INDOVINA CHI VIENE A CENA? / LE CANZONI, LA COLONNA SONORA DELLA NOSTRA VITA

| 3 Ottobre 2026 | 0 Comments

di Emanuela Boccassini _________________

L’arte, in tutte le sue forme, accompagna da sempre la vita dell’uomo. Ma la musica possiede qualcosa di diverso. Non si limita a essere ascoltata, attraversa le persone.

La scienza spiega che è capace di modificare il nostro corpo e la nostra mente: riduce lo stress, stimola il rilascio della dopamina, favorisce memoria, apprendimento e perfino la neuroplasticità cerebrale. Alcuni studi sostengono che la musica ascoltata durante la gravidanza possa accompagnare il bambino già prima della nascita, creando una sorta di memoria emotiva prenatale.

Eppure, al di là di ogni spiegazione biologica o psicologica, credo che il suo potere più grande sia un altro. La musica ci raggiunge nei punti in cui spesso le parole non arrivano. Ci unisce agli altri, ma allo stesso tempo ci mette profondamente davanti a noi stessi.

Ci accompagna nei momenti importanti, diventa rifugio, sfogo, memoria.

Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo ascoltato una canzone capace di riportarci indietro nel tempo nel giro di poche note. Un amore, un’estate, una perdita, un momento preciso che credevamo lontano. E improvvisamente eccolo lì, vivo.

Forse è proprio questo il mistero della musica: trasformare le emozioni in qualcosa che non si può toccare e che, nonostante tutto, continua a restare dentro di noi.

L’ospite di questa sera non poteva non essere un musicista, uno che conosce il modo in cui una canzone può arrivare a toccare corde profonde e rimanere nella memoria, Luigi Mariano.

www.luigimariano.com

Cantautore salentino e romano d’adozione, è un raffinato autore e storyteller che ha costruito il proprio percorso dentro la tradizione della canzone d’autore italiana, aprendola a suggestioni folk e rock e a un personale gusto per il racconto.

Nel suo percorso ci sono riconoscimenti importanti – dal Premio Ciampi al Premio Bindi, fino al Premio Lunezia – ma soprattutto incontri e passioni che ne hanno definito la scrittura: le collaborazioni con artisti come Neri Marcorè e Simone Cristicchi, l’amore per Bruce Springsteen e, dal 2006, quel rapporto speciale con Giorgio Gaber che lo ha portato a portare nei teatri Chiedo scusa se parlo di Giorgio, uno spettacolo che è molto più di un semplice omaggio.

Nelle sue canzoni convivono ironia, sarcasmo, impegno civile e introspezione. Mariano non è soltanto il cantautore “impegnato”: usa anche la leggerezza come strumento. Sa sorridere delle contraddizioni del nostro tempo, ma anche fermarsi davanti alle domande più intime. La sua è una scrittura che prova a raccontare il mondo senza smettere di interrogarsi.

La mia terrazza, per questa occasione, proverà a trasformarsi in una di quelle melodie indimenticabili che continuano a riaffiorare nella memoria fino a confondersi con la nostra stessa vita.

La tavola di questa sera è uno spartito visivo che attende solo di essere suonato. Per la base ho scelto una tovaglia di cotone candido, percorsa da grafiche a contrasto che celebrano il mondo delle note e del pentagramma, incorniciata lungo i bordi dal disegno geometrico e rigoroso di una tastiera di pianoforte. Sopra questa trama musicale si innesta un gioco di purezza e trasparenze. I piatti, realizzati in vetro finissimo e trasparente, rivelano una lavorazione delicata e arabescata lungo le tese, lasciando intravedere lo sfondo sottostante come se le note musicali della tovaglia fluttuassero sotto la superficie di ogni pietanza. I calici in vetro cristallino e trasparente, sorretti da un elegante stelo con un piccolo elemento a goccia alla base della coppa, catturano la luce delle candele in modo nitido e pulito. La loro totale limpidezza equilibra la ricchezza grafica della tovaglia, accogliendo il vino come una nota di colore pura dentro una composizione in bianco e nero.

Al centro della tavola ho scelto una composizione di rose Chopin e spighe di avena. Le rose hanno un’eleganza morbida e quasi malinconica, mentre le spighe introducono una nota più semplice e naturale. Tradizionalmente l’avena è associata all’armonia e mi sembrava il simbolo perfetto per una serata dedicata alla musica e al modo in cui attraversa le nostre vite.

Mi piace il contrasto tra la delicatezza dei petali e la leggerezza rustica delle spighe: insieme creano un equilibrio che ricorda certe canzoni capaci di tenere dentro emozioni diverse, nostalgia e serenità, forza e fragilità. A completare la composizione, rami di felce raccolti in una ciotola bassa di vetro che lascia la tavola libera di respirare.

Per questa cena ho preferito non attribuire a ogni singolo piatto un significato preciso. La musica, in fondo, non funziona così. Non si lascia sempre tradurre o spiegare, ma procede per armonie, contrasti e pause. È l’insieme che crea emozione. Anche il menu nasce da questa idea di armonia: sapori che si alternano senza sovrastarsi, consistenze diverse che trovano equilibrio, note fresche e più intense capaci di rincorrersi come strumenti all’interno della stessa composizione.

Tutto dovrebbe costruire un percorso fatto di accordi, intervalli e ritorni. Perché la musica, proprio come il cibo, riesce a coinvolgere quando ogni elemento trova il proprio posto senza bisogno di imporsi sugli altri.

Compio il mio solito passo indietro per accertarmi di non aver dimenticato nulla.

Suona il citofono.

Prima che il mio ospite salga i due piani, mi concedo un ultimo sguardo d’insieme. Il gelsomino è lì, discreto, con il suo profumo delicato che si mescola all’aria della sera. Alle mie spalle, il profilo del campanile del Duomo si staglia contro il cielo che si scurisce lentamente.

La tavola, nella sua semplicità, lascia intuire il tema della serata: musica, concordanza, memoria, su di essa le candele accese disegnano un’atmosfera raccolta, intima, quasi sospesa. Tutto sembra già in ascolto. E in un certo senso lo è. Le note di Ennio Morricone iniziano a diffondersi: sono una presenza percepibile appena un attimo sopra il silenzio, quasi come un profumo nell’aria.

Accolgo con un sorriso Luigi e lo conduco sulla terrazza.

Si accomoda e mentre mi racconta la difficoltà nel trovare la mia casa, servo l’antipasto: capesante su crema di topinambur. Ho scelto di iniziare con un piatto delicato, quasi rassicurante. La capasanta ha una dolcezza naturale, mentre il topinambur ha un sapore più terroso, che richiama qualcosa di antico, familiare. Mi piaceva l’idea che l’antipasto fosse legato alla memoria, perché anche la musica ha questa capacità: basta una nota, un accordo, una voce e improvvisamente non siamo più qui, ma in un altro momento della nostra vita.

Se dovessi sfogliare la colonna sonora della tua vita, c’è un brano, un accordo, un ascolto o un autore (dato che gli ultimi tuoi spettacoli sono su Gaber e De Gregori) in particolare che funziona come uno stimolo: uno di quei suoni che, appena parte, la riporta immediatamente a un momento, a un luogo o a una persona precisa?

In realtà la risposta spiazza molto, perché non è quello che ti aspetti. Quello che ho collegato subito è che, secondo me, bisogna pensare a cosa tira fuori l’istinto quando si riceve una domanda. E il mio istinto mi dice subito Ennio Morricone e mio padre. È stata proprio una risposta immediata.

Fin da quando ero piccolissimo ricevevo molti stimoli da parte dei miei genitori, che amavano la musica – aspetto che, comunque, ho descritto anche nel mio sito ufficiale. Avevo mio padre, appassionato di opera e di musica classica in generale, quindi delle grandi melodie, delle sinfonie e anche delle colonne sonore di Morricone; mia madre, invece, era legata soprattutto ai cantautori: Battisti, Baglioni, Cocciante, Morandi. Da mia madre ho ricevuto quindi l’imprinting per quanto riguarda i cantautori, cosa che mi è servita tantissimo nella vita; da mio padre, invece, questo amore appassionato per le grandi musiche, anche strumentali.

Perciò mi ricordo fin da piccolo la colonna sonora di C’era una volta il West, il tema principale che è rimasto nella storia e che era una delle musiche preferite di mio padre. Ma, in generale, lui amava Morricone. È un autore con il quale sono cresciuto e che tuttora, quando ascolto, mi fa commuovere. Non credo succeda solo a me, perché tocca delle corde dell’anima che non è facile spiegare.

Mi avvolge totalmente il ricordo del rapporto che avevo con mio padre da piccolo. È stato un rapporto bellissimo, anche perché mio padre era simpaticissimo, coinvolgente. E allora, legando questo aspetto artistico al ricordo di quella musica, di Morricone, mi emoziona molto l’idea.

Devo dire che me le faceva sentire spesso, perché all’epoca aveva ancora le cassette musicali. Io le ascoltavo la domenica mattina, quando queste musiche si spandevano nell’aria: da una parte le arie delle opere che lui amava tanto, ma soprattutto quelle di Morricone, che piacevano molto anche a me e che quindi ricordo con particolare intensità.

Come ricordo anche – e questo è veramente il mio latte, il luogo sonoro in cui sono cresciuto – l’Intermezzo della Cavalleria rusticana di Mascagni. Mio padre lo ascoltava sempre. Era un tema che, da piccolino, mi faceva impazzire: mi piaceva sentirlo insieme a lui. E tuttora, quando sono al pianoforte, mi metto a suonarlo.

Per me quella musica è come il mio amnios: è qualcosa dentro cui sono cresciuto, che mi appartiene in maniera profondissima e che mi fa sentire a mio agio. È una parte di me.

Questa cosa può spiazzare, perché magari la prima cosa che un cantautore potrebbe dire sarebbe una canzone di un altro cantautore. Io invece scelgo la musica di Morricone e, al massimo, Mascagni. Chiaramente ci sono anche i ricordi, più vaghi, dei cantautori che ascoltava mia madre – Cocciante, Baglioni, Battisti, Morandi – però il ricordo di Morricone è più forte.

Una coincidenza? O forse un istinto primordiale che mi indica già una qualche affinità?

La colonna sonora della mia serata, quella scelta quasi senza pensarci, è stata proprio Morricone.

E mentre Luigi parla, la sua voce profonda riempie la mia terrazza come non aveva mai fatto prima. Ha qualcosa di naturale e intimo, una familiarità che mi spiazza. Mi sembra quasi di conoscerlo già.

Eppure ci eravamo incontrati molti anni fa, a un concerto. Una breve presentazione tra le tante persone che, quella sera, volevano parlargli. Poi nulla. Le nostre strade non si erano più incrociate fino a oggi.

Adesso, invece, è qui, seduto alla mia tavola, e risponde con calma alla mia prima domanda, spesso con gli occhi bassi. Un dettaglio che tradisce una timidezza che forse non ci si aspetterebbe da chi sale su un palco e canta davanti a un pubblico.

Lo ascolto e ho la sensazione di trovarmi davanti a una persona profondamente sensibile – cosa che i suoi testi avevano già lasciato intuire – ma soprattutto autentica. Non c’è costruzione nelle sue parole, né la necessità di mostrarsi diverso da quello che è.

E forse è proprio questo che mi mette a mio agio: la sensazione di non dover fare nulla. Non c’è imbarazzo, non c’è distanza. Solo due persone che, per qualche strano gioco del caso, si ritrovano a parlare come se si conoscessero da molto più tempo.

Servo il primo. Ho scelto qualcosa di luminoso e immediato: risotto al limone con gamberi rossi e menta. Il limone dà freschezza e carattere, ma sotto quella prima impressione ci sono la dolcezza del gambero rosso, la cremosità del risotto e il profumo della menta. Mi sembrava un buon punto di partenza per parlare di una cosa che riguarda anche la musica: quanto conta quello che arriva immediatamente all’ascoltatore e quanto, invece, quello che rimane quando l’impatto iniziale è passato.

Negli ultimi anni il modo di vivere e fruire la musica è cambiato radicalmente. L’immagine, l’impatto visivo e la performance sembrano avere oggi un peso sempre maggiore. Secondo te, questo cambiamento ha modificato anche il modo in cui si scrivono e si ascoltano le canzoni? E che spazio conserva, in questo nuovo scenario, la qualità della scrittura?

Bella domanda questa. Beh, in effetti hai ragione: si potrebbe parlare tanto di questo argomento, ma io ho sempre un po’ di timore a esprimere certe idee, perché non vorrei essere inquadrato come un “matusa boomer”.

Però, purtroppo, ognuno ha la sua età, il suo vissuto e la sua visione delle cose. Non mi piace criticare in generale le nuove generazioni per i loro gusti, perché mi rendo conto che sono figlie di questo tempo: non si può fare diversamente, e quindi si adattano ai nuovi linguaggi.

Indubbiamente, però, non si può non sottolineare un evidentissimo impoverimento del linguaggio in generale. Non dico che bisogna essere per forza De André o Guccini, anche perché quelli sono stili. Lo stesso Vasco Rossi, che oggi ha 74 anni, scriveva in maniera più asciutta, aveva trovato un suo stile, ma il modo di scrivere era più ricco. Al di là del fatto che utilizzasse più o meno parole, in una sola frase riusciva magari a farti vedere un mondo.

Adesso, secondo me, la fruizione di mezzi tecnologici molto rapidi ha un po’ impoverito tutto, perché è venuta meno la concezione dell’attesa, che è una delle cose più importanti per un essere umano.

Riuscire ad apprezzare perfino le attese e a riempirle con pensieri, riflessioni, immagini, tutto ciò che può dare un senso a ogni istante della vita.

Vittorio De Sica diceva al figlio Christian che, quando stava lì ad aspettare un treno, non doveva essere scalpitante e impaziente, ma doveva riempire quello spazio con la lettura, con pensieri che lo arricchissero, con qualcosa che gli permettesse di vivere anche quel momento. Doveva, insomma, riempire di vita ogni attesa.

E ogni attesa potrebbe essere – a me è successo – anche foriera di creatività. Magari ti viene un’idea se sei un artista, naturalmente, ma anche se non lo sei, perché poi, alla fine, la creatività dovrebbe abbracciare tutti.

Quindi riuscire a far fruttare ogni istante della vita è qualcosa di prezioso.

Purtroppo questo tempo molto veloce ha condizionato molto le nuove generazioni, che sono – sempre a mio avviso – anche un po’ vittime del sistema. Da una parte mi viene molto da criticarle, però dall’altra mi rendo conto che sono immerse in questo humus e non è facile far loro notare certe cose, perché spesso fanno fatica a comprendere una prospettiva diversa dalla loro.

Mi è capitato spesso di parlare con ragazzi di dodici, quindici anni. Quando fai certi discorsi, ti guardano assolutamente allibiti: fanno fatica a capire di che cosa stai parlando, perché appartengono a un mondo in cui questi concetti sono diventati meno familiari. Da questo punto di vista è molto scoraggiante.

Però non voglio che questo discorso faccia pensare che io non riconosca ai giovani grandissimi talenti e una creatività straordinaria. Hanno un potenziale infinito.

Ho incontrato spesso dei ragazzi perché mi hanno invitato a parlare nelle scuole: sono stato in una scuola elementare, in una scuola media, in una scuola superiore e anche all’università, in contesti particolari. E ho avvertito la grande intelligenza dei ragazzi.

Il problema è, appunto, che sono immersi in questo humus e fanno fatica ad apprezzare la profondità.

Purtroppo emerge molto la superficialità dell’esistenza.

La sua riflessione sulla profondità mi rimane in testa mentre la conversazione prosegue. E forse non è un caso che, proprio a questo punto della serata, sia il cibo a offrirmi un’altra chiave di lettura. Porto in tavola il secondo, ricciola scottata con carciofi croccanti. Per questa portata ho cercato soprattutto un contrasto: la morbidezza della ricciola e la croccantezza del carciofo. Due consistenze molto diverse che, però, funzionano. E forse anche nella musica il passato e il presente possono convivere in questo modo: non è necessario riproporre quello che è stato esattamente com’era.

A volte basta riprenderlo, riascoltarlo, lasciarlo incontrare con qualcosa di nuovo perché torni ad avere un significato.

Oggi assistiamo a un fenomeno affascinante: ragazzi giovanissimi che cercano rifugio nel repertorio del passato, a caccia di brani scritti decenni prima che nascessero. Secondo lei cosa cercano in quella musica che forse non trovano nelle produzioni di oggi? È un bisogno di autenticità, di poesia o c’è dell’altro?

Questa domanda, secondo me, è collegata a quella di prima. Perché, se da una parte questa iper-tecnologia sta portando a uno snaturamento dell’essere umano, dall’altra credo che nell’istinto degli esseri umani – e soprattutto dei ragazzi – ci sia qualcosa che li spinge a divincolarsi da questa modernità che rischia di portarli lontano da se stessi.

Secondo me hanno intuito una cosa che io identifico in questo modo: esistono le canzoni “maratonete” e le canzoni “centometriste”.

È un concetto a cui penso da molto tempo. E mi pare che, negli ultimi tempi, qualcosa di simile sia stato espresso anche da un’altra persona importante, di cui però adesso non ricordo il nome. Ma l’esempio che faccio io è questo: il modo di scrivere una canzone può essere molto diverso, però quello che bisogna cercare di capire è qual è l’obiettivo della scrittura.

Se un artista è immerso totalmente in un obiettivo commerciale, per esempio perché la casa discografica gli chiede di realizzare un singolo che deve esplodere durante un’estate, l’obiettivo è quello. Ed è importante riconoscerlo. È probabile, quindi, che la canzone che ne verrà fuori sarà una canzone dell’estate: avrà una funzione, una durata, un determinato tipo di fruizione.

Tutto l’opposto può accadere quando, invece, alla base c’è un’ispirazione autentica, che ha bisogno del suo tempo. Può succedere che un artista inizi a scrivere una canzone e riesca a completarla addirittura dopo un anno.

Tornando a Vasco Rossi – che continua a tornarmi in mente, anche se non è tra i miei preferiti – penso a Vita spericolata. Uno potrebbe immaginare una canzone nata in maniera diretta, quasi istintiva. E invece, se non ricordo male, Vasco ebbe quella musica, scritta dal suo amico Tullio Ferro, per circa un anno prima di trovare le parole giuste.

L’ha ascoltata per un anno, continuando a cercare quelle parole. E questo, secondo me, dice molto sulla necessità di lasciare che una canzone maturi.

A me è successo qualcosa di simile. Io scrivo prima le musiche, perché credo che, partendo dalla musica, la canzone assuma dei connotati più rotondi, più compiuti, che mi risultano più naturali. Poi, su quella musica, metto le parole.

È una cosa che è successa spessissimo anche a Battisti, a Mogol e a tanti altri autori.

Quindi, quando penso a Vasco Rossi che lavora per un anno su una musica prima di arrivare alle parole, penso anche a questo: alla ricerca della profondità, dell’autenticità, della qualità. Non necessariamente alla quantità di tempo in sé, ma alla disponibilità a lasciare che qualcosa maturi.

E allora credo che i ragazzi, nel loro istinto, cerchino proprio qualcosa che resti.

Probabilmente, ascoltando le canzoni del passato, si rendono conto che hanno obiettivi diversi: sono state costruite pensando non soltanto al consumo immediato, ma anche alla possibilità di durare nel tempo come prodotto artistico.

E forse, proprio perché sono immersi in una realtà così veloce e superficiale, sentono il bisogno di andare nella direzione opposta.

È una mia interpretazione, naturalmente. Però credo che possa essere anche questo il motivo per cui tanti ragazzi oggi tornano ad ascoltare musica del passato: forse cercano qualcosa che non passi subito, qualcosa che abbia il tempo di sedimentare e che, dopo anni, possa ancora dire loro qualcosa.

È arrivato anche per noi il tempo di far sedimentare le parole. È il momento del sorbetto, quello del silenzio e della riflessione. Una pausa leggera che, nelle mie cene, segna quasi sempre un cambio di ritmo: le parole si fermano, ma non si interrompono davvero, semplicemente trovano il tempo di posarsi.

È uno dei momenti che amo di più. Le conversazioni si fanno più lente, gli sguardi più distesi, come se a un certo punto ci si sentisse tutti un po’ più a casa.

Poi arriva il dolce, che scandisce l’ultimo atto della serata. Charlotte nocciola e cioccolato con pan di spagna e croccantino su uno specchio di coulis di frutti di bosco. Ho pensato al dolce come a un finale, non soltanto della cena ma del nostro percorso. È un dolce composto da diversi elementi, consistenze e sapori che arrivano insieme, un po’ come una composizione musicale. E c’è anche un elemento croccante, quasi una piccola sorpresa sonora. Ma soprattutto è il momento in cui ci si ferma: il pasto è quasi finito e quello che rimane è il tempo trascorso insieme. Per questo mi sembrava il piatto giusto per parlare di una cosa che forse oggi rischiamo di perdere: l’ascolto come esperienza collettiva.

In un’epoca in cui ascoltiamo la musica per lo più da soli, con le cuffiette o attraverso uno schermo, stasera siamo qui attorno a una tavola a parlarne insieme. Che cosa conserva di insostituibile la dimensione dell’ascolto condiviso, da viva voce, e qual è il “potere” che la musica mantiene intatto nonostante tutti i cambiamenti?

È troppo bella, ma anche troppo difficile. Tu mi metti veramente in difficoltà, perché da una domanda così possono aprirsi tantissimi argomenti. C’è da pensarci.

Allora, secondo me, la musica è lo specchio del momento storico in cui viene scritta. E quindi, ovviamente, non può che essere così anche oggi.

Viviamo in un’epoca in cui c’è molta solitudine e, allo stesso tempo, una forte ricerca della solitudine. Quasi una paura del sociale, se vogliamo. L’informazione ci bombarda quotidianamente di immagini e notizie legate a rischi costanti, omicidi, efferatezze, guerre, sangue. E questo, unito a un aspetto che secondo me è fondamentale – il modo in cui l’informazione condiziona il nostro pensiero – e all’iper-tecnologia di cui parlavo prima, ha prodotto, a mio avviso, una maggiore ricerca dell’isolamento.

Quindi sì, è vero: oggi c’è un ascolto molto solitario. Ma non credo che questo sia un problema della musica. È un problema della società. Perché l’idea di condividere qualcosa con gli altri, soprattutto qualcosa che ci emoziona e ci arricchisce, è probabilmente una delle esperienze più importanti che possiamo fare.

Questo non significa che non debba esistere anche l’ascolto individuale. Anzi, è bellissimo poter godere da soli di un’opera artistica. Io stesso sono una persona che, ogni tanto, cerca la solitudine. Come molti artisti ho bisogno di isolarmi per creare, per metabolizzare, per ritrovare me stesso.

Ma sono anche uno che cerca gli altri. Io cerco gli altri continuamente, perché ho bisogno del confronto. Non sono uno che gode dello stare settimane da solo. E probabilmente questo mi deriva dalla mia generazione, che mi ha instillato quello che considero un bellissimo seme: la ricerca del confronto.

Vedo, invece, che oggi c’è sempre meno voglia di confrontarsi. C’è quasi una forma di supponenza. In molte persone vedo la convinzione di sapere già tutto e, di conseguenza, una perdita dell’umiltà necessaria per ascoltare.

L’ascolto, ormai, sembra quasi essere scomparso.

Sembra che ascoltare l’altro sia diventato qualcosa di pericoloso, o comunque una perdita di tempo. Non c’è più la voglia di fermarsi, di cercare di comprendere una situazione attraverso il racconto di qualcun altro, perché si pensa: “Io che cosa ci guadagno? Al massimo servirà ad aiutare l’altro”.

In realtà è esattamente il contrario.

Attraverso l’incontro e l’ascolto di chiunque c’è sempre qualcosa da imparare. E quando dico chiunque, intendo davvero chiunque: non soltanto le persone che consideriamo “normali”, ma anche persone con esperienze, condizioni e percorsi completamente diversi dai nostri.

Io, per esempio, avevo uno zio disabile, per il quale ho scritto la canzone Vita rasoterra. Da bambino lo ascoltavo e stavo sempre zitto, semplicemente perché avevo la sensazione che ci fosse qualcosa da imparare.

Nonostante i suoi problemi cognitivi, era un grandissimo appassionato di arti: poesia, letteratura, pittura, scultura, un po’ di tutto. Mi ha trasmesso questa passione. Io lo ascoltavo, ero talmente affascinato da lui che credo sia stato proprio anche attraverso di lui che mi è nata la voglia di creare opere artistiche.

È come se mi avesse insegnato i tasti bianchi e neri.

Ecco perché per me l’ascolto è così importante.

Io vedo che questa caratteristica si è un po’ persa.

Rimane nonostante viviamo in un’epoca in cui, secondo me, la musica è molto umiliata, perché non viene più considerata veramente per quello che è: un’espressione di altissima cultura. Il problema è che nel nostro tempo sembra non essere più percepita così e questo è veramente deleterio.

Per me musica significa cultura.

Eppure il suo potere rimane. Rimane la capacità della musica di creare un collegamento con chi ascolta, anche quando quella persona è sola. Continua a stimolare ricordi, creatività, emozioni; può aiutarci a risolvere un problema, a elaborare una sensazione, a metabolizzare qualcosa che stiamo vivendo.

Serve sempre.

E, secondo me, dentro la musica esiste ancora lo stimolo all’aggregazione. Ogni volta che arriva una nota, può arrivare anche il pensiero: “Questa è una cosa che potrei condividere con qualcun altro”. Però sta a noi scegliere di farlo oppure no.

Le nuove generazioni, secondo me, lo fanno poco: si stanno chiudendo molto in se stesse. Ma la musica non ha mai smesso di dare quello stimolo.

Siamo noi che decidiamo se riceverlo o no. Se accoglierlo oppure lasciarlo passare.

E quindi questo potere, secondo me, resta immutabile.

Prima che la serata giunga a conclusione, Luigi mi fa dono del suo ultimo album, Mondo acido. Devo ammettere che il titolo è evocativo e sorrido, perché anche questa volta sono d’accordo con lui.

Avevo ascoltato su YouTube alcune delle canzoni e ritrovo Vita rasoterra, di cui abbiamo parlato poco prima. Sembrerebbe che la serata sia arrivata al suo ultimo movimento. E invece no.

Riprendiamo a chiacchierare e finiamo a parlare, tra gli altri argomenti, anche della sua canzone Errori di grammatica, una metafora degli errori della vita: quelli quotidiani, quelli che si commettono magari per leggerezza, distrazione o semplice fragilità.

Sugli errori di grammatica, però, ci soffermiamo parecchio. E forse Luigi avrà qualcosa da ridire leggendo questo articolo, perché io appartengo orgogliosamente alla scuola del “se stessi” senza accento, mentre lui sostiene la forma “sé stessi”. In realtà entrambe le grafie sono ammesse nell’uso, quindi possiamo tranquillamente considerarla una questione di stile. Giusto per rimanere in tema.

Poi, purtroppo, arriva davvero il momento del congedo.

Le candele si sono consumate senza fretta. La terrazza è tornata, poco alla volta, al suo respiro naturale. Il profumo del gelsomino continua a mescolarsi al silenzio della notte, mentre il profilo del Duomo resta lì, immobile, come se avesse osservato tutta la serata senza mai intervenire.

Ma forse non tutto ha bisogno di una conclusione netta.

Alcune cose si chiudono come certe melodie: non con un punto, ma con una sospensione. Con un’eco che continua a vibrare anche quando tutto sembra già finito.

E alla fine, forse, non resta ciò che ci siamo detti.

Resta quello che continua a vibrare dopo il silenzio.

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( 21 – continua )

Category: Costume e società, Cultura

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