IL CAMMINO DEI BRIGANTI: ZUPPE DI BRACE E SENTIERI DI PIETRA
di Valerio Melcore_______
Ieri sera il mio amico Fulvio mi ha fatto il resoconto della giornata appena trascorsa. Il suo racconto ci fa vivere, in qualche modo, un pezzettino dell’avventura che lui, insieme ai suoi compagni di viaggio, sta vivendo.
Al telefono mi dice: “Il vento qui sopra ha un’altra voce. Non è il soffio distratto che si infila tra i palazzi della pianura, ma un respiro millenario che sa di pietra calcarea e di resina, che ti schiaffeggia la faccia mentre risali la cresta e ti ricorda, a ogni passo, quanto sei piccolo”.
Sta camminando da due giorni nel cuore dell’Abruzzo profondo, lungo sentieri che tagliano valli solitarie e risalgono vette che sembrano toccare il cielo. Lui, che è un buon camminatore, mi confessa: “Le gambe bruciano, le spalle reclamano il peso dello zaino, eppure c’è un segreto legame tra la fatica e la bellezza, più la salita esige il conto in termini di fiato e sudore, più lo sguardo si purifica”.
Fulvio e il suo amico Lucio sono profondamente credenti e, anche se non lo dicono, questi viaggi mantengono un qualcosa di mistico. Mettere alla prova il proprio corpo, sentire i muscoli che rispondono alla pietraia, imporre alla propria volontà di non cedere prima del valico è un esercizio di pura presenza. “Qui non si baratta lo sforzo; lo si accetta come il prezzo del biglietto per un paradiso verticale”. Infine aggiunge: “Poi, improvvisamente, la roccia si apre. E l’altopiano ti mozza quel poco di fiato che ti era rimasto”.
Il gruppo è affiatato: ci sono Gianni Mattarozzi, il montanaro di Bologna, Fulvio Sanzò, Lucio Cuna, e i toscani Giuliano Carlino, Anna Ciampi, Stefania Maffia, Alessandra Volponi ed Elena Vanni. Condividono tutti la stessa filosofia: “Il cammino si vive, non si percorre”, dicono. “Oggi e domani siamo ospiti dalla signora Anna, in una località dove c’è un rifugio che si chiama Casali di Cartore, alle pendici del comprensorio del Lago della Duchessa e del Monte Velino”.
Per chi viene da fuori, da una natura addomesticata o dalle pianure costiere come il nostro Salento, questo paesaggio è uno shock visivo. C’è una meraviglia quasi infantile negli occhi dei viaggiatori che si incontrano lungo il cammino, persone letteralmente affascinate da una vegetazione a cui non sono abituate. Foreste di faggi primordiali dove la luce filtra come nelle navate di una cattedrale gotica, distese di fiori d’alta quota che sfidano il gelo notturno, e quel verde intenso, quasi irreale, che si aggrappa ai canaloni rocciosi. È una natura che non chiede il permesso, domina ed esercita un magnetismo ancestrale.
E incastonati in questa immensità, quasi fossero nati per partenogenesi dalla roccia stessa, compaiono i paesi. Borghi di pietra grigia che sembrano sfidare la gravità e il tempo. Qui il concetto di “distanza” cambia coordinate. In questi vicoli non esistono i cartelli luminosi dei supermercati; il primo centro commerciale è un miraggio a decine di chilometri di curve e tornanti. Mancano i servizi essenziali, le scuole spesso sono un ricordo, la farmacia è a un’ora di macchina. Eppure, in questo isolamento forzato, resiste un’umanità che ha il sapore della terra autentica.
Quando entri in una di queste case-rifugio, l’odore ti accoglie prima ancora delle parole. È l’odore del fumo di legna di quercia che sale dai camini, del formaggio messo a stagionare sulle assi di legno, della lana grezza. I montanari che ci vivono hanno le mani segnate dal freddo e dal lavoro, ma gli occhi incredibilmente aperti all’ospite.
Sedersi alla loro tavola è un rito di comunione. I sapori dei piatti preparati da chi la montagna la vive davvero non hanno nulla a che vedere con la gastronomia da vetrina. C’è la sapidità ancestrale del pecorino d’alpeggio, quel tocco piccante e verace che ti scalda lo stomaco; c’è la consistenza densa delle zuppe di legumi antichi, come le lenticchie di Santo Stefano, cotte lentamente vicino alla brace; e poi il sapore deciso del cinghiale o della pecora “alla cottora”, cucinata per ore con le erbe selvatiche raccolte a pochi metri dall’uscio. Ogni boccone sa di pascolo, di terra bagnata dalla rugiada, di una sapienza antica che non si compra nei negozi, ma si tramanda per necessità e amore.
Mentre la sera scende sulle vette d’Abruzzo, e il silenzio torna a farsi assoluto, il mio amico, prima di augurarmi la buona notte, mi dice: “Ti rendi conto che questo viaggiare a piedi non è solo un percorso geografico? È un viaggio a ritroso verso l’essenziale, dove la fatica del corpo diventa la pace della mente, e l’isolamento di un borgo sperduto si rivela, alla fine, il rifugio più accogliente del mondo”.
Buona notte, amico mio. A domani.
Category: Costume e società






























