joy Division, tutta una new wave più elaborata. Ho avuto anche un periodo molto dark: Sisters of Mercy, Death in June, Christian Death. Un altro grande amore sono stati gli Smiths, così come la musica elettronica. Tutto questo poi è confluito nelle esperienze con i gruppi che ho formato dopo.

Parliamo comunque della mia adolescenza: avevo intorno ai vent’anni. I miei “anni Ottanta” li ho vissuti così. Il primo disco comprato in quarta elementare fu Arena dei Duran Duran: era il 1984. Oggi i Duran Duran sono stati rivalutati, ma già allora erano un grande gruppo. Cercavano di rifarsi ai Japan, e quello era proprio il periodo. Poi arrivò il grunge, che però a me non piaceva molto. Nel 1991 avevo sedici anni, ma provenendo già da ascolti differenti mi sembrava qualcosa di distante. In quegli anni ascoltavo cose più scure: Jesus and Mary Chain, My Bloody Valentine, Pixies. Non mi piaceva l’estetica grunge, ero orientato verso altre sonorità. Invece mi colpì molto il britpop: i Suede, i Blur, non tanto gli Oasis. E un altro amore enorme fu il trip hop. Nel 1994 uscì Dummy dei Portishead, per me fu una rivelazione. Poi Massive Attack e tutta quella scena. Anche in Italia qualcuno provava a fare qualcosa del genere, ma eravamo ancora agli inizi. Nel frattempo con il mio gruppo incidiamo una demo e la mandiamo a Valerio Soave della Mescal. All’epoca non esisteva internet: registravi la cassetta, preparavi la biografia battuta a macchina e spedivi tutto. Lui ci disse che la proposta gli piaceva e che avremmo dovuto registrarla meglio per poi incontrarci. Però il gruppo si sciolse perché il batterista andò via per lavoro. Quel trio si chiamava Martin Hall. Facevamo musica che passava anche in radio. Io suonavo il basso cantavo e scrivevo i testi. Alla chitarra c’era Luigi Toma, un grandissimo chitarrista, molto elegante, mai troppo “power”, sempre molto scuro nel suono.

Dopo lo scioglimento del gruppo è iniziata una fase più impegnativa della mia vita. Mi ero già iscritto all’università, a Filosofia, ma nel frattempo lavoravo anche come barman. Mi sono fatto l’università lavorando dal giovedì alla domenica: è stata dura e ci ho messo un po’ più di tempo. In quel periodo ho lasciato un po’ la musica. Ed è stato un cruccio, perché avevo queste due passioni: lo studio e la musica. Ma stava anche cambiando il periodo storico. Stava finendo la stagione dei centri sociali; a Sava facevo parte di uno molto attivo dove organizzavamo  molti concerti con un bellissimo giro di persone. Venivano anche da fuori a vederci. Facevamo concerti il 25 aprile con i Vernice Capoverso, che erano il gruppo di riferimento di Taranto. Noi aprivamo come Art Nouveau. Poi però quel periodo è finito e mi sono buttato sulle “cose da fare”: studio e lavoro. Facevo il barista, le stagioni, i concorsi da bartender. Mi piaceva anche, però inevitabilmente questa cosa mi allontanava dalla musica. Molti anni dopo gli Art Nouveau arrivò un altro gruppo con cui abbiamo fatto circa duecento concerti in giro per l’Italia. Era un progetto completamente diverso da ciò che facevo normalmente, però come bassista mi divertiva moltissimo. Facevamo una sorta di “cinematic music”, quasi anticipando gruppi come i Calibro 35. Nel 2006 nacque questo progetto chiamato QCK. Eravamo in cinque. Ci prese un’agenzia che si chiamava Big Ramona: merchandising, demo, organizzazione dei concerti. Era un esperimento molto particolare: basso, batteria, chitarra, tastiere e un DJ che faceva scratch con i vinili. Era una musica molto nuova per l’epoca, molto ballabile, lontana dalle mie sonorità oscure, ma io come bassista mi divertivo tantissimo. Per due anni facemmo davvero molti concerti, poi anche quel gruppo si sciolse e il disco non uscì mai. Successivamente ci sono stati gli Zeeman, circa una decina di anni fa, con il compianto Massimo Diso, che purtroppo oggi non c’è più, e con Tristano Candela alla batteria. Eravamo un power trio: io al basso, Massimo voce e chitarra. Facevamo una musica difficile da definire, tra rock psichedelico e new wave. A un certo punto però ho sentito l’esigenza di fare qualcosa che fosse davvero mio. Ho suonato anche con Tobia and the Sellers, ho collaborato con tanti amici, con Gianluca De Rubertis de Il Genio, ma iniziavo a tollerare sempre meno il compromesso. Suonare in una band è un’esperienza bellissima, la consiglio a tutti: si cresce insieme, si condivide tanto. Però a un certo punto è difficile trovare quattro o cinque persone completamente affini a te. Con il tempo emerge anche una forma di individualismo artistico: vuoi fare esattamente ciò che senti tuo. Nel frattempo avevo iniziato ad alfabetizzarmi ai linguaggi elettronici. Io ero un bassista classico: basso, amplificatore, pedalini. Ho iniziato a familiarizzare con i software musicali, prima Garage Band e poi Logic. Successivamente ho comprato i primi controller MIDI, il primo synth, la drum machine e altre apparecchiature. Piano piano ho capito quale fosse il mio suono. E soprattutto ci ho messo molti anni a capire come portarlo fuori davvero”.

D. – A un certo punto però il tuo suono cambia radicalmente. Arriva l’elettronica, arrivano i synth, i campionatori. Come nasce davvero Ninotchka?

R. – “Nel frattempo avevo fatto anche un pezzo con Luca Attanasio dei Play On Tape. Lui era molto dark. però io in quegli anni stavo soprattutto cercando il mio suono. E stavo imparando a fare cose che prima non sapevo fare: synth, modulatori, sequencer, campionatori. Il campionatore per me è stato fondamentale. Tutto nasce da quella passione esplosa nel 1994 con il trip hop. Mi affascinava il concetto del campionamento, anche se fino a quel momento non l’avevo mai realmente utilizzato. Ho iniziato a comprare strumenti, sperimentare, rivendere quello che non sentivo mio, finché non ho trovato davvero le macchine adatte a me. Poi nasce Ninotchka – Progetto Basaglia. Il nome Ninotchka viene dalla mia passione per i Tuxedomoon, perché è il titolo di un loro brano, ma mi piaceva anche per altri motivi: è pure il titolo di un famoso film di Greta Garbo diretto da Ernst Lubitsch, e Greta Garbo era la mia attrice preferita. Tante suggestioni che si univano insieme. Con Giorgio (Consoli n.d.r.) – che per me è un fratello – abbiamo iniziato a costruire questa estetica. Lui era stato il fondatore e la voce dei Light Motive, uno dei gruppi dark wave più importanti degli anni Duemila, ed è anche un attore professionista formato al Piccolo di Milano. Fa teatro, cinema, tantissime cose”.

D. – Una cosa che colpisce di Ninotchka è che tu non canti: in “Temporalità”, primo album del tuo progetto, ci sono diversi ospiti che ti danno man forte con la loro voce. Mi viene in mente Massimo Zamboni e il suo stupendo album “Sorella sconfitta”, che mi dici?

R. – “Non ho mai pensato di avere una vera voce da cantante. Lo facevo da ragazzo, ma col tempo mi piaceva di più l’idea alla Massive Attack, alla Wild Bunch di Bristol: una mente creativa che non necessariamente compare in primo piano. C’erano voci ospiti, figure differenti, come succedeva nei Massive Attack o negli Everything But The Girl. E poi per me c’era anche un discorso filosofico legato all’identità: l’idea che il progetto non dovesse coincidere con una sola persona”.

D. – A proposito di Everything But The Girl, siamo da quelle parti lì. Un “autore-regista” con le idee ben chiare sui suoni che riesce a coniugarli a parole e voci, che non è scontato arrivi sempre un buon risultato.

R. – “Assolutamente. Ben Watt ha fatto un disco meraviglioso nei primi anni Ottanta, molto raffinato. Quelle cose lì – Prefab Sprout, certa sophisti-pop inglese – sono sempre state dentro il mio immaginario. Comunque Ninotchka nasce così: io ormai avevo trovato il mio suono. Avevo accumulato anni di esperimenti, hard disk pieni di bozze, prove, tentativi. E questa cosa mi fa piacere quando viene percepita, perché oggi spesso tanti progetti vengono costruiti in poco tempo dalle major. Nel mio caso invece dietro c’erano anni e anni di lavoro silenzioso. Le prime cose le ho iniziate intorno al 2013, ma il primo singolo è uscito solo molti anni dopo. Per tanto tempo ho lavorato senza pubblicare nulla”.

D. – E infatti Ninotchka sembra un disco molto frammentato, ma allo stesso tempo coerente.

R. – “Sì, è vero. Non è un concept album nel senso classico, però ha un suo suono preciso. Sono storie complementari, collegate tra loro ma anche autonome. Il primo singolo, Temporalità, nasce nel progetto con Giorgio. Quella prima versione era uscita già nel 2018. Poi il disco vero e proprio è arrivato nel 2021.

In mezzo ho pubblicato altri tre singoli molto distanti l’uno dall’altro. C’era Scegli, cantato da Gianluca De Rubertis, che è uno dei pezzi a cui tengo di più. Poi In nessun posto, interpretato da Emidio Clementi, che ebbe un riscontro molto forte. E infine Mare crudele, cantato da Giorgio. All’inizio il progetto con Giorgio era quasi performativo: lui leggeva Basaglia e io costruivo sotto i paesaggi sonori. A un certo punto però ho sentito l’esigenza di trasformare quelle intuizioni in vere canzoni. Così nasce Temporalità. Faccio ascoltare il brano a Marco Ancona, con cui siamo amici da tanti anni, e lui mi dice subito: “Mi piace, produciamolo”. Mi aiutò con mix e mastering e pubblicammo il pezzo in maniera totalmente indipendente, ancora prima di Nos Records. Lo pubblicammo tramite DistroKid e il brano iniziò a girare. Non parlo di successo enorme, ma era una cosa nuova, personale, e soprattutto fatta completamente da me. Per questo per me aveva un valore enorme”.

D. – Temporalità ha qualcosa che resta dentro, anche dopo molti ascolti. Ha un mood retrò e nostalgico, allo steso tempo è moderno con un respiro “progressista”.

R. – “Sì, credo abbia quella capacità lì. È un pezzo semplice, ma quando ti entra dentro poi ritorna. Sai quando magari ascolti musica in macchina, in playlist casuale, e dopo settimane un brano riaffiora? Ecco, con Temporalità succede spesso. Per me era importante soprattutto perché rappresentava il primo brano davvero mio fino in fondo.

Poi arrivò Scegli, con Gianluca De Rubertis. Lì emerge anche tutta una tensione politica e sociale di quel periodo. Sentivo finalmente di essermi liberato da una frustrazione che avevo avuto spesso nelle band: il limite nel parlare apertamente di certe cose. Molti dicevano: “Non dobbiamo fare canzoni politiche”. A me invece quella cosa stava stretta. Finalmente ero libero: musica e testi erano miei, potevo dire quello che volevo senza compromessi. Avevo ormai superato i quarant’anni e non avevo più bisogno di adattarmi alle aspettative degli altri. Facevo musica semplicemente perché mi piaceva farla. Infatti dico sempre una cosa: ho fatto il disco che avrei voluto ascoltare io”.

D. – E ogni brano viene poi affidato a interpreti diversi. Devo dire che i brani sembrano essere stati scritti appositamente per ognuno dei cantanti ospiti.

R. – “Sì. Con Gianluca De Rubertis è stato naturale: quella voce lì era perfetta per quel tipo di brano. Gli mandai un provino registrato al telefono, lui lo ascoltò, gli piacque subito e decise di cantarlo. Con Emidio Clementi invece il legame nasce da lontano. Per me i Massimo Volume sono stati fondamentali. L’avevamo invitato all’Arci di Sava intorno al 2012-2013 per uno spettacolo. In quel periodo conducevo anche una trasmissione notturna su Radio Flo, una web radio che andava molto bene. Il programma si chiamava Blow Up. Lo intervistai lì e da allora siamo rimasti in contatto. Poi, attraverso il mio percorso universitario e le mie letture, ho iniziato sempre di più a cercare un punto d’incontro tra musica, filosofia e psicanalisi. Uno dei miei autori di riferimento è Jacques Lacan, e da lì è nato tutto un ragionamento sul rapporto tra scrittura, identità e voce”.

D. – A un certo punto il progetto Ninotchka comincia davvero a uscire fuori dal circuito locale. E lì succede qualcosa di importante. Cosa in particolare?

R. – “In quegli anni mi rendevo conto che quando ascoltavo i Massimo Volume avevo quasi la sensazione che certe canzoni potessero spiegare Jacques Lacan meglio di tanti saggi universitari. Due mondi apparentemente lontanissimi che invece, nella mia testa, comunicavano profondamente. Da lì nasce anche un piccolo libro che scrissi e che andò sorprendentemente bene: Jacques Lacan spiegato dai Massimo Volume. Era un titolo volutamente provocatorio: cosa c’entra uno dei più grandi psicanalisti del Novecento con un gruppo post-rock italiano? Eppure per me quella connessione esisteva eccome. Chiamo Emidio Clementi e gli chiedo se vuole scrivere la prefazione. Lui accetta. E quella cosa rinsalda ancora di più il nostro rapporto. Nel frattempo ci eravamo già incontrati diverse volte: a Bologna, a Modena durante una data del progetto Basaglia, all’Arci Ribalta. Pian piano siamo diventati amici. Poi mi dico: “Ora devo provare a coinvolgerlo davvero in un mio pezzo”. E sinceramente pensavo che non avrebbe mai accettato, perché Emidio non aveva praticamente mai interpretato materiale non suo. Lui è prima di tutto uno scrittore. Gli mando però questa base molto trip hop, quasi electro: In nessun posto. Un pezzo molto scuro. Dopo un po’ mi arriva un messaggio: “Mi piace”. Poi mi manda la voce registrata. Per me fu qualcosa di incredibile. Nel 1995 ascoltavo Lungo i bordi come un disco sacro. Era stato un vero shock emotivo. Ritrovarmi anni dopo a collaborare con lui era una cosa che non avrei mai immaginato”.

D. – E quel singolo allarga molto il raggio di Ninotchka.

R. – “Sì, inevitabilmente si apre anche a un pubblico diverso, grazie pure alla fanbase dei Massimo Volume. Cominciano ad arrivare recensioni importanti: Rockerilla, Rumore e altre realtà di settore. E chiaramente questa cosa mi dà ancora più fiducia. Poi arriva il terzo singolo. Un pezzo che considero molto internazionale. All’inizio pensavo di farlo cantare a Mara Redeghieri degli Üstmamò, ma poi ho sentito che la voce giusta fosse quella di Giorgia Poli. Ho sempre amato la sua voce, già dai tempi degli Scisma. Non ci conoscevamo ancora benissimo. Ci eravamo incontrati anni prima a un concerto all’Arci di Sava insieme a Cesare Malfatti. Le scrivo, le mando il brano, e lei accetta in maniera molto professionale. Registra questa voce splendida e nasce anche quel singolo. Nel frattempo però il disco era ormai completo: quei tre brani, più altri pezzi, formavano finalmente un album vero e proprio. E lì nasce il problema: chi lo pubblica? Perché ormai non era più una semplice autoproduzione fatta in casa. Dietro c’erano anni di lavoro, una costruzione precisa del suono, una produzione seria. Comincio quindi a mandarlo in giro alle etichette e ricevo molte risposte positive, ma lì capisci anche quanto sia cambiata oggi l’industria musicale.

Le etichette indipendenti di una volta praticamente non esistono più.

Molte ti chiedono soldi senza offrirti realmente nulla. Un giorno ero all’Orient Express con Marco Ancona e parlavamo proprio di questa frustrazione. A un certo punto gli dico: “Sai che c’è? Apriamocela noi un’etichetta”. E così nasce Nos Records. Il primo disco pubblicato dall’etichetta è proprio quello di Ninotchka. All’inizio eravamo io e Marco, poi si aggiunge Carlo Chicco da Bari e infine arriva Amerigo Verardi, al quale propongo di diventare direttore artistico. Per me era una scelta naturale. Con Amerigo avevamo gusti musicali, filosofici e persino politici molto vicini. E poi io lo ammiravo profondamente già da anni. Oltre a essere un amico, era una figura importantissima della musica alternativa italiana: gli Allison Run, i Lula, i Betty’s Blue, le produzioni, tutta quella storia lì. Lui accetta e da quel momento iniziamo davvero a lavorare come una struttura vera. Marco Ancona invece è il nostro riferimento tecnico: mix, mastering e produzione sonora. Ha uno studio molto professionale e mette a disposizione esperienza e competenze enormi. Tantissimi gruppi passano da lui. Io invece mi occupo soprattutto degli artisti e dei progetti. Quella che tecnicamente viene chiamata figura A&R: artist and repertoire. È un ruolo che ho imparato facendolo. Mi occupo delle idee, dei contatti, della direzione artistica dei progetti. Per esempio il disco di Massimo Luca è nato da una mia intuizione. All’inizio facevo persino l’ufficio stampa da solo. Di notte invece di dormire scrivevo comunicati, mandavo mail, organizzavo cose. Chiaramente la vita privata ne ha risentito. Nel frattempo esce Temporalità. Riusciamo anche, tramite Trulletto Records e grazie a Sebastiano Lillo, a ottenere una distribuzione importante come Believe.

Ed è una cosa significativa, perché Nos Records nasce già con una distribuzione forte alle spalle. Il disco esce sia in digitale sia in formato fisico. Per stampare cd e vinili organizzo un crowdfunding completamente da solo. Anche lì è stato un lavoro enorme, ma alla fine funziona. Parliamo ormai del 2021, anche se tutto questo percorso in realtà era iniziato molti anni prima”.

D. – Quindi Nos Records comincia ad avere un’identità e a crescere davvero. Ma non credo sia stato facile trovare la via per differenziarsi nella jungla delle etichette discografiche, che sappiamo no se la passino tanto bene. Sapevate dove stavate andando a parare?

R. – “Sì, perché fin dall’inizio la nostra idea era molto chiara: volevamo costruire un’etichetta realmente indipendente e completamente no profit. Oggi spesso le etichette chiedono percentuali su tutto: diritti, vendite, concerti, crowdfunding. Noi invece abbiamo deciso una cosa radicale: tutti i diritti restano agli artisti. Nos Records non prende una lira. Ed è una cosa di cui vado molto orgoglioso”.

D. – Una scelta quasi controcorrente allo stato attuale. Una sorta di mission che lancia un segnale forte in tempi di edonismo e individualismo feroci.

R. – “Totalmente. Anche perché ormai il mercato è dominato dalle major: Universal, Sony, Warner. E pure tanti artisti molto famosi in realtà non guadagnano quanto si pensa. Noi invece volevamo fare scouting vero: cercare musica che piacesse realmente a noi, senza inseguire mode o algoritmi. Non ci interessava pubblicare per forza l’indie-pop del momento o quello che “funziona” sulle piattaforme. L’idea era semplice: dare tutto agli artisti e creare una comunità musicale credibile. Ed è stata una scelta difficile, perché economicamente non è sostenuta da grandi strutture, però col tempo questa linea è diventata quasi un marchio di riconoscibilità. Alcuni artisti hanno iniziato a vedere Nos Records come un posto affidabile, con un’identità precisa”.

D. – Anche perché attorno all’etichetta iniziano a gravitare nomi importanti.

R. – “Sì. Dopo Ninotchka, per esempio, esce anche Marco Ancona. E lì la cosa cresce ulteriormente, perché Marco aveva già un suo percorso molto forte. Poi pian piano arrivano altri artisti. Alcuni magari non li cito nemmeno perché sono stati contatti informali o progetti mai usciti davvero, ma intorno a Nos Records si crea una rete molto viva. E lì diventa fondamentale anche il ruolo di Amerigo Verardi. La sua presenza ci permette di entrare in relazione con musicisti molto importanti. Perché Amerigo non è solo un grandissimo artista: è una figura storica della musica indipendente italiana. E il fatto che lui credesse nel progetto dava immediatamente credibilità all’etichetta”.

D. – Come nasce anche l’idea del tributo ai Massimo Volume?

R. – “C’era un anniversario importante dei Massimo Volume e ci viene questa idea quasi folle: realizzare un disco tributo coinvolgendo artisti enormi. All’inizio sembrava impossibile. Però iniziamo davvero a scrivere ai musicisti. Mandiamo mail a Cristiano Godano, Mauro Ermanno Giovanardi, Max Collini, Marcovaldo e tantissimi altri. E incredibilmente molti rispondono. Alcuni purtroppo erano in tour o non riuscivano materialmente a partecipare, però il fatto stesso che ascoltassero il progetto e ci rispondessero era già enorme”.

D. – Nel disco tributo c’è anche Mauro Ermanno Giovanardi, che per la tua (ma anche per la mia) generazione è stato importantissimo.

R. – “Assolutamente. Per me i La Crus sono stati fondamentali. Un gruppo elegantissimo, raffinatissimo. Ho sempre adorato Mauro Ermanno Giovanardi. Gli scrivo e gli propongo di partecipare. Lui mi dice: “Mi piace molto questa cosa, però in questo periodo non riesco a entrare in studio”. Poi però aggiunge una cosa bellissima: mi concede il permesso di ripubblicare una sua interpretazione già esistente. Il problema era che quel brano apparteneva ancora alla Warner e ottenere i permessi era complicatissimo. Allora nasce l’idea di ricostruire completamente la base da zero utilizzando soltanto la sua voce originale. Ed è stato incredibile lavorare su quel materiale”.

D. – In tutto questo, Nos Records continua a espandersi.

R. – Sì, piano piano abbiamo iniziato a lavorare con artisti da Bari, Roma, Genova… Non eravamo più soltanto una realtà locale. La cosa bella è che molti arrivavano spontaneamente, perché percepivano che dietro l’etichetta c’era un’idea reale, non semplicemente un tentativo di stare dentro il mercato. E questo, secondo me, oggi fa ancora la differenza”.

D. – Quando vi rendete conto che Nos records si è conquistato uno “spazio” e una credibilità veramente importanti?

R. – “Dopo il disco tributo e tutta quella serie di collaborazioni importanti succede qualcosa che non ci aspettavamo. Arrivano recensioni enormi: una pagina intera su Rumore, articoli ovunque, il disco entra tra le uscite più discusse dell’anno. E lì improvvisamente il nome di Nos Records comincia a girare davvero. Per me era assurdo: avevo appena realizzato un disco con Emidio Clementi e subito dopo mi ritrovavo a lavorare con un altro mito della mia adolescenza, Mauro Ermanno Giovanardi”.

D. – E da quel momento cambia anche il ritmo dell’etichetta?

R. – “Totalmente. Prima magari facevamo un’uscita al mese, quasi sempre singoli. Dopo quel periodo iniziano ad arrivare proposte continuamente. Negli ultimi anni siamo arrivati a pubblicare anche quattro o cinque release al mese.

Se facciamo i conti, in cinque anni di Nos Records abbiamo coinvolto qualcosa come trentasette artisti differenti tra dischi, featuring, compilation e collaborazioni. Più di cinquanta uscite e centinaia di brani pubblicati. E tutto questo senza avere una vera struttura industriale alle spalle”.

D. – Insomma, belle soddisfazioni...

R. – “Assolutamente. Perché spesso la gente non capisce quanto tempo richieda una cosa del genere. Noi non guadagniamo praticamente nulla da questo lavoro, visto che tutti i diritti restano agli artisti. Quindi perché passare le notti davanti al computer invece di uscire o vivere normalmente? Perché per noi c’è un’idea quasi “politica” del fare musica. Una filosofia del dono, della condivisione.

Dentro Nos Records ognuno ha un ruolo. Marco Ancona è l’anima tecnica, il produttore, l’ingegnere del suono. Carlo Chicco segue molto la comunicazione e il management. Io e Amerigo Verardi lavoriamo soprattutto sulla linea artistica e culturale del progetto. La cosa bella è che siamo quattro persone provenienti da province diverse della Puglia: io da Taranto ma ormai leccese d’adozione, Amerigo da Brindisi, Carlo da Bari, Marco dal Salento. E questa pluralità secondo me ha dato forza all’etichetta”.

D. – Però la vostra resta una struttura molto “orizzontale”.

R. – “Sì, sempre. Anche Amerigo, che potrebbe tranquillamente imporsi per esperienza e autorevolezza, continua sempre a confrontarsi. Mi dice: “Questo ti piace? Tu che ne pensi?”. C’è davvero un dialogo continuo. E questa cosa per me è fondamentale”.

D. – Nel frattempo iniziano ad arrivare artisti anche da fuori regione.

R. – “Sì. All’inizio pubblicavamo soprattutto amici e realtà vicine: Ninotchka, Iucca, i progetti legati alla nostra scena. Poi però iniziano ad arrivare gruppi da Milano, Genova, Roma. Entrano artisti elettronici, producer, band molto differenti tra loro. E a un certo punto succede una cosa incredibile: i Virginiana Miller accettano di pubblicare un disco con noi. Per noi era impensabile. Parliamo di un gruppo importantissimo, storico. Poi arrivano anche Veronica Marchi, Giorgia Poli, i Kozminski e tantissimi altri artisti che stimavamo da anni. Ed era incredibile vedere persone che avevamo ascoltato per tutta la vita scegliere una realtà piccola come la nostra”.

D. – Cosa ne pensi del mercato musicale attuale?

R. – Oggi esce una quantità enorme di musica. Tantissime cose bellissime rischiano di perdersi immediatamente. Quando eravamo ragazzi noi, la musica alternativa era davvero alternativa: aveva una visione forte, un’identità precisa. Oggi invece spesso anche l’indie finisce per inseguire le stesse logiche del mainstream. Tutto tende ad assomigliarsi. Però io continuo a vedere in tutto questo anche un segno di vitalità. Significa che c’è ancora gente che sente il bisogno di fare musica, di creare spazi, di costruire comunità. Ed è questo, in fondo, il senso di Nos Records”.

D. – Quindi, nonostante tutte le difficoltà del mercato musicale, tu continui ad avere una certa fiducia nella musica indipendente?

R. – “Sì, perché per fortuna esistono ancora artisti che hanno una visione forte. Penso a Iosonouncane, per esempio. Uno può anche trovarlo schivo o difficile, però lì senti ancora una ricerca vera, una personalità precisa. E questa cosa per me è fondamentale. Il problema è che negli ultimi anni il termine “indie” è stato completamente svuotato. Quella che una volta era musica indipendente oggi spesso è soltanto pop confezionato in maniera furba, con un’estetica pseudo-alternativa. Io vengo da un’altra idea di indipendenza. Negli anni Novanta esistevano davvero etichette indipendenti fortissime: il Consorzio Produttori Indipendenti, la Mescal, tutta una scena che aveva un’identità culturale precisa. Oggi invece molte cose che vengono definite “indie” sono semplicemente prodotti molto ben costruiti dal punto di vista commerciale”.

D. – Una specie di alternativa già addomesticata, studiata a tavolino.

R. – “Esatto. Io li chiamo “macchine emotive”: prodotti pensati per funzionare subito, emotivamente, ma senza un vero rischio artistico. Poi magari ci sono artisti bravissimi anche dentro quel sistema, però è cambiato completamente il senso della parola “indipendente”. Per questo continuo a cercare musicisti che abbiano ancora una visione personale, anche radicale”.

D. – In fondo anche il tuo percorso nasce da lì: ascoltare, collegare, reinterpretare.

R. – “Sì. E senza quasi accorgermene mi sono ritrovato, nell’arco di pochi anni, a stare contemporaneamente dentro tante cose: la scrittura, la musica, l’etichetta, l’organizzazione culturale. Nos Records nasce quasi casualmente, semplicemente perché volevo pubblicare il mio disco con un’etichetta vera. Poi improvvisamente ci siamo trovati dentro una rete molto più ampia. E nel frattempo arrivavano anche riconoscimenti importanti: classifiche di fine anno, recensioni molto positive, segnalazioni tra i migliori dischi indipendenti. Non era qualcosa che ci aspettavamo davvero”.

D. – Però Nos Records non fa soltanto musica...

R. – No. E questa è una cosa a cui tengo molto. Negli ultimi anni abbiamo fatto anche operazioni apertamente politiche e culturali. Per esempio abbiamo pubblicato un singolo di Ninotchka i cui proventi erano destinati a Gaza. Oppure abbiamo preso posizione pubblicamente contro la distribuzione della nostra musica in Israele. Sono piccoli gesti, certo. Non cambiano il mondo. Però per me hanno un significato simbolico importante: un’etichetta indipendente deve avere anche una posizione etica”.

D. – Quasi una comunità culturale, più che una semplice label.

R. – “Sì, esatto. Ed è una cosa che sento molto vicina anche a certe esperienze storiche della musica alternativa. In questi giorni sto leggendo un libro di Paolo Nori in cui a un certo punto compare persino Jacques Lacan. E questa cosa mi colpisce tantissimo, perché è esattamente quel cortocircuito che ho sempre cercato: cultura alta e cultura popolare che improvvisamente si toccano. Per me la musica ha sempre funzionato così: non soltanto intrattenimento, ma anche pensiero, immaginario, identità”.

D. – E forse è questo che continua a tenere insieme tutte le cose che fai.

R. – “Probabilmente sì. Anche quando scrivo di altri artisti, in fondo sto sempre parlando pure di me stesso, delle mie ossessioni, delle cose che mi hanno formato. E credo che alla fine tutto il mio percorso – dalla radio, ai gruppi, ai libri, fino a Nos Records – nasca sempre dalla stessa esigenza: cercare una forma personale di autenticità”.

D. – A un certo punto però tutte queste relazioni artistiche diventano anche rapporti umani molto forti...

R. – “Sì, ed è una delle cose più belle che mi siano capitate. Per esempio con Mauro Ermanno Giovanardi ormai ci sentiamo continuamente. Quando gli mandai il pezzo non mi sembrava vero. Dopo tre giorni mi risponde: “Mimmo, il testo mi piace moltissimo, la musica pure. Te lo canto”. Per me fu incredibile. E poi, pensa, dopo appena quindici giorni – era subito dopo Natale – mi arriva la voce registrata. Gli artisti importanti normalmente impiegano mesi, perché stanno in tour, lavorano ai loro dischi. Lui invece fu velocissimo. Quando arrivò quella voce rimasi senza parole. Ha qualcosa di ieratico, autorevole. Una voce che quasi incute rispetto mentre la ascolti. E la cosa bella è che con persone così poi nascono anche rapporti veri, non soltanto collaborazioni artistiche”.

D. – Ed è lì che nasce anche Music Clash?

R. – “Sì. Music Clash è probabilmente il punto in cui tutte le cose della mia vita si sono unite davvero: l’università, la musica, la scrittura, la divulgazione. Io insegno psicopedagogia del linguaggio e scienze della comunicazione, ma a un certo punto ho voluto inserire anche un percorso che si chiama psicopedagogia della comunicazione musicale. Lì faccio una cosa che mi diverte tantissimo: faccio ascoltare a ragazzi di vent’anni musica che probabilmente non avrebbero mai incontrato da soli. Poi analizziamo i testi, il linguaggio, i riferimenti culturali, mettendo insieme musica, filosofia e comunicazione.

In qualche modo questa cosa ha chiuso un cerchio. E Music Clash nasce proprio da lì: un festival che prova a ragionare sull’immaginario musicale, non soltanto sul concerto in sé. L’anno scorso abbiamo invitato Giovanardi, insieme al suo chitarrista Marco Carusino e al regista del video collegato al progetto. Abbiamo fatto il festival agli Agostiniani ed è stata una cosa bellissima. Poi ci sono stati anche concerti molto forti: i Carnival of fools, Umberto Palazzo, Federico Fiumani e tanti altri artisti che fanno parte del mio immaginario musicale da sempre”.

Category: Costume e società

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