TIZIANA FRANZUTTI: CONFESSIONI SEMISERIE DI UNA PRECARIA A VITA

di Cristina Pipoli __________________
C’è un’Italia che riesce a raccontare le proprie contraddizioni meglio attraverso una battuta che attraverso un rapporto ministeriale.
È quella che Tiziana Franzutti porta in scena in uno dei suoi video pubblicati sulla pagina Facebook Le storie di William e Tiziana, dove il tema è il lavoro. O forse, più precisamente, la mancanza di certezze nel lavoro.
Ecco il link per vedere
il video originale di su Facebook:Il link per vedere il video
https: //www.facebook.com/share/r/1G8Cy9skpn/
La scena è semplice. Una telefonata al Centro per l’Impiego.
Dall’altra parte vengono proposte opportunità concrete: un posto da cameriere nel fine settimana, un impiego come addetto alla cassa.
Il protagonista continua a fare la stessa domanda: esiste un lavoro a tempo indeterminato?
È qui che la comicità si trasforma in uno schiaffo.
L’operatrice risponde che l’unico posto davvero a tempo indeterminato è al cimitero. Il candidato pensa a un impiego da becchino.
La risposta arriva secca:
<<No, come morto>>.
Si ride.
Poi, se ci si ferma un secondo, viene da chiedersi perché.
Perché questa battuta funziona?
Perché non sembra abbastanza assurda da essere impossibile.
E dietro quei pochi secondi c’è una storia vera. Quella di Tiziana Franzutti.
D – Lei ha scritto una battuta che fa ridere perché sembra vera. Questa la diverte o la spaventa? Qual è l’aspetto della precarietà che considera più allarmante oggi?
R – “In un video di pochi secondi si concentra la storia di tutta la mia vita. Io sono una mamma di tre figli che, avendo i bambini piccoli, voleva viverli e stare del tempo con loro e per più di vent’anni ho fatto un lavoro part time nei supermercati per una grande azienda italiana sottopagata da una cooperativa. Nei periodi festivi, Pasqua e Natale, il lavoro aumentava e quindi non si potevano prendere le ferie. Negli altri periodi avevo il pomeriggio libero per dedicarmi alla famiglia. Questa non è la storia di una persona che non ha mai lavorato. È la storia di una persona che ha lavorato per più di vent’anni. Poi ha provato a cambiare“.
D- Quando ha immaginato che l’unico posto a tempo indeterminato fosse quello da morto, stava facendo comicità, o cronaca? Da dove nasce questa battuta?
R- “Qualche anno fa capita che alla scuola materna del mio ultimo figlio cercassero una maestra. Era un asilo privato, mi propongo io, ho un diploma magistrale antecedente al 2002 abilitante all’insegnamento ed un ulteriore titolo di studio quale la laurea in Lettere presso la facoltà degli studi di Firenze.La suora mi liquida dicendomi che non avevo esperienza con i bambini perché non avevo mai insegnato. Resto a lavoro dove sono, incasso la sconfitta e qualche anno dopo mentre faccio il 730 chiedo come fare per lavorare nelle scuole. Mi sono inserita nelle graduatorie, prima fascia, ma la supplenza non è arrivata. Mi ha chiamato una scuola per tre mesi e mi ha in seguito confermato fino a giugno. Ogni anno inserimento nelle graduatorie e via, supplenza per un anno. Nuove colleghe. Nuovi bambini. Nuova scuola. E poi una domanda. Quella di un bambino. <<Ci sarai anche a settembre?>> “
Tiziana non sapeva cosa rispondere.
Pensiamoci.
Un bambino chiede alla propria maestra se la rivedrà dopo l’estate.
E la maestra non può prometterglielo.
Non perché non voglia.
Perché non sa se potrà.
E qui la storia personale di Tiziana incontra una realtà che, proprio in questi giorni, torna al centro del dibattito sulla scuola italiana.
Per il 2026/2027 sono state autorizzate 46.642 assunzioni a tempo indeterminato, ma restano ancora moltissime cattedre affidate al tempo determinato: secondo le stime riportate nelle cronache di questi giorni, circa 183 mila.
Numeri.
Ma dietro quei numeri ci sono persone.
Persone che a settembre aspettano una chiamata.
Persone che non sanno ancora in quale scuola lavoreranno.
Persone che non sanno se ritroveranno i bambini dell’anno precedente.
Persone che devono ogni volta ricominciare da capo.
Ed è qui che il caso individuale diventa una fotografia del Paese.
D- Lei pensa che il posto fisso sia ancora un diritto sociale o sia diventato un privilegio per pochi?
R- “Per avere un posto fisso dovrei fare un concorso, ma dovrei studiare. Per studiare ci vuole il tempo, la calma. In famiglia siamo in cinque, il lavoro, la casa, i figli adolescenti e persone anziane non autosufficienti… Sarò precaria fino alla fine, ma almeno sto cercando di dare un senso a tutti gli anni di studio fatti”.
Il posto fisso non deve comunque essere un punto di arrivo. Fare lo stesso lavoro per 10, 20, 30 anni non è detto che sia la risposta giusta ad eliminare tutti i problemi, ma una persona per poter costruire o progettare qualcosa ha necessità di avere delle piccole certezze.
Con un lavoro precario la banca non concede mutui.
Eccola, la parola che dovrebbe interessarci più di tutte: certezze.
Non privilegi.
Non rendite.
Certezze.
La possibilità di sapere se il mese prossimo avrai ancora uno stipendio. Se potrai chiedere un mutuo. Se potrai fare un progetto. Se potrai dire a tuo figlio: sì, a settembre sarò ancora qui.
Ed è importante anche essere precisi su questo punto: avere un contratto a tempo determinato non significa automaticamente vedersi negare un mutuo. Le banche valutano caso per caso reddito, continuità lavorativa, durata del contratto e garanzie. Ma proprio questa maggiore incertezza può rendere più difficile ottenere un finanziamento.
La questione, quindi, non è soltanto se una persona possa tecnicamente ottenere un mutuo.
La questione è quanto sia difficile costruire un progetto di vita quando il proprio reddito futuro deve essere continuamente dimostrato.
E allora fermiamoci un momento.
Perché qui la storia di Tiziana smette di essere soltanto la storia di una lavoratrice precaria e diventa una domanda che riguarda tutti noi.
Da anni la politica, dal centrodestra al centrosinistra, passando anche dal Movimento 5 Stelle, promette più occupazione, salari migliori, lotta alla precarietà.
Ma noi, che cosa dovremmo misurare per capire se quelle promesse hanno davvero funzionato?
Il numero dei posti di lavoro annunciati?
Il numero dei contratti firmati?
O dovremmo forse guardare a qualcosa di molto più semplice e molto più concreto: quante persone hanno finalmente smesso di avere paura del mese successivo?
Abbiamo persino chiamato “Decreto Dignità” una legge nata per contrastare la precarietà.
Ma che cosa significa davvero dignità sul lavoro?
Avere un contratto e uno stipendio?
Oppure sapere che, dopo anni di lavoro, di graduatorie, di supplenze e di sacrifici, non dovrai ogni volta ricominciare da capo?
Che dignità è quella di una lavoratrice che deve dimostrare ogni anno di meritare il proprio posto, senza sapere se a settembre potrà ancora averlo?
Perché se una lavoratrice può avere titoli, esperienza, una supplenza dopo l’altra e persino uno stipendio più che raddoppiato rispetto al lavoro precedente, ma continua a non sapere se a settembre avrà ancora un posto, allora forse la domanda non è soltanto quanti posti di lavoro abbiamo creato.
La domanda che pongo a voi, voi lettori, voi politici, voi editori, voi giornalisti, voi lavoratori è: quante persone abbiamo davvero messo nelle condizioni di costruirsi una vita?
D- La satira ha il compito di denunciare o soltanto di fotografare? Quale ruolo attribuisce alla comicità?
R- “La comicità è un espediente per fare emergere un sistema sociale che, ormai, si è talmente radicato nella struttura sociale da essere diventato consuetudine. Nessun merito, nessuna giustizia sociale”.
Eccolo, il punto.
Perché dietro il part-time, le graduatorie, le supplenze, i concorsi e i contratti che finiscono ci sono persone che aspettano.
Aspettano un posto.
Aspettano una chiamata.
Aspettano settembre.
Aspettano che qualcuno dica loro: sì, puoi restare.
E qui, nelle risposte della Franzutti torna alla mente anche il redazionale precedente.
Quello in cui la Fata Turchina si arrabbiava con il Gatto e la Volpe perché i due entravano nella storia di Cappuccetto Rosso, portavano scompiglio e finivano per rubare il posto ai personaggi della storia.
Era una fiaba.
Questa volta, invece, il posto da rubare non è quello di un personaggio.
È un posto di lavoro.
E la fiaba diventa improvvisamente meno divertente.
Perché nel mondo reale ci sono persone che studiano, lavorano, fanno sacrifici, entrano nelle graduatorie, aspettano una chiamata, fanno una supplenza e poi ricominciano.
Aspettano.
Aspettano.
Aspettano.
E qualcun altro prende quel posto.
Il Gatto e la Volpe, almeno, erano personaggi inventati.
Qui no.
Qui ci sono persone vere.
E ci sono famiglie vere.
E ci sono mutui che possono diventare più difficili da ottenere quando il reddito è percepito come meno stabile.
Figli che crescono.
Progetti che vengono rimandati.
Vite che restano sospese.
Tiziana non dice che il posto fisso debba essere il punto di arrivo.
Dice qualcosa di molto più elementare: una persona, per costruire o progettare, ha bisogno di piccole certezze.
E forse è proprio questa la cosa che abbiamo dimenticato.
<<L’unico posto a tempo indeterminato? Al cimitero>>.
<<Come becchino>>
<<No. Come morto>>.
E ridiamo.
Ma proviamo a non ridere.
Proviamo, per una volta, a prendere sul serio la battuta.
Perché il morto non deve pagare un mutuo.
Non deve mantenere tre figli.
Non deve affrontare una graduatoria.
Non deve aspettare settembre.
Non deve chiedere alla banca se il suo contratto è abbastanza sicuro per poter comprare una casa.
Il morto, quello sì, ha finalmente il suo tempo indeterminato.
E allora forse la vera battuta non è quella del cimitero.
La vera battuta è che una persona possa lavorare per più di vent’anni, studiare, laurearsi, ottenere titoli, insegnare, essere pagata più del doppio rispetto al lavoro precedente e continuare a non avere la certezza di poter progettare il proprio domani.
Questa non è comicità.
Questa è una contraddizione sociale.
Siamo in Italia e siamo dentro una gag, nella satira ci siamo tutti noi.
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LA RICERCA nel nostro articolo del 20 luglio scorso
Category: Costume e società, Cronaca, Cultura


























