SULLE TRACCE DEI BRIGANTI: LA STORIA DIMENTICATA CHE UNISCE ABRUZZO E SALENTO e filastrocca finale – capitolo 3

| 4 Giugno 2026 | 2 Comments

di Melcore Valerio______Diario di un cammino interrotto che diventa l’occasione per rileggere le pagine più drammatiche del nostro Post-Unità.
Ieri sera nessuna telefonata da parte di Fulvio. Come già raccontato nei due precedenti resoconti, il salentino Fulvio Sanzò, insieme all’inseparabile amico Lucio Cuna, si è unito al bolognese Gianni Mattarozzi e a un affiatato gruppo di camminatori toscani composto da Giuliano Carlino, Anna Ciampi, Stefania Maffia, Alessandra Volponi ed Elena Vanni.

Questo gruppo sta percorrendo il suggestivo Cammino dei Briganti in Abruzzo. Nella tarda mattinata di ieri, Fulvio mi aveva avvertito che il maltempo e la pioggia battente stavano rendendo il percorso troppo pericoloso, costringendo la comitiva a rimanere al riparo per l’intera giornata.

Questa sosta forzata ci offre però l’occasione perfetta per riflettere sulle origini storiche del nome di questo cammino. È un’opportunità per ricordare come anche la Puglia, e in particolare il nostro Salento, partecipò attivamente al complesso fenomeno del brigantaggio, nonostante i suoi figli più illustri avessero inizialmente preso parte al Risorgimento fidandosi delle promesse di Giuseppe Mazzini.

Una fiducia che, col tempo, si trasformò in un profondo senso di tradimento. Tra questi protagonisti spicca Sigismondo Castromediano, Duca di Cavallino, che per le sue idee liberali scontò ben dieci anni nelle galere borboniche. Eppure, una volta fatta l’Italia e di fronte a un Meridione che percepiva come “svaligiato”, lo stesso Castromediano arrivò a invitare i propri amici a non votare per Mazzini, da lui ormai definito un “delinquente”.

Si tratta di una pagina di storia che non ci è mai stata raccontata a scuola. Anzi, ha generato veri e propri paradossi urbanistici e storici sotto i nostri occhi:
A Cavallino di Lecce, proprio a pochi passi dal palazzo dove il “Bianco Duca” viveva, ha trovato sede per decenni una sezione di partito intitolata proprio a Giuseppe Mazzini.

A Lecce, la piazza principale della città nuova — che i leccesi di una volta chiamavano affettuosamente Piazza Trecentomila in ricordo della folla che accolse il Papa — è stata ribattezzata proprio Piazza Mazzini.

Lungi dall’essere una semplice manifestazione di criminalità comune, il brigantaggio in Puglia fu un vasto e violento movimento di rivolta sociale e armata, esploso tra il 1861 e il 1865 all’indomani dell’Unità d’Italia. Fu il frutto amaro di una grave miseria, dell’isolamento culturale del Sud e del profondo malcontento verso il nuovo Stato sabaudo. La guerriglia fu duramente repressa dall’esercito italiano, alimentata da tre problematiche profonde:

Crisi socio-economica: Le promesse di riscatto e di redistribuzione delle terre ai contadini si rivelarono ben presto le “grandi bugie” di Garibaldi, lasciando intatto il potere dei vecchi latifondisti.

Politiche invise: L’introduzione della leva obbligatoria (che sottraeva braccia fondamentali ai campi) e le nuove odiate tasse, come quella sul macinato, spinsero molti disperati a darsi alla macchia.

Fede borbonica: Per molti contadini e nostalgici, la lotta assumeva anche una connotazione politica, legata al desiderio di vedere tornare i Borbone, considerati l’unico potere legittimo.

Le bande erano formate da una miscellanea di contadini, ex soldati borbonici sbandati, renitenti alla leva e banditi comuni. Dal punto di vista logistico, l’impervio territorio pugliese offriva rifugi perfetti: i briganti si nascondevano nelle fitte foreste e nelle gravine, come il celebre Bosco delle Pianelle nei pressi di Martina Franca o la Gravina di Laterza.

Fondamentale era poi la rete dei manutengoli, ovvero complici e fiancheggiatori locali che fornivano cibo, riparo e informazioni strategiche muovendosi tra i centri abitati e le masserie isolate.

Le bande compivano assalti e sequestri mirati principalmente contro i “galantuomini” (i nuovi ricchi e i possidenti liberali), anche se spesso finivano per estorcere denaro agli stessi contadini per autofinanziarsi.

Si trattò di una pagina complessa. Sotto molti aspetti, presenta analogie con quanto accadde quasi un secolo dopo nel Nord Italia con i Partigiani. Tuttavia, la memoria storica ha riservato loro due destini opposti: i Partigiani, avendo vinto la guerra al fianco degli Alleati, sono oggi giustamente onorati come eroi; i briganti, al contrario, sono passati alla storia come criminali. Come dicevano gli antichi romani: “Vae victis” (Guai ai vinti), perché la storia la scrivono sempre i vincitori.

Questo ribaltamento della realtà non riguarda solo il passato remoto. Anche in tempi più recenti, vicini a noi, abbiamo assistito a casi di criminali fatti passare per eroi, con vie e piazze dedicate e Comuni di nascita insigniti di medaglie d’oro o d’argento. In quei casi, anche quando tutti sapevano la verità, si è preferito tacere. Nei piccoli paesi, dove si è un po’ tutti imparentati, lo si faceva per rispetto verso famiglie non responsabili delle nefandezze del congiunto; alle istituzioni comunali, d’altro canto, ha sempre fatto più comodo sostenere che nella propria comunità fosse nato un eroe piuttosto che un bandito.

Eppure, anche se noi stessi salentini spesso non ne siamo a conoscenza, esistono briganti del nostro territorio che si sono distinti per le proprie gesta e per un’ideale forma di resistenza all’invasione.
Qualche tempo fa ho voluto ricordare i loro nomi e il loro orgoglio in versi, nella mia filastrocca, che recita così:

La Ballata del Sud Tradito

Soffia lo scirocco, polvere e lamento, 
piange la terra rossa del fiero Salento. 
Non chiamateli ladri, non dite “briganti”, 
son figli traditi, di rabbia giganti. 
All’ombra dell’ulivo, col fucile in mano, 
sfidarono il piombo del giogo sovrano.

L’anno era il sessanta, con l’oro d’Albione, 
portarono l’inganno a piegar la Nazione. 
I beni del Regno, ricchezza e semente, 
svaniron nel nulla d’un Nord prepotente. 
Le casse svuotate, le fabbriche spente, 
lasciarono il vuoto alla nostra povera gente.

“La terra a chi zappa!”, gridò l’uomo rosso, 
promesse di vento finite in un fosso. 
Due milioni di ettari, e mezzo ancor di più, 
venduti ai signori, ai borghesi lassù. 
Al misero servo, al contadino arso, 
soltanto la fame e un destino già perso.

E non bastò l’oro, ci presero i figli, 
strappati alle madri tra stenti e perigli. 
Tre anni di leva, un dazio mortale, 
per un re straniero, lontano e fatale. 
Pregava il curato, fremeva l’altare, 
nessuno poteva quel furto fermare.

Si alzò la protesta, un grido nel vento, 
il Piemonte rispose col suo tradimento: 
arresti di massa, sommarie sentenze, 
nel sangue affogarono le nostre coscienze. 
Ma il popolo stanco non piega la testa, 
la macchia s’infiamma, si suona la festa!

Soldati borbonici senza più scudo, 
pastori e braccianti dal viso crudo. 
Il bosco divenne fortezza e dimora, 
per chi rifiutava l’iniqua signora. 
Nel fiero Salento la fiamma è tempesta, 
ed ecco i ribelli che alzano la cresta.

In testa “il Sergente”, Donato Rizzo avanza, 
che all’italo invasore non dà tolleranza. 
Al fianco ha Quintino, “Macchiorru” tremendo, 
che sferza le truppe col ferro fendendo.

E c’è “Pizzichiccu”, Cosimo Mazzeo, 
che al fuoco sabaudo fa marameo. 
Ippazio Giaffreda, il forte “Pecuraru”, 
che il sonno al sabaudo rese assai amaro.

Vincenzo Barbaro, “Pipirussu” di fiamma, 
che vendica il pianto di ogni nostra mamma. 
E a dar voce al sangue, con penna e con spada, 
Giuseppe Valente su questa contrada!

“Il Letterato” che tesseva l’orgoglio, 
che l’alma infondeva su un lacero foglio, 
con l’arte del dire, con limpida mente, 
per non far morire la voce silente.

Soffia lo scirocco, polvere e lamento, 
riposa la terra rossa del fiero Salento. 
Non chiamateli ladri, non dite “briganti”, 
son figli traditi, di rabbia giganti.

Category: Costume e società

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Comments (2)

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  1. Angela ha detto:

    Peró…

  2. Fidenzio ha detto:

    Bellissimo cammino, ci voglio andare pure io.Bellissima la ballata sul Meridione.

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