IL MIO LESSICO FAMIGLIARE / PER CHI SUONAVA LA CAMPANA

| 13 Settembre 2026 | 3 Comments

di Anna Maria Greco _________________

Sono nata nel 1969 e i primi ricordi che conservo del lutto appartengono agli anni della mia infanzia e della prima adolescenza.

Della morte sapevo soprattutto ciò che riuscivo a raccogliere dalle parole dei grandi. Noi bambini avevamo orecchie attentissime, quasi da piccole spie. Bastava che una voce si abbassasse perché smettessimo di giocare e cominciassimo ad ascoltare. Erano parole, racconti e credenze che non sempre comprendevamo, ma bastavano ad accendere la fantasia e, qualche volta, le nostre paure.

Ricordo che, se nel vicinato qualcuno stava molto male e nel silenzio della sera si sentiva il verso della cuccuascia, la civetta, gli adulti si guardavano con inquietudine. Nella credenza popolare era considerata un uccello di cattivo presagio. E quando il giorno dopo arrivava la notizia che quella persona era morta, quel verso ascoltato la sera prima sembrava aver annunciato ciò che stava per accadere.

E noi bambini, nella nostra mente, registravamo tutto.

Ascoltavamo anche certe frasi pronunciate quando i medici avevano ormai detto che per una persona in fin di vita c’era ben poco da fare e, dopo giorni trascorsi quasi senza mangiare, improvvisamente chiedeva del cibo.

«È la fame della morte», sentivo dire.

Non sapevamo dove finisse la realtà e dove cominciasse la credenza. Per noi era tutto vero. Dopo quei discorsi, attraversare un corridoio al buio diventava un’impresa: un’ombra sul muro, un rumore dietro una porta bastavano a mettere in moto la fantasia.

Forse gli adulti dimenticavano che lì vicino c’erano le nostre orecchie. Noi, invece, non dimenticavamo quasi niente.

Poi c’erano le campane.

La mia famiglia abitava proprio alle spalle della chiesa di San Gerardo Maiella, a Copertino. Le campane le avevamo quasi in casa e avevamo imparato che non suonavano sempre allo stesso modo. C’erano i rintocchi gioiosi dei giorni di festa, quelli che a Natale sembravano riempire l’aria di allegria, quelli che chiamavano alla Messa.

E poi c’era un suono diverso. Più lento. Più grave.

Bastavano pochi rintocchi perché mamma dicesse:

«È morto qualcuno.»

Allora anche il vicinato si metteva in ascolto. Una porta si apriva, qualcuno si affacciava alla finestra, qualcun altro usciva sull’uscio.

«Chi è morto?»

La domanda passava di bocca in bocca, di porta in porta, finché non arrivava un nome.

E quando arrivava il nome, cominciava tutto il resto.

Appena avveniva il decesso bisognava fare presto. Questo lo ricordo dai discorsi delle donne. Dicevano che bisognava procedere alla ricomposizione della salma quando il corpo era ancora caldo, perché con il passare delle ore si sarebbe irrigidito e sarebbe diventato più difficile vestirlo.

Una delle prime attenzioni riguardava la bocca. Un fazzoletto veniva fatto passare sotto il mento e legato sopra il capo per mantenerla chiusa. Dopo qualche ora si poteva provare a rimuoverlo. Poi il corpo veniva lavato con cura e passato con cotone o ovatta imbevuti di alcol. Soltanto dopo cominciava la vestizione.

Il defunto rimaneva nella propria casa.

Si apriva l’armadio e si sceglieva con cura cosa fargli indossare. Per un uomo era spesso il vestito più bello: completo, camicia e cravatta. Per una donna un abito ritenuto adatto e dignitoso; se era anziana, nei miei ricordi ricorrono soprattutto il nero e, in alcuni casi, la camicia da notte.

Era un ultimo gesto di cura.

Intanto la casa si preparava ad accoglierlo per l’ultimo saluto. Si sceglieva una stanza, generalmente il salone o la camera da letto, e quella stanza cambiava aspetto. I mobili venivano spostati o coperti, alcuni quadri tolti dalle pareti e, se c’erano specchi, venivano coperti anche quelli.

Proprio gli specchi accendevano la nostra fantasia. Sentivo dire che non dovessero rimanere scoperti perché l’anima del defunto avrebbe potuto specchiarsi.

A una bambina bastava questo.

Quella stanza, fino al giorno prima così familiare, diventava la camera ardente. Lì veniva sistemato il defunto e lì parenti, amici e vicini entravano per salutarlo.

Noi bambini eravamo tenuti il più possibile lontani da quei momenti. Eppure conoscevamo tanti particolari: li avevamo ascoltati, e le parole degli adulti nella nostra mente diventavano immagini.

Tra le mani si sistemava il Rosario, come avviene ancora oggi. Sul capo di qualche donna anziana ricordo anche un fazzoletto di pizzo nero.

Nella bara potevano entrare piccole cose appartenute alla vita del defunto: gli occhiali, un fazzoletto, il bastone; per un fumatore le sigarette, un sigaro o la pipa; per un bambino un piccolo gioco. Per una donna potevano essere sistemate anche lenzuola appartenute al suo corredo. Ricordo inoltre vestiti presi dall’armadio e disposti sotto il corpo, quasi a formare un giaciglio con le sue stesse cose.

Le fotografie delle persone ancora vive, invece, non si mettevano.

E poi c’era una cosa che mi affascinava e mi impauriva insieme. Se qualcuno aveva dimenticato di affidare qualcosa a un proprio caro già morto, poteva consegnare quel piccolo oggetto a un nuovo defunto perché glielo portasse.

Nella mia testa non servivano altre spiegazioni: se qualcuno poteva portare qualcosa a qualcun altro, significava che da qualche parte i morti si sarebbero incontrati.

Ricordo anche che gli abiti appartenuti al defunto potevano essere bruciati e, qualche volta, persino il materasso sul quale era morto. Si portava tutto nelle campagne, lontano dalle case, e si dava fuoco.

Allora non suscitava lo stupore che provocherebbe oggi. Nessuno parlava di inquinamento o smaltimento.

Si faceva e basta.

A me bambina rimaneva soprattutto un’immagine: le cose appartenute a una persona che se ne andavano insieme a lei, consumate dal fuoco.

Intanto il paese veniva informato. Comparivano i grandi manifesti funebri sui muri, sulla facciata della casa del defunto e anche su quelle dei familiari più stretti. Davanti all’abitazione veniva sistemato un grande drappo di velluto scuro.

Poi arrivavano le corone di fiori, offerte da parenti, amici, vicini. Sulle grandi fasce c’era scritto da chi provenivano e venivano sistemate vicino all’ingresso, in attesa di seguire il feretro.

Qualche volta, insieme al dolore, cominciava anche un’attesa.

Un figlio era emigrato, magari in Germania o in Svizzera, e alla notizia della morte di un genitore cercava di tornare per l’ultimo saluto.

Allora le distanze erano distanze davvero.

I voli erano meno frequenti e molti affrontavano quel lungo viaggio verso il Sud in automobile. D’inverno la neve poteva rendere tutto ancora più difficile. Non sempre si arrivava in tempo per vedere un’ultima volta il padre o la madre; qualcuno giungeva quando il funerale era già cominciato o persino al momento della sepoltura.

Al dolore della perdita se ne aggiungeva un altro: essere arrivati troppo tardi.

In quei giorni anche il postino aveva il suo da fare. Arrivavano i telegrammi di cordoglio: poche parole battute su un foglio e consegnate a mano. Era il modo di esserci di chi non poteva arrivare.

Oggi un messaggio attraversa il mondo in un istante. Allora persino le condoglianze dovevano mettersi in viaggio.

Dentro casa continuava la veglia. Entravano parenti, amici, vicini. Si pregava, si recitava il Rosario, si ricordava chi non c’era più.

Intorno alla famiglia si formava soprattutto una rete di donne. Arrivavano senza bisogno di essere chiamate. Sedevano accanto a chi soffriva, pregavano, aiutavano, entravano in cucina, badavano ai bambini, facevano ciò che c’era da fare.

Difficilmente una famiglia colpita dal lutto rimaneva sola.

Anche la casa cambiava voce.

Finché il defunto rimaneva lì, noi bambini venivamo tenuti lontani dalla stanza in cui era stato composto e spesso portati fuori. In casa si parlava piano. Non si correva, non si gridava e soprattutto non si rideva forte. Anche noi dovevamo imparare, in qualche modo, a fare silenzio davanti al dolore degli adulti.

Nelle case in cui c’era già la televisione, lo schermo era spesso protetto da una tendina di cotone ricamata dalle mani delle donne di casa. Durante il lutto quella tendina rimaneva chiusa e la televisione spenta.

Quando il lutto riguardava la nostra famiglia, soprattutto il giorno del funerale, potevamo essere affidati a una zia, a una vicina o ai cugini più grandi mentre i nostri genitori partecipavano alle esequie.

Ed era lì che accadeva una delle strane contraddizioni dell’infanzia.

Conoscevamo perfettamente gli orari dei cartoni e dei programmi che aspettavamo e, lontani per qualche ora da quella casa diventata silenziosa, potevamo ritrovare una televisione accesa. E soprattutto ritrovavamo gli altri bambini.

Stare insieme significava giocare.

«Piano, non fate rumore.»

Ci fermavamo.

Per poco.

Poi ricominciavamo.

Gli adulti affrontavano un’assenza. Noi continuavamo, inconsapevolmente, a fare il mestiere dei bambini.

Il dolore aveva fermato una casa.

Noi continuavamo, quasi in punta di piedi, a essere bambini.

Poi arrivava la notte.

Intorno alla mezzanotte, sentivo raccontare, il defunto doveva rimanere solo fino all’alba. Nella stanza si spegnevano le luci. Restavano soltanto quattro piccole luci intorno alla bara, sistemate vicino alla testa e ai piedi. A volte si accendeva anche un lumino su un mobile, che lasciava appena rischiarata la stanza.

La porta rimaneva socchiusa e una finestra appena aperta.

Si diceva che durante quelle ore sarebbero arrivate le anime a fargli visita, a pregare per lui, forse ad accompagnarlo.

Non so quanto ci credessero gli adulti. So che a noi bastava averlo sentito.

Nella mia immaginazione di bambina quella stanza quasi al buio, con le piccole luci intorno alla bara e una finestra lasciata aperta, diventava il luogo più misterioso della casa.

Qualche anno più tardi, ormai adolescente, vidi e sentii anche li chiangimuerti.

Queste non me le hanno soltanto raccontate.

Le ho viste.

Vestite rigorosamente di nero, piangevano davanti al defunto, pregavano, si disperavano, gli rivolgevano parole come se potesse ancora sentirle. Sentivo dire che venivano chiamate proprio per accompagnare quel dolore e che potevano ricevere un compenso.

Dopo tanti anni non ricordo prima di tutto i loro volti.

Ricordo il loro pianto.

Poi arrivava il giorno del funerale.

Fuori tornavano le campane.

E arrivava la banda.

Abitavo alle spalle della chiesa e quelle marce lente facevano parte dei suoni della mia infanzia. Le riconoscevo da lontano: a volte sentivo prima la musica e soltanto dopo vedevo passare il corteo. Avevano un suono grave e solenne che attraversava le strade e sembrava rallentare persino i passi della gente.

Al terzo rintocco delle campane, ricordo il sacerdote uscire dalla chiesa e raggiungere a piedi la casa del defunto, accompagnato da due chierichetti, con la croce. Entrava, pregava e impartiva l’ultima benedizione.

Poi arrivava il momento di chiudere la bara.

I familiari più stretti si avvicinavano per l’ultima volta. Un bacio, una carezza sul viso, una mano che sembrava non volersi staccare. Era l’ultimo contatto con quel corpo e il dolore diventava incontenibile.

Se erano presenti li chiangimuerti, proprio allora il loro pianto si faceva ancora più forte. Invocazioni e lamenti si confondevano con il pianto dei familiari.

Poi veniva posato il coperchio.

E quella persona, che fino a un istante prima aveva ancora un volto da accarezzare, scompariva alla vista.

Era quello il momento in cui il defunto lasciava davvero la sua casa.

Il feretro veniva sollevato e portato sulle spalle. Il sacerdote e i chierichetti precedevano il corteo fino alla chiesa. Anche quando pioveva: si aprivano gli ombrelli e si continuava a camminare.

Parenti e amici si avvicendavano per sorreggere la bara, in una silenziosa gara nell’offrire la propria spalla, soprattutto quando la persona era stata molto amata.

In chiesa veniva celebrata la Messa funebre. Alla fine, prima di riprendere il cammino, i familiari si disponevano lateralmente all’uscita della chiesa e le persone passavano davanti a loro per porgere ancora una volta le condoglianze. Era un altro momento di silenzio, di strette di mano, di abbracci e di poche parole.

Poi il corteo si ricomponeva.

La bara tornava sulle spalle e si riprendeva la strada verso il cimitero.

Se il defunto apparteneva a una confraternita, all’Azione Cattolica o ad altre associazioni religiose, partecipavano anche loro.

Ricordo gli stendardi.

Le grandi corone si disponevano in fila, portate da due persone, una dopo l’altra. Ricordo una lunga fila di persone rigorosamente vestite di nero: donne e uomini, tutti composti dentro lo stesso colore. Più indietro seguiva il carro funebre.

I carri funebri appartengono già ai miei ricordi. Di un tempo precedente sentivo raccontare delle carrozze trainate dai cavalli e addobbate per il funerale. Se a morire era una giovane donna, anche gli addobbi potevano avere particolari bianchi.

Quando moriva un bambino, il bianco assumeva un significato ancora più doloroso.

Se aveva già fatto la Prima Comunione, poteva essere vestito nuovamente con quell’abito. Anche alcuni compagni potevano indossare il proprio per accompagnarlo. Le bambine portavano il velo bianco o quel semplice fazzoletto di pizzo bianco che allora si usava in chiesa. Nelle mani del piccolo defunto poteva esserci un giglio bianco.

Il candore della fanciullezza davanti a qualcosa che con l’infanzia non avrebbe mai dovuto avere niente a che fare.

Anche una giovane donna morta senza essersi sposata, sentivo raccontare, veniva vestita di bianco come una sposa.

Dopo il rito in chiesa il corteo riprendeva. Ricordo la sosta davanti alla casa del defunto. La bara, ancora sulle spalle, veniva rivolta verso quella porta.

Un ultimo saluto alla casa da cui era uscita.

Poi si riprendeva la strada verso il cimitero.

Era soprattutto nell’ultimo tratto che ricordo i fiori staccati dalle corone e lasciati per terra lungo il percorso. Le corone potevano essere tante, soprattutto quando a morire era stata una persona giovane o particolarmente amata. Arrivati al cimitero, le ricordo sistemate all’ingresso, appoggiate lungo i muri e anche a qualche albero.

Le campane. La banda. I passi lenti. Gli stendardi. La bara sulle spalle. I fiori sulla strada.

È così che un funerale è rimasto nei miei occhi di bambina.

Anche al cimitero c’erano cose che ascoltavo raccontare. Si diceva che durante la prima notte la bara non venisse ancora definitivamente sigillata, quasi a lasciare una possibilità nel caso di un improbabile risveglio. La sepoltura vera e propria avveniva il giorno successivo.

Molti defunti venivano sepolti nella terra. Le grandi cappelle appartenevano soprattutto alle famiglie più importanti o benestanti.

Poi il funerale finiva.

Ma il lutto no.

Cominciava il tempo di chi rimaneva.

Arrivava lu cunsulu.

Già il nome conteneva il senso di quel gesto: consolare.

Era soprattutto una famiglia vicina a quella colpita dal lutto a pensare ai parenti più stretti. La prima sera arrivavano grandi ceste di vimini: la pentola con il brodo e le polpettine, un secondo che poteva essere carne in umido, il pane, la frutta, il vino.

Nessuno domandava:

«Cosa vi serve?»

Si portava.

Il mattino successivo qualcuno pensava alla colazione: latte caldo, caffè d’orzo, paste burre. Anche qualche bar poteva prepararla e farla recapitare a casa.

E lu cunsulu non finiva con quel primo pasto.

Nei giorni successivi parenti, amici e vicini continuavano ad arrivare con buste di viveri: pasta, zucchero, caffè, qualche scatoletta di tonno, il formaggio Soresina e altro da mangiare.

La famiglia usciva pochissimo. Nei primi giorni non si andava neppure a fare la spesa. Così erano gli altri a pensarci.

Era una solidarietà fatta di cose semplici: un piatto caldo, una cesta, una busta di viveri, una porta che si apriva.

Nessuno poteva togliere il dolore. Ma almeno chi soffriva non doveva pensare anche a riempire la dispensa.

Continuavano le visite, le preghiere, i Rosari.

Poi arrivava l’Ottavario, la Messa degli otto giorni.

Per gli uomini segnava anche un primo ritorno alla quotidianità. Nei giorni del lutto non si radevano e lasciavano crescere la barba in segno di dolore. In occasione della Messa degli otto giorni tornavano a radersi e riprendevano il lavoro: nelle campagne, nelle fabbriche, negli uffici.

Più avanti arrivava il Trigesimo, al compimento del mese.

Ma il lutto continuava.

E continuava soprattutto a vedersi.

Il nero era stato indossato dai familiari più stretti fin dalle prime ore della morte. Non finiva insieme al funerale.

Rimaneva addosso.

Le donne si vestivano interamente di nero. Ricordo le calze nere di nylon persino nelle estati salentine, il fazzoletto annodato sotto il mento, le maniche lunghe o comunque mai più corte del gomito. Ricordo anche i guanti di pelle.

Gli uomini avevano altri segni: la fascia nera stretta intorno alla manica della camicia, corta o lunga che fosse, oppure un bottone nero appuntato sulla giacca o sul cappotto. Nelle mercerie quei bottoni e quelle fasce non mancavano mai. Si trovavano anche su alcune bancarelle del mercato settimanale.

Persino gli animali potevano portarne un segno. Ricordo i cavalli con nastri neri legati ai finimenti o alla criniera.

E quel nero poteva durare molto.

Mesi.

Anni.

Qualche volta una vita intera.

Il tempo cambiava secondo il grado di parentela. Per la perdita di un marito, di un figlio, di un genitore o di un fratello il lutto poteva protrarsi per anni; per altri legami durava meno.

Ma io non ricordo quelle regole come una tabella.

Ricordo le donne.

Quelle che vedevo vestite di nero un’estate. E poi l’estate successiva. E quella dopo ancora.

A forza di essere indossato, quel colore sembrava diventare parte della persona.

Nero il vestito. Nero il fazzoletto. Nere le calze.

Molte donne cucivano, ricamavano, lavoravano all’uncinetto o ai ferri per ore. Si diceva che vivere sempre circondate da quel colore, soprattutto durante lavori che richiedevano tanta attenzione della vista, finisse per affaticarla. Era anche uno degli argomenti con cui, dopo anni, si cercava di convincere una donna ad alleggerire il lutto.

Ma togliersi il nero non era semplice.

Non si passava dal nero ai colori in un giorno. Prima potevano sparire le calze nere. Poi arrivava un blu scuro, quasi un colore di passaggio. Soltanto dopo tornavano, piano piano, gli altri colori.

E quando finalmente accadeva, in paese diventava quasi una notizia.

«Hai saputo? Tizia si è tolta il nero.»

Noi bambini ce ne accorgevamo subito. Quella mamma, quella nonna, quella zia sembrava diversa.

Più luminosa.

Qualche volta persino più giovane.

Alcune donne, invece, il nero non lo tolsero mai.

Passavano gli anni. Crescevano i figli. Cambiavano le case, le strade, il paese.

Loro rimanevano vestite di nero.

Oggi guardo quel colore con occhi completamente diversi. Il nero è eleganza, raffinatezza, moda. Lo scegliamo per un vestito importante, per una serata, semplicemente perché ci piace.

E mi sembra quasi strano pensare che, negli anni della mia infanzia, bastasse vedere una donna vestita interamente di nero per capire, senza fare domande, che nella sua vita qualcuno non c’era più.

Molto è cambiato.

Oggi siamo certamente più organizzati anche davanti alla morte. Ci sono luoghi e servizi che si occupano di gesti che allora avvenivano dentro una casa e passavano soprattutto attraverso le mani della famiglia, dei parenti, dei vicini.

Non rimpiango la rigidità di certe regole.

Nessun colore può misurare il dolore.

Nessun vestito può dire quanto abbiamo amato.

Ma di quel tempo c’è qualcosa che vorrei non andasse perduto: la vicinanza.

Le donne che arrivavano senza essere chiamate. Le mani che lavavano e vestivano. Quelle che preparavano una pentola di brodo, riempivano una cesta, portavano la colazione, prendevano per mano un bambino, sgranavano un Rosario. E quelle che bussavano a una porta e, quando non esistevano parole abbastanza grandi per consolare, si limitavano a restare.

Questo è stato forse un racconto più triste degli altri. Ma se tra queste righe avete ritrovato il suono di una campana, una nonna vestita di nero, una casa improvvisamente silenziosa, una parola, un gesto o persino una paura che credevate dimenticata, sono felice di aver condiviso con voi anche questo pezzo della mia infanzia.

Perché sono cambiati i riti, sono cambiate le case, sono cambiati persino i modi con cui ci raggiungono le parole di cordoglio.

Ciò che non è cambiato è il dolore quando perdiamo qualcuno che amiamo.

E forse non è cambiato neppure il bisogno più antico e più semplice: avere qualcuno accanto mentre lo attraversiamo.

___________________

( 9 – continua )

Category: Costume e società, Cultura

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Comments (3)

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  1. Maria Antonietta ha detto:

    Ricordi davvero lontani leggendo il tuo racconto gli ho rivisti scorrere nella mia mente..davanti ai miei occhi….ed è propio vero alcune cose andavano cambiate ma non una mano amica sulla spalla o un volto amico che ti accompagna durante i giorni tristi…e aime’a volte inesistente o veloce …

  2. Maria Addolorata Ruberti ha detto:

    Rivivo quei momenti, descrizione come sempre dettagliata nei mimimi partocolari. bravissima come sempre

  3. Patrizia De Paolis ha detto:

    Descrizione perfetta, sembrano siano passati dei secoli invece è passato solo qualche decennio. Sinceramente, sono contenta dei cambiamenti avvenuti. Portare gli abiti neri o non uscire da casa, non dimostra certamente quanto si soffre x la perdita di una persona cara. Bellissimo il racconto, bravissima Annamaria.

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