IL ROGO DELLE COSCIENZA: PRIMAVALLE E LE COMPLICITÀ DEGLI INTELLETTUALI CHE ARMARONO GLI ASSASSINI
di Melcore Valerio________Avevano 10 e 22 anni. Stefano e Virgilio Mattei morirono bruciati vivi il 16 aprile 1973. Morirono stretti in un abbraccio disperato alla finestra della loro casa, nel quartiere romano di Primavalle, trasformata in una trappola mortale da una tanica di benzina. Il loro padre, Mario Mattei, un umile netturbino, aveva una sola “colpa” in quell’Italia intrisa di veleno: essere il segretario della locale sezione del Movimento Sociale Italiano.
Oggi,
ricordare Stefano e Virgilio non può, e non deve, limitarsi a un esercizio di cordoglio a tinte pastello, a un rassicurante e ipocrita volemose bene. Perché le fiamme di Primavalle non furono un incidente della storia, ma l’esito calcolato di un teorema politico preciso. E, soprattutto, non furono appiccate solo da tre militanti di Potere Operaio (Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo). Quelle fiamme furono alimentate, giustificate e coperte da una fitta rete di intellettuali, magistrati e uomini di cultura che per anni si sono erti a maestri di democrazia.
L’omicidio dei fratelli Mattei
non è solo una pagina buia degli Anni di Piombo: è il manifesto della più vergognosa impunità intellettuale del nostro Paese. Dietro la mano che accese l’innesco c’era una classe politica e culturale che aveva dogmatizzato l’odio. L’avversario politico non era un rivale, ma un nemico da abbattere.
L’antifascismo militante divenne l’alibi perfetto per sdoganare l’omicidio politico, trasformando i criminali in “compagni che sbagliavano”.
Tra i fiancheggiatori di quel clima d’odio spiccano figure che oggi popolano i salotti televisivi e le terze pagine dei grandi quotidiani.
Paolo Mieli, è uno dei tanti che oggi occupano i salotti televisivi alla RAI, all’epoca esponente di spicco dell’estrema sinistra e firmatario di manifesti e campagne di stampa violentissime. Va riconosciuto a Mieli, differenza di altri, di aver poi intrapreso un percorso di revisione critica, arrivando a scusarsi pubblicamente per le responsabilità intellettuali di quegli anni. Tuttavia, non sfugge l’ironia amara nel vederlo oggi spesso affiancato, nella sua veste di divulgatore, a figure come lo storico di dichiarata fede comunista Alessandro Barbero, a dimostrazione di come una certa egemonia culturale non abbia mai veramente fatto i conti con le proprie radici ideologiche.
Ma la vera mostruosità del post-Primavalle fu la macchina del depistaggio. Mentre la famiglia Mattei piangeva due figli arsi vivi, l’intellighenzia progressista si mobilitò per salvare gli assassini.
Si consolidò la rete di Soccorso Rosso Militante, una struttura che non si limitava a fornire assistenza legale ai terroristi, ma che annoverava tra le sue file magistrati compiacenti, avvocati e volti notissimi dello spettacolo, come Franca Rame e Dario Fo. Fu proprio in quegli ambienti che prese forma una delle più infami campagne di disinformazione della storia repubblicana: il rogo di Primavalle venne etichettato in opuscoli e volantini come una “faida interna tra fascisti”.
Una teoria infondata, vile, costruita a tavolino per proteggere i veri colpevoli e infangare le vittime. A coronare questo teatrino dell’orrore, si aggiunse lo scherno. Invece di fermarsi davanti a due bare, una delle quali bianca, la derisione armò anche le matite. Jacopo Fo, figlio di Dario Fo e Franca Rame, all’indomani del dramma non esitò a pubblicare una vignetta che rilanciava proprio la tesi della faida interna, deridendo di fatto la strage. Un gesto che calpestava il dolore di una madre e di un padre, e per il quale, a distanza di decenni, non è mai arrivata una parola di scusa. Nessun pentimento, nessun passo indietro.
Se vogliamo davvero auspicare che quel clima d’odio non torni più, non possiamo permetterci un ricordo “acefalo”. La pacificazione non si ottiene con le amnesie di comodo o con le assoluzioni storiche a buon mercato. Una Memoria che Pretende Verità.
Le responsabilità materiali appartengono a chi portò la tanica di benzina.
Le responsabilità politiche appartengono a chi predicava la violenza di piazza.
Le responsabilità morali appartengono a chi, colto e riverito, mise il proprio prestigio al servizio di una menzogna, infangando la memoria di un bambino di 10 anni e di un ragazzo di 22.
Stefano e Virgilio Mattei meritano la verità, tutta intera. E l’Italia merita di guardare in faccia chi, per anni, le ha raccontato una storia scritta con l’inchiostro dell’ipocrisia.
Category: Costume e società






























