IL MIO LESSICO FAMIGLIARE / RICORDI DI SCUOLA

di Anna Maria Greco ______________
Eravamo quattro fratelli e, la mattina, in casa nostra c’era un gran da fare. Chi doveva andare alla materna, chi alle elementari, tutti dovevamo essere pronti. Mamma ci preparava e poi ci passava in rassegna. Non bastava essersi lavati. Bisognava dimostrarlo.
Ci controllava il viso, le mani e le orecchie, per assicurarsi che fossimo puliti davvero. Poi sistemava i colletti, raddrizzava i fiocchi e controllava i capelli. A casa nostra, prima ancora di entrare a scuola, bisognava superare un esame.
I capelli dovevano stare raccolti. Mamma non voleva che ci cadessero davanti agli occhi mentre scrivevamo. E poi c’erano i pidocchi. Noi bambini li immaginavamo capaci di saltare da una testa all’altra con un’agilità straordinaria. Mamma, nel dubbio, preferiva non agevolare i loro spostamenti.
Il mio grembiule era blu, con un colletto bianco staccabile, che mamma preparava all’uncinetto oppure con il ricamo a intaglio. Davanti si fissava, con un bottoncino, un grande fiocco azzurro di raso. Anche i maschietti portavano il fiocco azzurro, ma il loro colletto era di semplice cotone bianco.
Quando sembrava che fossimo finalmente pronti, arrivava l’ultima parte dell’ispezione.
Le tasche.
Mamma infilava le mani nei nostri grembiuli. Non so che cosa trovasse in quelli dei miei fratelli. Nelle mie trovava li tuddhri. Cinque sassolini piccoli, lisci e lucidi, scelti con molta cura per giocare durante la ricreazione.
Me li toglieva ogni mattina.
Io protestavo poco, perché avevo una cartella rettangolare, con un manico, due chiusure d’acciaio e due scompartimenti interni. Dentro tenevo libri, quaderni, un astuccio e la merenda. Ma c’era posto anche per un piccolo sacchettino con cinque sassolini di riserva.
Mamma conosceva bene le mie tasche. Non conosceva altrettanto bene i miei scompartimenti.
Le tasche, a forza di riempirle, finivano spesso per scucirsi. Lei le ricuciva e io tornavo a riempirle. Mamma ci metteva il filo, io la perseveranza.
Quando aveva finito di controllarci, le davamo tutti un bacio sulla guancia.
«Mi raccomando, a scuola!»
Erano le sue ultime parole. E noi andavamo via.
Frequentavo la scuola elementare di via Roma, a Copertino, dal 1975 al 1980. Prendevo un grande pullman giallo, a una traversa da casa mia, vicino alla parrocchia di San Gerardo Maiella. L’autista era un dipendente comunale, gentile ma autorevole, capace di farsi rispettare senza bisogno di grandi discorsi.
Il pullman era spesso così pieno che mi capitava di stare in piedi. Noi bambini parlavamo molto e, quando si avvicinavano le vacanze, ancora di più. Come se, per farle arrivare prima, bastasse parlarne abbastanza.
Scesi dal pullman, prima di entrare a scuola, noi bambini avevamo una meta fissa: la bottega della signora Graziella.
Il suo negozio aveva grandi barattoli pieni di dolciumi: liquirizie, lecca-lecca, caramelle e gomme da masticare quadrate, con i personaggi dei cartoni animati sulle confezioni.
E poi c’erano i gelati caldi. Li chiamavamo così, anche se di gelato avevano ben poco: piccoli coni con la parte superiore arrotondata, ripieni di una crema bianca solidificata e ricoperti di cioccolato fondente. Ne andavamo matti tutti, noi bambini. Si trovano ancora oggi nei supermercati, ma allora comprarne uno dalla signora Graziella era una piccola felicità.
Ricordo l’odore dolce che si sentiva entrando e la signora Graziella, una donna simpatica, dolce e gentile. Avrei potuto trascorrere ore davanti a quei barattoli, anche senza comprare niente.
Poco distante c’era la tipografia Mangia, dove compravamo penne, cartelloni e altre cose che servivano per le lezioni. Ma io mi fermavo soprattutto davanti alla vetrina, con le cartelle e i quaderni bellissimi, disposti con cura. Le decorazioni cambiavano con le stagioni e ogni volta trovavo qualcosa che mi piaceva.
All’interno si avvertiva un forte odore d’inchiostro, mentre le macchine da stampa producevano un rumore continuo. Ricordo anche il grembiule blu indossato da chi lavorava in tipografia.
Alla signora Graziella guardavo i dolciumi. Alla tipografia Mangia guardavo i quaderni. Non saprei dire quale delle due vetrine mi trattenesse più a lungo.
Poi arrivava il suono della campanella.
Era forte, si sentiva anche dalla strada. Bisognava lasciare le vetrine, interrompere le chiacchiere e raggiungere il portone. La campanella non ammetteva trattative.
Dall’ingresso principale si girava a destra. C’era un atrio e una scala larghissima, con l’inferriata di ferro battuto. I più piccoli stavano al piano terra, i più grandi salivano al piano superiore.
Vicino alla scala c’era un telefono a gettoni; la segreteria aveva il proprio telefono e fuori dall’edificio c’era anche una cabina telefonica.
Alcuni luoghi di quella scuola mi sono rimasti davanti agli occhi come fotografie. Altri, con il passare degli anni, si sono fatti meno nitidi.
Gatanino e la signora Uccia, invece, li rivedo ancora.
Lui era il bidello, lei la bidella. Gatanino era il diminutivo di Gaetano, Uccia quello di Antonia.
Erano sempre occupati. Aprivano e chiudevano il portone, suonavano la campanella fissata al muro, portavano le circolari alle maestre e aspettavano che firmassero per ricevuta. Pulivano le aule e i corridoi, spostavano i banchi e accompagnavano i bambini quando occorreva.
Non ricordo una distinzione fra i lavori dell’uno e quelli dell’altra. Facevano quello che serviva.
Ci conoscevano uno a uno, per nome. Intervenivano quando qualcuno non si sentiva bene, quando bisognava sorvegliare una classe rimasta temporaneamente senza maestra e perfino quando due bambini bisticciavano fuori dalla scuola. Erano ovunque.
I bagni erano separati, uno per i maschi e uno per le femmine, e non avevano chiavi. Ricordo soprattutto i lavandini bassi, disposti uno accanto all’altro, alla nostra altezza.
Prima della merenda dovevamo lavarci le mani. Gatanino e la signora Uccia ci accompagnavano, controllando che non facessimo troppa confusione.
Qualche volta un bambino veniva mandato fuori dall’aula per punizione. Rimaneva in corridoio dieci minuti, un quarto d’ora, sotto la sorveglianza del bidello. Poi, quando la maestra lo decideva, tornava al suo banco. Nemmeno fuori dalla classe si sfuggiva alla sorveglianza.
Gatanino e la signora Uccia erano dipendenti comunali. Solo crescendo avrei compreso quanto quel lavoro potesse rappresentare un sostegno per alcune famiglie, anche per donne rimaste vedove con figli piccoli.
Da bambina non pensavo a queste cose. Per me erano due persone che conoscevano tutti e sapevano sempre dove andare.
La mia maestra si chiamava Giuseppina Cretì. Era di Lecce.
Aveva una calligrafia bellissima. Le lettere le uscivano dalla mano eleganti, fluide, leggermente ondeggianti. Mi piaceva guardarla quando scriveva alla lavagna.
Teneva moltissimo all’ordine. I quaderni dovevano essere puliti: non si dovevano piegare gli angoli delle pagine, fare le orecchie ai fogli o appoggiarci sopra il gomito mentre si scriveva. Anche la pulizia aveva il suo voto.
Io ero abituata ai controlli. A casa avevo già superato quello del grembiule.
La nostra aula aveva una grande lavagna nera basculante, i banchi e il crocifisso appeso alla parete. Sui muri c’erano gli alfabetieri illustrati e, negli ultimi anni delle elementari, ricordo anche i ritratti del Presidente della Repubblica Sandro Pertini e di papa Giovanni Paolo II.
Nel corso dell’anno le pareti si riempivano dei nostri disegni, dei cartelloni e dei lavori preparati per le varie attività. Mi piaceva riconoscere il mio disegno fra quelli appesi ai muri.
La mattina facevamo il segno della croce e recitavamo una preghiera. Quando entrava la maestra ci alzavamo in piedi, e lo stesso facevamo se arrivava un altro adulto.
«Bambini, salutate.»
E noi salutavamo.
Dopo la preghiera cominciava la lettura. La maestra ci aveva assegnato un brano il giorno prima. Ci chiamava a turno e noi leggevamo dal libro, mentre lei ascoltava e seguiva le parole. Poi arrivava il momento del giudizio: con la Bic rossa scriveva in un angolo della pagina il suo giudizio.
Benino. Bene. Bravo. Bravissimo.
Quelle parole avevano per noi un valore meraviglioso. Un bravissimo era una gioia, un bene dava soddisfazione e anche un benino difficilmente riusciva a farci rimanere male. Era pur sempre una parola scritta dalla maestra sul nostro libro.
Alla lavagna usava il gesso bianco e qualche volta quelli colorati. La polvere rimaneva sulle dita e finiva sui banchi. Per cancellare usavamo piccoli cancellini fatti in casa, cuciti dalle nostre mamme con pezzi di stoffa e imbottiti. Ce li affidavano raccomandandoci di portarli alla maestra.
C’era poi il capoclasse.
L’incarico cambiava secondo i turni e chi lo riceveva portava un segno distintivo al braccio. Bastava che la maestra si fermasse un momento sull’uscio per parlare con un genitore o con un’altra insegnante e il capoclasse entrava in servizio.
Doveva scrivere sulla lavagna i nomi di chi parlava, si muoveva o disturbava. A quel punto cominciavano le trattative.
Chi era stato scritto cercava di convincerlo a cancellare il proprio nome prima che tornasse la maestra. Qualche volta lo pregava, qualche altra si inginocchiava perfino.
Per qualche minuto il capoclasse aveva un potere considerevole. Poi rientrava la maestra e quella breve carriera di autorità finiva lì.
Per imparare a contare usavamo ceci e altri legumi. Li disponevamo sul banco, li spostavamo, li raggruppavamo. Prima di diventare numeri scritti sul quaderno, le quantità erano cose che si potevano prendere fra le dita.
Anche i problemi di aritmetica avevano le loro regole. In alto scrivevamo Problema, con la Bic rossa. La maestra Cretì dettava il testo e noi lo trascrivevamo sul quaderno. Seguivano l’indicazione, l’operazione e la risposta.
Sul banco tenevamo due penne, una blu e una rossa. Non saprei più dire esattamente come alternassimo i colori. Forse anche i risultati dei conticini dovevano essere scritti in rosso. So però che ogni cosa doveva stare al proprio posto.
Il problema doveva essere risolto, ma anche presentarsi bene.
Avevamo il libro di lettura e il sussidiario, con la storia, la geografia, le scienze, l’aritmetica e la geometria.
I libri ci venivano dati gratuitamente, ma bisognava foderarli. A casa se ne occupava papà. Comprava rotoli di carta plastificata trasparente e colorata, tagliava il rivestimento della misura necessaria, ripiegava gli angoli cercando di non lasciare grinze. Poi applicava l’etichetta, con nome, cognome, classe e sezione.
Per imparare le misure costruimmo un metro con una fettuccia bianca comprata in merceria. Ricordo di aver segnato i centimetri fino a sessanta, usando la Bic nera per le distanze e quella rossa per indicare i dieci, i venti, i trenta centimetri e così via.
Bisognava essere precisi. Un errore all’inizio si trascinava fino alla fine.
Avevo un astuccio di stoffa cucito da mamma, con le matite colorate trattenute da un elastico. Quando le temperavo, raccoglievo la polvere delle punte e, con il dito indice, la sfumavo intorno ai miei disegni. Mi piaceva vedere i colori allargarsi sulla carta, diventare più leggeri, confondersi fra loro. Era una delle cose che amavo fare.
La geografia mi piaceva moltissimo.
Nell’aula, appesa alla parete, c’era una grande carta politica dell’Italia, con le regioni di colori diversi. La maestra prendeva una bacchetta e indicava una regione, una città, un confine. Poi chiamava qualcuno di noi, che doveva alzarsi, avvicinarsi alla carta e mostrare il punto giusto.
C’era anche un mappamondo. Mi piaceva farlo girare, cercare una città, una nazione, fermarlo e ricominciare.
Il mondo mi sembrava una cosa che si potesse tenere fra le mani. Bastava un dito per attraversare mari e continenti, senza chiedere il permesso a nessuno.
Durante l’anno arrivavano puntualmente le feste: Natale, Pasqua, la festa della mamma e quella del papà.
A scuola preparavamo le letterine. Bastavano un foglio, una penna, i colori e la fantasia. Ognuno decorava la propria come voleva.
Poi le letterine prendevano la strada di casa e finivano sotto il piatto della mamma o del papà. Aspettavamo che avessero finito di mangiare e, quando sollevavano il piatto vuoto per portarlo via, trovavano la letterina.
Noi eravamo già pronti. Ci alzavamo in piedi sulla sedia, piccoli com’eravamo, e recitavamo la poesia imparata a scuola.
Non mi sono rimaste tutte quelle poesie, ma l’attesa sì: il piatto che si sollevava e la soddisfazione di vedere che la sorpresa era riuscita.
La scuola di via Roma aveva anche un bellissimo giardino.
Qualche volta la maestra Cretì ci portava fuori dall’aula. Lei si sedeva su una sedia e noi ci sistemavamo per terra ad ascoltarla. Mi piacevano quelle lezioni. Non c’era bisogno di cambiare libro perché tutto sembrasse diverso.
A volte uscivamo anche a piedi per il paese, verso il castello o il monumento ai caduti, per qualche iniziativa organizzata dalla scuola. A Carnevale capitava di partecipare alle sfilate. In quei momenti il paese diventava un po’ la nostra aula.
In classe avevamo un compagno che veniva dalla Jugoslavia.
Si chiamava Mario. Il suo cognome lo ricordo nel suono, qualcosa come Bošić, ma non sono certa di saperlo scrivere esattamente. Credo che fosse arrivato nella nostra classe in terza o in quarta elementare. Non ho mai saputo perché fosse venuto in Italia.
Fra noi bambini non si parlava di immigrati o di integrazione. Mario veniva dalla Jugoslavia, questo lo sapevamo. Ma per noi era Mario. Aveva il suo banco, i suoi quaderni e il suo posto nella classe.
Di lui mi è rimasto un episodio molto nitido.
Nel maggio del 1980 morì Josip Broz Tito, presidente della Jugoslavia.
Quel giorno Mario piangeva.
La maestra Cretì se ne accorse. Lo fece avvicinare e lo tenne accanto a sé. Poi, con delicatezza, lo aiutò a raccontarci che cosa fosse successo e a spiegarci chi era Tito.
Noi ascoltavamo.
La maestra ci spiegò, con parole adatte alla nostra età, che durante la guerra Tito aveva guidato i partigiani contro l’occupazione nazifascista. Dopo la guerra era diventato il capo della Jugoslavia, un paese in cui vivevano popoli diversi. Per molti rappresentava l’unità di quel paese.
Le parole precise della maestra si sono perse nel tempo. E non so che cosa ci fosse davvero nel pianto di Mario. Forse quella notizia significava per lui molto più di quanto noi potessimo comprendere.
Una cosa, però, mi è rimasta impressa: Mario piangeva e noi eravamo lì ad ascoltarlo.
La maestra non ci chiese di capire tutto. Ci aiutò ad ascoltare.
Alla fine ci stringemmo tutti intorno a Mario e lo abbracciammo.
Di quei cinque anni mi sono rimasti anche ricordi più leggeri, fatti di giochi, merende e piccole disobbedienze.
Durante la ricreazione giocavo a li tuddhri con le altre bambine. Tiravo fuori i cinque sassolini dal sacchettino nascosto nella cartella e cominciavamo. I maschietti giocavano soprattutto a scoppola con le figurine.
La merenda era spesso un panino con il pomodoro, la mortadella o una frittatina di uova. Altre volte c’erano pane con la Nutella, burro e marmellata, frutta oppure crackers.
La maestra Cretì qualche volta avvicinava i banchi perché potessimo aiutare i compagni che avevano più difficoltà.
Conosceva le famiglie. Sapeva che molti genitori lavoravano in campagna e che non tutti avevano la possibilità di seguire i compiti o procurare ciò che serviva. Quando poteva, aiutava senza mettere nessuno in imbarazzo.
Era esigente con i quaderni e comprensiva con le persone.
Mi piacevano moltissimo gli incontri tra scuola e famiglia. Aspettavo con curiosità di sentire quello che la maestra avrebbe detto di me. Qualche volta mi prendeva per mano e mi teneva vicino a sé mentre parlava con i miei genitori. Io ero felice di stare lì.
Avevo otto anni quando andai a Radio King per recitare una poesia che avevo scritto io. Si intitolava La bontà. Credo che fosse stata scelta tra quelle degli altri bambini della scuola.
Mi accompagnò la maestra Cretì.
Della radio mi è rimasto soprattutto il microfono, che ai miei occhi sembrava enorme, e una sedia alta e girevole sulla quale mi avevano fatto accomodare. La maestra era con me. Aspettavo il segnale per cominciare.
Poi arrivò il via e iniziai a recitare.
«La bontà, in che cosa consiste la bontà? Donare a chi non ha, consolare i poveri, gli afflitti, gli ammalati…»
Il resto di quella poesia, che pure avevo scritto io, con il tempo l’ho dimenticato. Ricordo però la soddisfazione di averla recitata bene.
Un altro episodio delle elementari mi è rimasto particolarmente caro.
Ricordo che un anno, durante il periodo natalizio, la maestra Cretì ci chiese se conoscessimo qualche persona sola alla quale poter fare visita.
Mi venne subito in mente un uomo anziano che viveva a Copertino.
Un tempo vendeva il latte andando in giro in bicicletta. Aveva avuto molte pecore e le portava al pascolo. Quando diventò molto vecchio, non riuscì più a uscire di casa.
Passavo spesso vicino alla sua abitazione e lo vedevo solo, seduto dietro l’uscio. Quell’immagine mi rattristava. Mi fermavo a guardarlo e pensavo a quanto dovessero essere lunghe le sue giornate.
Ne parlai alla maestra.
Così andammo a trovarlo, noi della nostra classe, accompagnati da lei. Gli portammo dei doni.
Lui ci raccontò delle pecore, di quando erano tante, dei pascoli e del lavoro che aveva fatto. Le sue parole si sono confuse con gli anni, ma la contentezza di essere lì è rimasta.
Alla fine dell’anno arrivavano le pagelle.
Ricordo un cartoncino grigio scuro, piegato in due, con le valutazioni delle materie e della condotta. Non saprei ricostruire tutte le voci, né i cambiamenti che ci furono in quegli anni. Mi è rimasta soprattutto l’immagine di quel cartoncino che raccoglieva, in poco spazio, un intero anno di scuola.
C’era poi la fotografia di classe. Il grembiule era stirato, il colletto sistemato, il fiocco al suo posto. Ci disponevano secondo l’altezza e cercavamo di restare fermi. Nelle fotografie sembriamo tutti molto più tranquilli di quanto fossimo durante la ricreazione.
Con la maestra Cretì mantenni i rapporti anche quando diventai adulta.
Venne al mio matrimonio.
La donna che mi aveva insegnato a scrivere con cura, che aveva accolto il pianto di Mario e ci aveva accompagnati dall’anziano delle pecore, era ancora lì, in un giorno importante della mia vita.
Sono passati tanti anni. I bambini continuano a preparare letterine e piccoli doni per i genitori, anche se cambiano i materiali e le abitudini. Forse è proprio questo che mi commuove: certe cose attraversano il tempo senza perdere il loro significato.
E quando penso alla mia scuola, prima ancora di rivedere i banchi, la lavagna e il volto della maestra Cretì, torno con la memoria a quelle mattine in cui eravamo quattro fratelli da preparare.
Mamma ha appena finito di controllarci. Mi ha tolto cinque sassolini dalle tasche. Io so che nella cartella ce ne sono altri cinque.
Le diamo un bacio sulla guancia.
«Mi raccomando, a scuola!»
E andiamo via.
Di molte lezioni ho dimenticato il contenuto.
Quella frase, invece, la sento ancora. ________________
( 18 – fine )
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