DISPERSI FRAMENTI DELLA SCRITTRICE PAOLA MATTIOLI CHE IN “Viera” HA RIPERCORSO LA VITA DELLA MADRE

| 9 Giugno 2026 | 0 Comments

di Cristina Pipoli ________________

Ci sono verità che la retorica ufficiale preferisce seppellire sotto una coltre di ipocrisia e nostalgismo da quattro soldi, perché mostrano la miseria nuda della nostra storia, non gli eroi da rotocalco. Le memorie di Viera, nata nel 1923, agiscono come acido sulla coscienza di quella provincia italiana che oggi si autoassolve. Questo non è un amarcord nostalgico: è la radiografia di un Paese sottomesso a un controllo sociale grottesco, prima che il ferro e il fuoco della guerra mandassero l’intera messinscena a gambe all’aria.

Prima che le bombe sventrassero le illusioni del regime, la vita di una ragazza a Bologna era un’aula di tribunale permanente gestita dal perbenismo cattolico e fascista. Viera abita fuori porta Galliera, in via Algardi 21. Per studiare deve camminare per chilometri fino a via San Vitale, perché lo Stato, efficiente solo a parole, la pianta in asso senza trasporti diretti. Ma non è la fatica a fare schifo, è il ricatto morale quotidiano. Nelle domeniche di apparente svago, tra il cinema, la chiesa di San Martino e le passeggiate con l’amica Franca e il fratellino Giancarlo, le ragazze sono costrette a recitare una commedia ridicola: devono portare in mano una “sporta”, una borsa della spesa. Vuota. Sì, perché una donna che cammina per strada senza un fine pratico apparentemente utile viene immediatamente bollata dalla ferocia del vicinato come una “ragazze poco seria”. Una borsa vuota come passaporto di rispettabilità. Ecco l’Italia dell’epoca: un Paese terrorizzato dal giudizio della gente, dove l’apparenza conta più della dignità.

Poi, nel giugno del 1940, la realtà presenta il conto a un popolo di complici e di illusi. Mentre Mussolini urla dal balcone i suoi deliri imperiali, il corpo di Viera si ribella con un paradosso politico: un totale abbassamento di voce, una laringite da stress. Mentre la nazione grida la sua violenza, la cittadina viene condannata al silenzio. Non c’è tempo per curarsi. I bombardieri oscurano il cielo e costringono alla fuga. Inizia la grande diaspora, lo sfollamento in Romagna che la retorica ha sempre dipinto come una grande operazione di solidarietà, ma che fu in realtà una fuga disperata e caotica sulla pelle delle famiglie.

Viera e la madre, Noemi Ballardini, scappano a Lugo dalla zia Isolina, mentre il padre fa la spola con Bologna per cercare di salvare i propri soldi e i propri affari. Viera pedala, sale su corriere di fortuna, scivola tra Fusignano, dove gli zii speculano con la farina di un mulino, e Alfonsine, dove i cugini Faccani celebrano matrimoni grotteschi sotto il rombo delle prime ricognizioni aeree. Quella che nei sussidiari sembra una transumanza pacifica è in realtà l’inizio della fine: lo Stato che ha promesso la gloria impone il coprifuoco alle otto di sera, sequestrando la notte e la libertà ai suoi stessi cittadini prima ancora di aver perso la prima battaglia.

Tra le cave di gesso di Borgo Rivola, che il diario di Viera distrugge definitivamente ogni idillio bucolico. Ospitata da contadini che non hanno tempo per la compassione, la ragazza assiste all’archeologia brutale della sopravvivenza. C’è una macina di pietra trainata da un mulo che frantuma i massi bianchi per fare gesso da costruzione.

Viera descrive i dettagli di quella tortura quotidiana: le grida continue, ossessive e violente del contadino (“Oh! Oh!”) non servono a guidare l’animale, servono a negargli il diritto di respirare, a spronarlo per non farlo cadere morto prima del tempo. In quella macina che trita la pietra e in quel grido disumano c’è il vero volto dell’Italia in guerra: un ingranaggio cieco, violento e affamato che consuma i corpi e esistenze dei più deboli per alimentare la propria folle sopravvivenza.

Le fotografie del 1943 a Porretta Terme ci mostrano Viera a vent’anni, bella, insieme alla madre Noemi e a Silvia Mattioli. Sorridono. Ma dietro quel bianco e nero non c’è la pacificazione nazionale che i registi del consenso vorrebbero propinarci oggi. C’è la testimonianza clandestina di chi è stato usato come carne da macello dalla Storia e, cinquant’anni dopo, ha deciso di scrivere la verità per sputare in faccia al silenzio di chi voleva dimenticare. Questo pezzo va in pagina così com’è, Direttore. Oppure stampi le pagine bianche.

Parliamoci chiaro.

Se state cercando la solita melassa nostalgica sulla guerra, il pezzo d’archeologia strappalacrime per far sospirare i lettori della domenica, avete sbagliato giornalista e avete sbagliato diario. Questo pezzo non è un feticcio da antiquariato. È una denuncia tardiva di come questo Paese preferisca una borsa vuota alla dignità. È corretto pensare che o va in pagina con questa carica distruttiva, o non va in pagina affatto? Perché bisogna permettere che il diario di Viera venga usato come riempitivo per la terza pagina tra la pubblicità di un mobilificio e i necrologi?

Category: Cultura, Libri

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