NON LASCIATE CHE IL SILENZIO CANCELLI LA STORIA DELLE VOSTRE FAMIGLIE: PER QUESTO PAOLA MATTIOLI HA SCRITTO IL LIBRO “Viera. Un’italiana del ’23”

IL MONOPOLIO DI STATO VIGILAVA SUL CAFFÈ CHE CAFFÈ NON ERA. NON LASCIATE CHE IL SILENZIO CANCELLI LA STORIA DELLE VOSTRE FAMIGLIE: PAOLA RITROVA IN EMILIA LE RADICI DI VIERA E RESTITUISCE VOCE A UNA MEMORIA CHE NON DEVE MORIRE.
di Cristina Pipoli ________________
C’era una fabbrica, c’erano uomini e donne che lavoravano, c’erano materie prime da trasformare, prodotti da confezionare e vendere. E c’era soprattutto uno Stato che controllava. Controllava i surrogati, perché sottoposti al Monopolio di Stato, controllava l’orzo ancora da tostare, verificava quello che entrava e quello che usciva. Nella fabbrica della famiglia di Viera, la PBG, c’era un ufficiale della Guardia di Finanza incaricato di vigilare sul prodotto. Un controllo costante, che accompagnava le diverse fasi della produzione. Nulla doveva sfuggire, nulla poteva essere lasciato all’improvvisazione. La famiglia di Viera era sempre in regola, pronta a rispondere alle verifiche fiscali e amministrative. Lo Stato vigilava sulla produzione, sulle materie prime, sui prodotti. Ma chi avrebbe custodito la storia di quelle persone?
Chi avrebbe raccontato il lavoro, i sacrifici, le intuizioni e le vite che si consumavano dentro quelle mura?

La PBG non produceva soltanto il surrogato di caffè. La sua attività si era ampliata fino a comprendere anche la lavorazione della camomilla. La materia prima veniva acquistata a Faenza, da un coltivatore diretto. Erano piccoli fiori che, una volta raccolti, venivano preparati e lasciati asciugare al sole, prima di essere confezionati in piccole scatoline di cartone. A occuparsi del confezionamento erano ragazze assunte dalla fabbrica, che lavoravano a cottimo, inserendo la camomilla nelle scatoline. Anche dietro un gesto apparentemente semplice c’era un’organizzazione del lavoro, c’erano mani femminili, tempo, fatica e precisione.
Il padre di Viera ebbe anche in questo caso un’intuizione pubblicitaria. Fece scrivere uno slogan destinato a identificare il prodotto: <<Come fiorisce il fior di camomilla la PBG lo raccoglie e lo sigilla>>. Una frase semplice, ma efficace, che raccontava il percorso del fiore, dalla raccolta alla confezione. La camomilla completava così l’attività produttiva della fabbrica, ampliandone l’offerta. Le vendite crescevano e diventavano sempre più consistenti.
Ma la produzione dei surrogati comportava precise responsabilità amministrative e fiscali. Si trattava infatti di prodotti sottoposti al regime del Monopolio di Stato e, proprio per questo, la fabbrica era soggetta a controlli. Negli uffici della PBG era presente un ufficiale della Guardia di Finanza incaricato di verificare il prodotto, sia in entrata sia in uscita. Il controllo riguardava le materie prime e la produzione: dall’orzo ancora da tostare fino al prodotto lavorato, pronto a lasciare lo stabilimento. La famiglia di Viera era sempre in ordine sotto il profilo amministrativo e fiscale. Ogni passaggio doveva essere regolare, ogni prodotto controllato. La presenza dell’ufficiale della Finanza faceva parte della quotidianità della fabbrica, in un’organizzazione nella quale non si poteva lasciare nulla al caso.
Dietro quella disciplina, però, c’era una vita che non conosceva orari comodi. Viera si alzava alle sei del mattino e rientrava a casa soltanto alle 21.30. Una giornata interminabile, trascorsa tra il lavoro, gli impegni e le necessità di un’attività che richiedeva una presenza costante. La fabbrica non era soltanto un luogo di produzione: era una parte della vita della famiglia, un progetto costruito giorno dopo giorno, con fatica e determinazione.
Poi arrivò la malattia del padre di Viera. Un evento che modificò profondamente il futuro dell’impresa. Di fronte alle nuove difficoltà, la famiglia fu costretta a prendere una decisione dolorosa: vendere la fabbrica. Si interrompeva così un’esperienza imprenditoriale nella quale erano stati investiti anni di lavoro, energie e speranze. Si chiudeva una stagione importante, ma non si cancellava ciò che quella famiglia aveva costruito.
Rimanevano i ricordi, le persone, le giornate trascorse in fabbrica e tutto quello che quella storia aveva rappresentato. A distanza di tempo, una frase restituisce il senso di ciò che la vita può riservare, anche quando si crede di avere costruito qualcosa di solido: «Non c’è al mondo una cosa certa, siamo tutti, più o meno, sullo stesso piano».
Nel 1960 Viera conobbe Paolo Mattioli. Fu amore a prima vista. Un incontro destinato a segnare l’inizio di una nuova fase della sua vita, dopo gli anni trascorsi nella fabbrica e le vicende familiari che avevano accompagnato la sua giovinezza. La storia personale di Viera proseguiva, intrecciandosi con quella di una nuova famiglia. Ma il passato non sarebbe mai diventato qualcosa da archiviare o da dimenticare.
Ed è proprio qui che questa vicenda assume un significato che va oltre la storia di un’impresa.
Paola Mattioli, figlia di Viera, vive in Emilia. Da pochissimo ha compiuto un viaggio nel proprio territorio, alla ricerca delle radici familiari, riuscendo finalmente a visitare la fabbrica del nonno “La Tazzina”, quella PBG nella quale si produceva anche il surrogato di caffè che aveva rappresentato una parte importante dell’attività familiare.
Non è stato un viaggio verso una terra sconosciuta, ma un ritorno nei luoghi della propria storia. Perché vivere in un territorio non significa necessariamente conoscerne tutte le tracce familiari, né sapere dove affondano le proprie radici. A volte bisogna cercarle, ricostruirle, raggiungere quei luoghi che per anni sono esistiti soprattutto nei racconti di una madre.
C’è qualcosa di profondamente diverso nel leggere i ricordi di una madre e nel trovarsi, un giorno, davanti ai luoghi nei quali quei ricordi sono nati. Le parole acquistano consistenza, gli spazi diventano testimonianze, il passato smette di essere una narrazione lontana. Diventa qualcosa che si può guardare, attraversare, quasi toccare.
Quando Paola mi ha telefonato, ho capito subito che era successo qualcosa di importante. La sua voce tremava. Era felice, squillante, incredula di essere riuscita finalmente a visitare quella fabbrica. Ho percepito tutta l’emozione di quel momento. Non stava semplicemente raccontandomi di aver visto un vecchio stabilimento: aveva ritrovato un pezzo della propria famiglia, aveva dato concretezza alle parole di Viera, aveva incontrato un luogo che apparteneva alla memoria di sua madre e, dunque, anche alla sua.
È questo il valore della ricerca delle proprie origini: scoprire che la storia familiare non è qualcosa di astratto, confinato nei ricordi o nelle fotografie. È scritta anche nei luoghi, nelle fabbriche, nelle strade e nel territorio che ha visto lavorare e vivere le generazioni precedenti. È riconoscere che la propria identità non nasce dal nulla, che prima di noi ci sono state persone che hanno lavorato, costruito, rischiato, amato e affrontato difficoltà. Persone che non sempre sono entrate nei libri di storia, ma che hanno lasciato un segno nella vita di chi è venuto dopo.
In quel momento le generazioni di una famiglia si sono idealmente incontrate: il nonno, Viera e Paola. Una storia che sembrava appartenere al passato è tornata a vivere nel presente.
Viera aveva affidato alla figlia un desiderio preciso: impedire che quella vicenda venisse dimenticata, che non si sapesse e non se ne parlasse più. Voleva che la sua storia, quella della sua famiglia e della fabbrica non finissero nel silenzio. Paola ha raccolto quel desiderio. Ha cercato, ricostruito, raccontato e, infine, è andata a vedere con i propri occhi il luogo da cui tutto aveva avuto origine.
E allora il contrasto iniziale torna con tutta la sua forza. Lo Stato controllava l’orzo, i surrogati, le entrate e le uscite della fabbrica. Pretendeva registrazioni, verifiche e regolarità. La famiglia di Viera rispettava quei controlli, lavorava e portava avanti la propria attività. Ma nessun registro avrebbe potuto conservare le giornate interminabili di Viera, le mani delle ragazze che confezionavano la camomilla, le intuizioni del padre, le speranze di quella famiglia. Nessun controllo avrebbe potuto impedire che, molti anni dopo, una figlia tornasse in quei luoghi per ricostruire la storia dei suoi.
La fabbrica può essere venduta. Le macchine possono fermarsi. Le scatoline di camomilla possono non esistere più. Il caffè che caffè non era può diventare soltanto un ricordo. Ma una storia, quando qualcuno decide di salvarla, non è finita.
E forse è proprio questa la lezione più importante lasciata da Viera: non bisogna aspettare che le persone scompaiano per accorgersi del valore dei loro racconti. Non bisogna lasciare che il silenzio si depositi sulle vicende familiari, che i luoghi vengano dimenticati, che il lavoro e i sacrifici di chi ci ha preceduto diventino soltanto nomi senza storia.
Paola, tornando nei luoghi del nonno in Emilia, ha dimostrato che le radici non sono qualcosa da celebrare soltanto a parole. Bisogna cercarle, riconoscerle e custodirle. Perché quando una generazione smette di raccontare e quella successiva smette di ascoltare, si perde qualcosa che non sempre è possibile recuperare.
Viera voleva che la sua storia non venisse dimenticata. Oggi quella storia continua a vivere attraverso sua figlia. E la telefonata di Paola, con la voce tremante di felicità e incredulità, è forse la testimonianza più bella che la memoria familiare abbia trovato una nuova casa.

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