L’APPROFONDIMENTO / PAPA LEONE NELLA TERRA DEI FUOCHI / – 2 / ECCO CHI SONO I RESPONSABILI MATERIALI DEL DISASTRO AMBIENTALE SECONDO LE SENTENZE

(g.p.) __________________ Già alla fine degli anni Ottanta erano state fatte dal biologo Angelo Genovese denunce circostanziate che anticipavano di quasi un decennio, punto per punto, le rivelazioni successive del pentito della Camorra Carmine Schiavone.
Dal punto di vista investigativo, i primi sospetti sull’attività illegale dello smaltimento dei rifiuti tossici furono evidenziati nella prima metà degli anni novanta da un’indagine della Polizia di Stato condotta dall’allora ispettore della Criminalpol Roberto Mancini. La sua informativa del 1996 rimase però inascoltata fino al 2011, quando venne ripresa dal Pubblico Ministero Alessandro Milita che riavviò le indagini.
Così si ha contezza di ventidue anni di smaltimenti illeciti, orchestrati dalla camorra. Circa dieci milioni di tonnellate di rifiuti di ogni specie, dall’amianto all’alluminio, fino ai reflui liquidi contaminati da metalli pesanti, trasportati in oltre 400mila camion, che hanno attraversato Italia per arrivare in Campania.
Roberto Mancini morì nel 2014 a causa di un tumore causato dal continuo contatto con i rifiuti tossici e radioattivi mentre indagava nella Terra dei fuochi.
Le indagini furono ostacolate per diversi anni, nonostante già nel 1997 il boss pentito Carmine Schiavone, che aveva tenuto l’amministrazione del clan dei Casalesi, avesse raccontato degli affari sui rifiuti. Indicando i luoghi in cui erano stati sotterrati, aveva commentato: “Gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno, rischiano di morire tutti di cancro entro 20 anni”.
Ad orchestrare lo smaltimento illecito fu Cipriano Chianese, l’imprenditore e avvocato considerato l’ideatore delle cosiddette ‘ecomafie” per conto del clan dei Casalesi, come riconosciuto dalla condanna in via definitiva dalla sentenza della Corte di Cassazione nel 2021 a 18 anni di reclusione. Condannati anche la moglie di Chianese, Filomena Menale a 4 anni e 6 mesi di per riciclaggio, il geometra Remo Alfani a 10 anni, e l’imprenditore dei rifiuti Gaetano Cerci a 15 anni.
Prima del processo a carico di Chianese, ci fu quello che ha coinvolto principalmente, insieme ad altri imputati, i tre fratelli Pellini: Cuono, Giovanni e Salvatore. Nei loro stabilimenti furono stoccati un milione di tonnellate di rifiuti, anche pericolosi, sia solidi, sia liquidi. Iniziato nel 2006, si è concluso in via definitiva con una condanna a 7 anni di reclusione, per traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale.
Ancora più complicata la vicenda dei sequestri di beni mobili e immobili a loro carico, conclusasi, dopo alterne vicende, solo due mesi fa, nel mese di marzo del 2026: il Tribunale di Napoli ha disposto una confisca da 205 milioni di euro per i fratelli Giovanni, Cuono e Salvatore Pellini, imprenditori nel settore del recupero, smaltimento e riciclaggio di rifiuti urbani e industriali; la Guardia di Finanza ha sigillato 8 aziende tra Napoli, Frosinone e Roma, 224 immobili tra Napoli, Salerno, Caserta, Cosenza, Latina e Frosinone; 75 terreni; 70 rapporti finanziari con banche e istituti, 72 auto, 3 barche e 2 elicotteri.
Infine, c’è da registrare Il processo per gli interramenti a Casal di Principe, iniziato nel 2019 e non ancora giunto a sentenza, presso il tribunale di Santa Maria Capua Vetere (nella foto), in provincia di Caserta. Riguarda gli sversamenti illegali di rifiuti tossici fatti dal clan dei Casalesi. Tra gli imputati i boss Francesco Schiavone ‘Cicciariello’, il cugino Walter, fratello del capoclan, Francesco ’Sandokan’, Nicola Pezzella e Luigi D’Ambrosio, entrambi considerati esponenti di primo piano del clan camorristico.
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Monitorate, previste e iniziate da tanti anni, le operazioni di bonifica vanno avanti a rilento. L’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’uomo per inadempienze e incapacità. Nonostante accorgimenti teorici legislativi e un’accelerazione negli ultimi mesi, la situazione rimane largamente deficitaria. Mancano risorse finanziarie adeguate e scarseggiano i mezzi pratici, mentre nella zona continuano ad essere scoperte discariche abusive e, soprattutto, si continua a morire per patologie direttamente collegate all’inquinamento ambientale con una incidenza nettamente superiore a quella dei dati del territorio nazionale.
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