LE FAVOLE RIVISITATE DI TIZIANA FRANZUTTI. CAPPUCCETTO ROSSO E’ DIVENTATA UNA COMMESSA PRECARIA, E SUA NONNA E’ STATA RICHIAMATA AL LAVORO PER LA PENSIONE DALL’INPS

| 20 Luglio 2026 | 0 Comments

di Cristina Pipoli _______________

“Le storie di William e Tiziana” nascono come racconti settimanali, apparentemente indicati per bambini, ma che fanno bene anche agli adulti.

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I personaggi, di fantasia, impersonano i vizi, i difetti e la miseria umana. 

In questa intervista a leccecronaca.it, con l’autrice, Tiziana Franzutti, abbiamo parlato di motivi e personaggi che l’hanno maggiormente ispirata.

D- Dietro Cappuccetto Rosso c’è solo una fiaba o la denuncia di una società che divora i suoi anziani come il lupo divorava la nonna?


R- “Ho scelto la favola di Cappuccetto Rosso perché aveva tutti gli ingredienti per proporre una rivisitazione della storia. Sono convinta che le fiabe non siano destinate soltanto ai bambini. Partono quasi sempre da una situazione difficile, fatta di male, vizi e debolezze umane. La nonna si prestava molto bene a rappresentare la situazione che stiamo vivendo. L’età pensionabile è sempre più lontana e, nella fiaba, l’INPS si accorge che la vecchietta era andata in pensione troppo presto. È costretta a tornare al lavoro e, quando arriverà il momento della meritata pensione, potrebbe essere ormai troppo tardi per godersela, anche a causa dell’avanzare di malattie degenerative come la demenza senile e l’Alzheimer”.

Sono un’educatrice, non solo una redattrice. So per certo che le fiabe funzionano quando smettono di essere favole e diventano specchi. La nonna che torna al lavoro non è soltanto un personaggio: è l’immagine di una generazione che vede allontanarsi continuamente il traguardo promesso. E quando una società costringe gli anziani a inseguire ancora ciò che avevano già conquistato, forse il problema non riguarda più una singola pensione ma un’intera idea di futuro.

D-Il cacciatore non salva più nessuno: guida un taxi. È questa la sua denuncia di una società che costringe persino gli eroi a piegarsi a un sistema che prima li usa e poi li sostituisce?

R- “Un eroe, purtroppo, deve fare i conti con la realtà e, per sopravvivere, anche lui si è dovuto reinventare. Fare un lavoro che valorizzi davvero le proprie capacità sta diventando sempre più un miraggio. Alla società interessa poco come stai nell’ambiente di lavoro, come sei inserito o cosa pensi. Devi produrre e, se non ti sta bene, c’è sempre qualcun altro pronto a prendere il tuo posto. La società non è costruita attorno ai bisogni delle persone: è il sistema che deve continuare a funzionare”.

Voglio pensare che gli eroi non sono scomparsi. Forse guidano un taxi, consegnano pacchi, lavorano di notte o fanno turni impossibili. Li abbiamo resi invisibili perché guardiamo solo chi comanda e non chi sostiene il peso quotidiano del Paese. Eppure sono proprio loro a impedire che tutto si fermi.

D- Cappuccetto Rosso finisce a lavorare in pasticceria. È il destino di una ragazza qualunque o il simbolo di una generazione costretta a lavorare senza sosta?

R- “Cappuccetto Rosso e la nonna si adeguano per vivere, per pagare tasse e servizi che spesso non ricevono. Serve un aiuto e, poiché un solo stipendio non basta più, tutti devono lavorare per andare avanti, talvolta semplicemente per sopravvivere. Il sistema si regge sul sudore della gente comune. Crescono il divario sociale, il malcontento, la violenza e le difficoltà psicologiche, mentre chi fatica ogni giorno continua a sostenere il peso dell’intero sistema“.

Ho imparato lavorando con i bambini per anni che quando anche Cappuccetto Rosso deve andare a lavorare, la fiaba perde l’innocenza. Non è soltanto una bambina che aiuta la famiglia: è il simbolo di un’infanzia che rischia di essere travolta troppo presto dalle responsabilità degli adulti. Una società sana protegge il tempo dei bambini; una società in affanno tende invece a trasformare tutti in produttori.

D- Nella sua fiaba i lupi si moltiplicano, si addestrano, si sostituiscono l’uno all’altro. Sono davvero animali o sono il ritratto di una società che considera ogni individuo sacrificabile, oggi persino sotto la pressione di un’intelligenza artificiale che rischia di prendere il posto dell’uomo?

R- “Il lupo è un personaggio che, come accade spesso nel lavoro, può essere facilmente sostituito. Nessuno viene considerato indispensabile. La scuola dei lupi serve proprio a questo: a formare nuovi lupi pronti a prendere il posto dei precedenti. È un po’ ciò che sta accadendo con l’intelligenza artificiale che, gradualmente, sta sostituendo il lavoro di molte persone. Le stiamo affidando sempre più compiti: scrivere testi, creare immagini, elaborare idee”.

Tiziana ha ragione il problema forse non è il singolo lupo. Il problema è la fabbrica che continua a produrne altri. Nella politica, nell’economia, nell’informazione e perfino nelle relazioni umane esistono meccanismi che generano continuamente nuovi predatori. Cambiano i volti, ma il sistema resta identico.

D- La Volpe di Pinocchio è uno dei personaggi più inquietanti perché non usa la forza, ma l’inganno. Oggi chi indossa i suoi panni? I furbi che, mossi da avidità, egoismo e sete di potere, cercano di ottenere tutto senza costruire nulla e senza scrupoli, perfino a discapito dei più deboli?

R- “La volpe è il furbetto di turno. Nella storia di Pinocchio vuole impossessarsi del denaro del burattino. È convinta di essere astuta e rappresenta avidità, egoismo e sete di potere. Cerca di ottenere tutto senza fatica e senza aver costruito nulla. Nelle mie fiabe, però, il bene finisce sempre per prevalere. La volpe è l’emblema di chi vuole raggiungere i propri obiettivi senza guardare in faccia nessuno, nemmeno i bambini”.

Ogni epoca ha le sue volpi. Sono coloro che prosperano sul lavoro degli altri, che raccolgono frutti senza aver piantato alberi. Possono assumere molte forme: economiche, politiche, burocratiche. La loro forza sta nel convincere gli altri che il loro privilegio sia naturale. La metafora della Volpe richiama figure che vivono del lavoro altrui e del privilegio. Tuttavia, resta aperta una domanda: chi decide dove finisce il legittimo successo e dove inizia lo sfruttamento? È un confine che nella società contemporanea appare sempre più sfumato.

D- Nella fiaba richiama un proverbio antico, “Paese e buoi dei paesi tuoi”, che oggi suscita interpretazioni e polemiche. Attraverso il rimprovero della Fata Turchina alla Volpe, vuole forse denunciare l’abitudine di intromettersi in realtà che non ci appartengono e richiamare l’importanza di custodire identità, tradizioni e valori che, a suo avviso, il nostro Paese sta progressivamente smarrendo?

R- “La Fata Turchina richiama la volpe perché si è introdotta in una storia che non le appartiene. Molte persone fanno irruzione in situazioni che non le riguardano. Il proverbio significa che ognuno dovrebbe custodire il proprio Paese, le proprie tradizioni, i propri valori e le proprie consuetudini. Ritengo che nel nostro Paese questo patrimonio stia progressivamente andando perduto”.

Mancano pochi mesi e sarò una giornalista. Al di là del proverbio, il punto centrale è il rispetto. Rispetto dei luoghi, delle comunità e del lavoro altrui. Ogni volta che qualcuno arriva soltanto per sfruttare una realtà senza contribuire a costruirla, si crea una frattura che prima o poi presenta il conto. Ascolto, vedo, riporto, scrivo. Tiziana tutto questo lo mette in risalto con il teatro. Le parole di Tiziana sollevano un tema delicato: la difesa delle tradizioni. Ma in un mondo attraversato da migrazioni, scambi culturali e globalizzazione, la sfida sembra essere non soltanto conservare un’identità, ma capire come essa possa evolversi senza dissolversi.

D- Dietro la leggerezza di una fiaba sembra nascondersi un atto d’accusa contro il nostro tempo. Attraverso temi come il lavoro, il denaro, le disuguaglianze, l’immigrazione, l’intelligenza artificiale e la perdita d’identità, ha voluto scoperchiare quel “vaso di Pandora” che la società contemporanea preferisce spesso tenere chiuso per non fare i conti con le proprie contraddizioni?

R- “Con questa favola rivisitata ho affrontato molti temi: il lavoro, il denaro, le disuguaglianze, gli anziani, l’intelligenza artificiale, l’immigrazione e la perdita d’identità. È stato come scoperchiare un piccolo vaso di Pandora: una volta sollevato il coperchio sono emersi molti problemi che spesso preferiamo non vedere”.

Per chi desidera vedere la fiaba rivisitata che ha ispirato questa intervista ecco il link:

https://www.facebook.com/share/v/1G1jvTGJ77/

La forza delle fiabe è che possono dire ciò che il dibattito pubblico spesso evita. Non gridano, non fanno comizi, non impartiscono lezioni. Raccontano una storia e lasciano che sia il lettore a riconoscersi nei personaggi. Ed è proprio questa libertà a renderle scomode.

L’elenco dei temi affrontati nella fiaba rivela un disagio diffuso. La questione è se la narrativa riesca ancora a trasformare la consapevolezza in azione oppure se il rischio sia quello di limitarsi a riconoscere i problemi senza trovare strumenti concreti per affrontarli.

D- Alla fine della fiaba, Cappuccetto Rosso sembra trasformarsi in una metafora dell’Italia contemporanea. È il ritratto di un Paese che si lamenta dei propri problemi, ne riconosce le difficoltà, ma troppo spesso finisce per accettarle passivamente senza trovare la forza di reagire?

R- “Sì. Alla fine Cappuccetto Rosso è diventato il ritratto dell’Italia di oggi. E l’aspetto più preoccupante è che continuiamo a lamentarci di molte cose, ma spesso le accettiamo passivamente senza reagire”.

La domanda più inquietante non è se questa sia davvero l’Italia di oggi. La domanda è quanto siamo disposti a riconoscerci in questo ritratto? Perché i lupi fanno paura, ma l’abitudine ai lupi è ancora più pericolosa. È il momento in cui si smette di indignarsi e si comincia a considerare normale ciò che normale non dovrebbe essere. La riflessione più provocatoria non riguarda l’esistenza dei “lupi”, ma la normalizzazione della loro presenza, quando diventano parte del paesaggio. Quando un fenomeno smette di indignare e viene percepito come inevitabile, il pericolo non è soltanto politico o sociale: è culturale. Le società raramente cedono di colpo; più spesso si adattano. Si abituano. E ciò che ieri appariva inaccettabile oggi viene tollerato, domani difeso, dopodomani dimenticato.
La vera vittoria dei lupi non consiste nell’essere arrivati, ma nell’aver convinto tutti che siano sempre stati qui, che non esista alternativa alla loro presenza e che persino nominarli sia ormai una forma di nostalgia o di allarmismo. È a questo punto che la normalità smette di descrivere la realtà e comincia a riscriverla.

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Category: Costume e società, Cultura

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