IL CORTOCIRCUITO DEL 25 APRILE: L’ALIBI DEI “FASCISTI ROSSI” E IL TABU’ DEL SINISTRESE
di Melcore Valerio_______Gli scontri di piazza, gli insulti alla Brigata Ebraica e le denunce di Paola Concia scoperchiano il grande rimosso della sinistra italiana: l’incapacità di ammettere che la violenza politica e l’intolleranza albergano anche a casa propria, senza dover scomodare lo spettro del fascismo.
C’è una bizzarra ginnastica semantica che va in scena ogni volta che l’estrema sinistra italiana decide di mostrare il suo volto più feroce, intollerante e squadrista. È successo di nuovo in questo 25 aprile 2026, nelle parole dell’esponente democratica Paola Concia, “Il 25 aprile muore qui, oggi”. E c’è da crederle, guardando le cronache di piazze trasformate in un grottesco tribunale ideologico dove frange radicali e pro-Palestine hanno accerchiato la Brigata Ebraica al grido raccapricciante di “siete saponette mancate” e hanno cacciato con la forza le bandiere ucraine.
Di fronte a questo scempio, Paola Concia ha avuto il merito innegabile di rompere il silenzio omertoso del suo schieramento. Ha denunciato l’egemonia di piazza, le derive della cancel culture e della cultura woke, puntando il dito contro quelli che lei stessa ha definito “fascisti rossi”.
Ed è esattamente qui, in queste due parole, che si annida la più grande e ipocrita contraddizione della sinistra italiana.
Perché chiamarli “fascisti rossi”? La risposta è tanto semplice quanto politicamente inconfessabile. Perché una certa intellighenzia progressista non ha ancora trovato, a decenni dalla caduta del Muro di Berlino, il coraggio intellettuale di pronunciare la parola “Comunismo” associandola ai suoi corollari storici ed empirici di violenza, discriminazione e repressione del dissenso.
Quando un gruppo di facinorosi con la bandiera rossa, o con quella dei peggiori regimi teocratici mediorientali, impedisce fisicamente a un avversario politico di sfilare, urla slogan antisemiti e impone il pensiero unico con la forza, la sinistra istituzionale va in tilt. Ammettere che quella violenza sia intrinsecamente legata alle radici del radicalismo marxista-leninista o dell’estremismo di sinistra è considerato un tabù. E allora scatta l’escamotage linguistico: se è brutto, sporco e cattivo, deve per forza essere “fascista”. Anche se veste di rosso, anche se canta Bella Ciao, anche se si dichiara antifascista militante.
Si tratta di un alibi perfetto per non fare i conti con la storia.
Questo trucco linguistico non è solo un errore storico, è una precisa mossa autoassolutoria. Affibbiare l’etichetta di “fascismo”, o le sue varianti moderne come “nazifemministe” o “fascisti putiniani”, alle proprie frange impazzite permette al Partito Democratico e ai suoi satelliti di non fare mai i conti con i propri mostri.
Significa dire all’elettorato:
“Vedete? Quei violenti in piazza non sono figli delle nostre ideologie portate all’estremo, sono in realtà dei fascisti mascherati”. È un lavaggio delle coscienze a buon mercato. Si rifiuta l’idea, storicamente inoppugnabile, che il comunismo e le sue filiazioni ideologiche abbiano partorito regimi totalitari, purghe, gulag e un’intolleranza feroce verso ogni forma di pluralismo.
La battaglia di Anna Paola Concia è coraggiosa,
ma evidenzia la drammatica solitudine di chi, all’interno dell’area progressista, cerca di difendere i valori liberali. Attaccata per le sue posizioni controcorrente sulla maternità surrogata, bersagliata per aver difeso il diritto di esistere di Israele e dell’Ucraina nei cortei, si ritrova a combattere una guerra culturale contro un mostro che il suo stesso campo politico ha nutrito per anni con la retorica del “compagno che sbaglia”.
Il 25 aprile del 2026 ci consegna una verità amara. Fino a quando la sinistra non avrà il coraggio di guardarsi allo specchio e dire che l’intolleranza, l’antisemitismo e la violenza non sono un monopolio dell’estrema destra, ma sono state e sono ancora, armi predilette dell’estrema sinistra, nessuna piazza sarà mai veramente liberata. Sarà solo l’ennesimo palcoscenico per un’ipocrisia di partito.
Category: Costume e società






























