L’INVIATO IGNOTO: ALMERIGO GRILZ E IL PESO DEL SILENZIO

| 22 Maggio 2026 | 0 Comments

di Valerio Melcore________A trentanove anni dalla sua morte, il muro di gomma inizia finalmente a incrinarsi. Solo da qualche tempo l’Italia ha cominciato a ricordare un grande giornalista. Nella sua Trieste si organizzano mostre con i suoi scatti da mezzo mondo, si presentano libri, gli si intitola una strada. Eppure, fino a ieri, di questo reporter non si conosceva nemmeno il luogo della sepoltura. Dove non è arrivato lo Stato italiano, sono arrivati l’affetto e la caparbietà di due amici e colleghi, Gian Micalessin e Fausto Biloslavo, che si sono recati in Mozambico e hanno rintracciato la sua tomba. Oggi sappiamo che Almerigo Grilz riposa all’ombra di un grande albero in Africa.
Ma a cosa si deve questa congiura del silenzio, durata per quasi quarant’anni?
IL PRIMO CADUTO (E DIMENTICATO) DEL SOPO GUERRA

A spiegarlo è lo stesso Micalessin, che con Biloslavo e Grilz fondò da giovanissimo l’agenzia Albatross:

«Qualcuno l’ha definito l’inviato ignoto. Si chiamava Almerigo Grilz, era triestino ed è morto il 19 maggio del 1987 a Caia, in Mozambico, colpito alla testa da un proiettile mentre filmava una battaglia. È stato il primo giornalista italiano caduto su un campo di battaglia dopo la seconda guerra mondiale. A tutt’oggi resta, però, quello più ignorato, trascurato e dimenticato nella storia del giornalismo italiano».

Viene spontaneo un paragone, doloroso ma necessario. Pensiamo a Giulio Regeni, un altro giovane italiano che cercava di documentare una realtà complessa in terra d’Africa e vi ha trovato la morte. Giustamente, i media, la politica e l’opinione pubblica si sono mobilitati per non far cadere la sua storia nell’oblio. Oggi non c’è italiano che non conosca il suo nome. Per Almerigo Grilz, invece, il sistema dell’informazione non ha mai speso una parola.
IL RAGAZZO CON IL “MAXI” CAPPOTTO NERO

Io Almerigo l’ho conosciuto prima che diventasse un reporter di fama internazionale. Erano gli anni in cui la politica si faceva per convinzione e non per convenienza, anni in cui militare a destra significava rischiare il pestaggio o la galera ogni giorno. Grilz era il Segretario del Fronte della Gioventù di Trieste; ci incontravamo a Roma, in via Quattro Fontane, durante le direzioni nazionali presiedute da un giovane Gianfranco Fini.

Lo ricordo come fosse ieri: un ragazzo alto, magro (all’epoca, tolto Marco Tarchi, lo eravamo un po’ tutti), lo sguardo sveglio, l’aria scanzonata e un sorriso perenne. L’ultima volta che lo vidi indossava un cappotto nero lunghissimo, un “maxi” in pelle come voleva la moda del tempo.

La Trieste di Grilz era il fulcro della gioventù di destra in Italia: nelle scuole medie superiori il 45% degli studenti si dichiarava di destra. Durante una riunione a Roma lo presi da parte per farmi spiegare la loro strategia. Mi smontò subito l’idea che dipendesse dal fatto di essere una città di frontiera: «Anche a Trieste la sinistra spadroneggiava impunita», mi spiegò. Le cose erano cambiate quando il Fronte aveva iniziato a ribattere colpo su colpo, prima sul piano dialettico nelle scuole e poi con la presenza fisica nelle piazze, potendo contare sul supporto concreto degli adulti del MSI locale. Una coesione generazionale che a Lecce, la mia città, ci mancò, spingendomi col tempo ad abbandonare l’attivismo.

DAL FANGO DELLE TRINCEE AL CINISMO DEI MEDIA
Qualche anno dopo, a Bergamo, Mirko Tremaglia mi raccontò che Almerigo era diventato un reporter di prim’ordine. Le sue immagini e i suoi servizi erano contesi dalle più importanti reti mondiali — come la Nbc e la Cbs —, scriveva in perfetto inglese per il Sunday Times e il Der Spiegel. Facevo il tifo per lui, consapevole di quanto fosse difficile per chi arrivava da quella storia farsi strada nel mondo del lavoro, ma tremavo per i rischi che correva in quei teatri di guerra dimenticati dove gli altri inviati non avevano il coraggio di mettere piede.

Quando cadde in Mozambico nel 1987, la reazione di certa stampa italiana fu spietata. L’Unità, organo del Partito Comunista Italiano, titolò gelida: «Morto mercenario triestino». E quando Paolo Frajese ebbe il coraggio di dedicargli un servizio sul Tg1, il comitato di redazione della RAI protestò vibratamente.

L’unica colpa di Almerigo è stata quella di non aver mai rinnegato il proprio passato. Come fa notare amamaramente Micalessin, illustri firme del giornalismo italiano come Gad Lerner, Ezio Mauro, Paolo Mieli, Toni Capuozzo o Lucia Annunziata sono transitate senza troppi problemi dalle file dell’estrema sinistra alle poltrone delle più blasonate redazioni. Grilz no. Grilz ha commesso l’errore fatale di morire prima di poter passare, insieme a Gianfranco Fini e a un’intera classe dirigente, attraverso la “purificazione” della svolta di Fiuggi. Quel mancato passaggio lo ha condannato allo stigma eterno del “fascista”, un’etichetta che per anni ha blindato l’accesso alla memoria istituzionale dell’Ordine dei Giornalisti e del sindacato.
LE COLPE DI UNA DESTRA SENZA MEMORIA

Se la sinistra ha fatto cultura e informazione a proprio uso e consumo, la colpa è anche di una destra politicamente e culturalmente incapace. Una destra che per anni si è fatta guidare da un leader le cui televisioni promuovevano quotidianamente messaggi e personaggi cari all’area progressista.

Il disinteresse per Grilz ha contagiato persino i suoi ex compagni di strada. Gianfranco Fini, che da giovane segretario del Fronte dormiva regolarmente nella cameretta di Almerigo quando andava a Trieste, si è guardato bene, anche da Presidente della Camera, dall’organizzare un ricordo pubblico per quello che definiva un amico. Alleanza Nazionale, succube di una sudditanza culturale nei confronti della sinistra, non ha mai celebrato negli anni del potere un uomo che rappresentava l’icona stessa dell’avventura e dell’informazione libera.
LA TERRA NON COPRE LA PASSIONE

Ci consola il fatto che, nonostante i tentativi di seppellire Almerigo Grilz una seconda volta, il suo ricordo stia riaffiorando con forza. Oggi sono soprattutto i giovani free-lance, gli aspiranti reporter di guerra, a chiedere di lui.

La sua è la storia di un uomo che, in una Trieste sospesa ai confini della Cortina di Ferro, aveva trasformato uno stile di vita in passione politica. Un ragazzo che già negli anni ’70, unico in un ambiente spesso sclerotizzato, aveva capito l’importanza fondamentale dell’immagine, imbracciando cineprese e macchine fotografiche mentre guidava i cortei. E quando le piazze di quei roventi anni smisero di regalare emozioni, lasciò le stanze polverose della politica per trasferire la sua sete di verità in prima linea. Perché se il giornalismo era la sua battaglia, l’avventura era la sua vita.

Category: Cos' la vedo io, Politica

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