INDOVINA CHI VIENE A CENA? / TUTTE LE FAMIGLIE FELICI SI ASSOMIGLIANO, OGNI FAMIGLIA INFELICE E’ INFELICE A MODO SUO

di Emanuela Boccassini _______________
Ci sono ferite che impiegano tempo a diventare visibili. Restano sotto traccia, si allargano lentamente dentro relazioni fragili, silenzi troppo lunghi, rabbia che non trova parole. A volte emergono in gesti improvvisi, sproporzionati, difficili da comprendere fino in fondo. E quasi sempre, quando accade, ci si concentra sull’esplosione finale senza guardare davvero ciò che l’ha preceduta.
Questa sera proverò a sedermi proprio lì, in quello spazio scomodo e pieno di domande: quello del disagio minorile. E lo farò con la Dott.ssa Cristiana Baldassarre, psicologa e mediatrice familiare.
Cristiana è Presidente e operatrice del Consultorio Diocesano “La Famiglia” di Lecce, dove si occupa di sostegno genitoriale e mediazione per coppie in separazione. Parallelamente, svolge un’intensa attività di prevenzione primaria nelle scuole di ogni ordine e grado del territorio, progettando corsi sull’affettività, l’educazione sessuale e il contrasto al bullismo, oltre a gestire Sportelli d’Ascolto per alunni, genitori e docenti.

Anche questa sera tavola e menu dialogheranno con noi. Ogni dettaglio proverà a evocare il malessere giovanile, la collera e le fragilità che si esprimono in forme diverse e spesso contraddittorie.
Osservo il centro tavola prima di sistemarlo definitivamente. È un insieme che mi colpisce: non del tutto mio, proprio per questo capace di restituire meglio l’intenzione da cui nasce. Non è una cena pensata solo per il gusto. È un percorso. Chi si siederà attorno a questo tavolo deve percepire, anche senza spiegazioni, ciò che le mie scelte cercano di raccontare.
Ogni elemento ha un ruolo preciso nel costruire l’atmosfera. La tavola è apparecchiata su carta paglia gialla da frittura, al posto della tovaglia, e dà subito un senso di essenzialità. La carta paglia non protegge il legno del tavolo, lo espone. Proprio come vorrei esporre questo tema.
Al centro, un vasetto di terracotta rotto e ricomposto secondo l’arte giapponese del Kintsugi accoglie una pianta di aloe.
Ho scelto piatti e bicchieri pesanti, doppi. Perché la fragilità dei ragazzi ha bisogno di un contenitore solido, di un perimetro capace di reggere l’urto della loro rabbia.
Le posate sono in acciaio semplice, senza dettagli superflui.
Lo spazio vuoto tra un piatto e l’altro non è assenza; è il silenzio di chi non ha parole, è quella distanza che spesso separa un figlio da un genitore pur sedendo alla stessa tavola.
La terrazza è illuminata da due lampade portatili collocate a terra: una davanti al gelsomino, l’altra sul lato opposto, nella zona più vuota della terrazza. La luce, calda e radente, disegna ombre morbide e lascia il resto dello spazio in penombra. Nel buio della sera, la tavola emerge come unico punto realmente visibile.
In sottofondo, la musica di Eminem mi sembra la più adatta. Il rapper scandisce parole come proiettili. È la lingua di chi non è stato “digerito” emotivamente e ha dovuto inventarsi un alfabeto da solo, tra le crepe di una casa disfunzionale.
Il citofono suona.
La mia ospite è arrivata. La conduco in terrazza.
Questa sera ho eliminato l’eccesso, per un argomento così difficile serve l’essenziale.
Ci sono silenzi che pesano come macigni. Quelli di chi non risponde, quelli di chi sparisce, quelli di chi non sa come chiedere aiuto.
C’è una cosa che faccio fatica ad accettare, però. Ho cresciuto i miei figli cercando di trasmettere rispetto, attenzione per l’altro, senso del limite. Non è stato sempre semplice, ma era chiaro cosa fosse giusto e cosa no. Per questo oggi mi colpiscono – e in parte mi spaventano – certi comportamenti violenti, a volte gratuiti, che vengono liquidati come “ragazzate”. È una parola che non riesco a usare.
E allora mi chiedo cosa stia succedendo nel mondo degli adulti. Non tanto per colpa, ma per una difficoltà sempre più evidente a dire dei no, a segnare dei confini, a non giustificare tutto.
Non riesco a non vedere una responsabilità, ma allo stesso tempo mi domando se basti questo per spiegare una rabbia che, in alcuni casi, sembra andare oltre.
Mentre porto a tavola l’antipasto – fagottini con le rape, cibo semplice, da mangiare anche in piedi – mi torna in mente un’immagine: quella di una generazione che sembra consumare tutto molto in fretta, esperienze, relazioni, perfino emozioni, senza il tempo di fermarsi davvero a riflettere.
A volte ho la sensazione che manchi uno spazio in cui le cose possano sedimentare, prendere forma, avere peso. E quando tutto scorre così velocemente, anche il limite rischia di perdere consistenza.
Quando un adolescente compie atti di violenza estrema o apparentemente privi di senso, secondo te dove inizia davvero il percorso che lo porta a quel gesto?
“Il percorso che porta a certi atti di violenza estrema, o apparentemente privi di senso, è diverso per ogni ragazzo che ci troviamo davanti. A volte, purtroppo, tutto nasce persino dalla noia. E nel gruppo anche un gesto inizialmente banale può trasformarsi in qualcosa di violento.
Quando incontro un minore, lo vedo sempre individualmente. Prima leggo ciò che ha commesso, poi però mi trovo davanti ragazzi che, almeno all’apparenza, sembrano quasi incapaci di fare del male. Non degli “angioletti”, certo, ma giovani che spesso non comprendono davvero la gravità delle proprie azioni. Molti dicono: «Pensavo che si stesse divertendo». È ciò che accade frequentemente nei casi di bullismo con cui abbiamo a che fare nelle scuole. Spesso veniamo chiamati troppo tardi, quando il danno è già stato fatto. E anche il bullo, preso singolarmente, appare incapace di comprendere fino in fondo ciò che ha provocato.
La carenza più grande che vedo, dopo trent’anni di attività come psicologa dell’età evolutiva, è quella dell’empatia. I ragazzi fanno sempre più fatica a percepire il dolore e il male arrecato agli altri“.
Mi accorgo che non riesco a rimanere neutra. E non mi basta nemmeno spiegare tutto con l’età o con il momento. Ho l’impressione che qualcosa, nel modo in cui cresciamo e accompagniamo i nostri ragazzi, si sia allentato. Non parlo solo di regole, ma di presenza, di confini, di responsabilità condivise. Forse è una lettura parziale, forse è il mio sguardo a essere segnato da ciò che vedo. Ma è da qui che parto. E allora continuo a chiedere a me stessa, ma poi rivolgo il mio dubbio alla mia ospite.
Da dove nasce davvero questa rabbia che a volte sembra senza misura? Quanto è responsabilità dei ragazzi e quanto degli adulti che li circondano? E soprattutto, stiamo intervenendo quando è già troppo tardi?
“Come dicevo prima, la responsabilità nostra. Non soltanto dei genitori, ma degli adulti in generale, di tutti coloro che hanno a che fare con i ragazzi.
Un tempo esistevano valori più condivisi; oggi, invece, non riusciamo più a trasmetterli con la stessa forza. Ed è proprio questa mancanza che alimenta il disagio che vediamo ovunque: nella scuola, nei centri aggregativi, perfino nelle attività sportive. Prima c’era maggiore collaborazione educativa. Oggi assistiamo persino a genitori che aggrediscono un allenatore.
E allora bisogna chiedersi: che modelli di riferimento siamo diventati noi adulti? La responsabilità non è soltanto della famiglia, perché attorno ai ragazzi dovrebbero esserci figure educative capaci di parlare lo stesso linguaggio: genitori, insegnanti, educatori, allenatori, parrocchie. Se ciascuno manda messaggi diversi, i ragazzi finiscono per crescere senza un riferimento stabile.
È questa, secondo me, la radice di quella che viene definita “adolescenza liquida”: un’identità fragile, senza confini chiari, limiti e regole condivise. Un tempo gli stessi principi venivano ribaditi da tutti gli adulti di riferimento: dai genitori, dai nonni, dagli insegnanti, dagli allenatori. Oggi, invece, i ragazzi ricevono messaggi contraddittori e fanno fatica a costruire uno schema solido di valori“.
In effetti, oggi gli esempi sembrano sempre più fragili e, spesso, non rappresentano nemmeno esempi positivi per i più giovani. Viene quasi da chiedersi quali punti di riferimento abbiano davvero oggi gli adolescenti, in una società in cui anche gli adulti appaiono sempre più disorientati.
“Stiamo intervenendo troppo tardi. Già negli anni Ottanta, quando studiavo all’università, si parlava della necessità di uno psicologo a scuola, proprio perché scuola e famiglia rappresentano le due principali agenzie educative. Ma lo psicologo scolastico non dovrebbe essere una presenza occasionale, limitata a poche ore: dovrebbe essere una figura stabile, integrata nel percorso educativo e presente anche nei momenti di confronto con i docenti.
Lo sguardo di uno psicologo è diverso da quello dell’insegnante e consentirebbe di cogliere il disagio molto prima che si trasformi in un comportamento problematico. Inoltre, l’età in cui emergono certe difficoltà si è abbassata notevolmente: un tempo si interveniva soprattutto nelle scuole superiori, oggi invece la prevenzione dovrebbe iniziare già nella scuola dell’infanzia.
Fondamentale sarebbe anche creare momenti di incontro tra minori e genitori. Molti adulti, in questo periodo storico, hanno perso la bussola e hanno bisogno di essere accompagnati nel loro ruolo educativo. Serve una collaborazione più stretta tra scuola, famiglie e professionisti, capaci di offrire strumenti concreti di supporto”.
Cristiana continua a spiegare il suo pensiero con una voce pacata e serena, come chi sa ciò che dice e lo ha costruito nel tempo. L’esperienza degli anni le ha lasciato una sicurezza tranquilla, quella che nasce dall’aver attraversato le difficoltà senza bisogno di alzare il tono della voce.
“Il mondo di oggi è complesso e crescere dei ragazzi è diventato più difficile. La tecnologia, da un lato, offre grandi opportunità, ma dall’altro ha accelerato il bisogno del “tutto e subito”: il bisogno continuo di distrarsi, divertirsi, apparire. E questo, inevitabilmente, sta cambiando profondamente il modo di vivere le relazioni e la crescita”.
La sua risposta resta sospesa in aria per qualche istante, mentre la conversazione rallenta naturalmente verso toni più quotidiani. È a quel punto che porto a tavola il primo piatto: penne all’arrabbiata. Il nome sembra suggerire qualcosa di immediato, quasi istintivo, ma non so quale sia esattamente la sua origine. E, allo stesso modo, non so dire con certezza da dove nasca quella rabbia che spesso viene attribuita ai giovani di oggi. Sempre che sia davvero solo rabbia.
A volte mi sembra che dietro certi comportamenti violenti o esasperati ci sia qualcosa di più difficile da nominare: un’insofferenza diffusa, una fatica a stare dentro le relazioni, forse anche un senso di vuoto che non trova altre forme per esprimersi. So che è rischioso generalizzare. Non tutti i ragazzi sono così. Ce ne sono molti che sorprendono per lucidità, per senso critico, per capacità di immaginare il futuro. E proprio per questo il contrasto colpisce ancora di più.
Che cosa fa davvero la differenza, oggi, tra un ragazzo che riesce a orientarsi e uno che si perde?
“La differenza tra un ragazzo che riesce a orientarsi e uno che si perde dipende soprattutto dalle figure di riferimento che ha intorno. Sono gli adulti che dovrebbero aiutarlo a distinguere ciò che è bene da ciò che è male, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Tra pari, invece, spesso ci si rafforza a vicenda e ci si racconta la realtà nel modo che fa più comodo.
Come ti ho detto prima, ciò che manca e che emerge chiaramente durante i colloqui con i ragazzi: l’assenza di un adulto significativo a cui sentirsi davvero legati. Un tempo si sentiva dire: «Sono più legato a mia madre», oppure «Con mio padre riesco a parlare meglio». Oggi, invece, questo tipo di legame sembra molto più fragile. I genitori vengono percepiti soprattutto come figure che concedono permessi o danno soldi, ma non sempre come punti di riferimento emotivi capaci di offrire sostegno reale. Anche il ruolo dei fratelli maggiori, che un tempo potevano rappresentare una guida, appare molto più debole. I ragazzi finiscono così per cercare risposte altrove: nei social, su Google, nelle app, perfino nell’intelligenza artificiale. È lì che chiedono consigli, conforto, indicazioni. E questo sta creando problemi enormi, perché il punto di riferimento dovrebbe restare una persona reale: un adulto capace di ascoltare, correggere, aiutare a comprendere gli errori e a trovare una strada diversa”.
Mi chiedo, mentre ascolto, se i ragazzi di oggi abbiano davvero voglia di confidarsi, di esprimere se stessi. E come se avesse colto quel pensiero, Cristiana continua a parlare rispondendo a una domanda che non le ho rivolto.
“I ragazzi, per fortuna, sono ancora disposti a parlare. Nei consultori e negli sportelli d’ascolto scolastici arrivano molti giovani. Naturalmente tutto deve essere gestito con grande delicatezza e riservatezza, perché il timore del giudizio resta forte. Oggi, almeno, la tecnologia consente modalità più discrete di accesso, attraverso mail o messaggi, evitando l’esposizione diretta che un tempo poteva creare imbarazzo.
Il disagio esiste ed è profondo. Ce ne accorgiamo proprio dal numero di ragazzi che chiedono aiuto. Spesso si presentano con problemi apparentemente semplici – una delusione sentimentale, una difficoltà scolastica – ma scavando emerge molto altro.
La richiesta più frequente, più costante e forse anche più dolorosa, è la solitudine. Accanto a questa c’è la noia: «Non so cosa fare», «Non so come passare il tempo». Si sono persi i luoghi della condivisione spontanea: il cortile, la piazzetta, l’oratorio, i punti d’incontro dove ragazzi di età diverse imparavano naturalmente a stare insieme e a confrontarsi“.
Delle parole della mia ospite mi colpisce soprattutto la solitudine. Una solitudine silenziosa, quotidiana, che sembra attraversare intere generazioni di adolescenti. Poi, però, penso alla mia adolescenza. D’estate bastava scendere in cortile per trovare ragazzi di ogni età: si parlava per ore, ci si confidava, i più grandi diventavano punti di riferimento per i più piccoli. Senza accorgercene, crescevamo insieme. Oggi, invece, quel mondo sembra scomparso. Più che le fragilità individuali, a fare impressione è forse proprio questo vuoto relazionale: ragazzi circondati da numerosi contatti, ma sempre più poveri di legami significativi e veri.
“Oggi capita di vedere gruppi di adolescenti seduti uno accanto all’altro senza parlarsi davvero, ciascuno ripiegato sul proprio telefono. E questa mancanza di relazioni autentiche emerge anche nella scuola. Un tempo i compagni di classe diventavano amici che si continuavano a frequentare negli anni; oggi, invece, molti ragazzi conoscono appena chi siede accanto a loro.
Mancano coesione, solidarietà, empatia. Anche davanti ai problemi comuni, difficilmente il gruppo riesce a unirsi davvero. Ognuno resta chiuso nel proprio spazio emotivo, incapace di fare squadra o di sostenere l’altro. Ed è forse questa la forma di disagio più triste che stiamo osservando”.
Le sue ultime frasi lasciano per qualche istante un silenzio pensieroso attorno al tavolo. Poi la cena riprende lentamente il suo ritmo quotidiano e porto in tavola il secondo: spiedini di carne e peperoni. Il calore diretto della brace e il fumo rendono tutto più essenziale, inconscio. Penso a quanto, in certi momenti, le reazioni possano essere immediate, non filtrate. Come se mancasse uno spazio di riflessione tra ciò che si prova e ciò che si fa.
Eppure, accanto a questo, c’è sempre altro: qualcosa di più morbido, meno visibile, che resta sullo sfondo. Probabilmente è la convivenza di elementi diversi – impulso e fragilità, durezza e bisogno – a rendere così difficile capire fino in fondo certi comportamenti.
Accanto agli spiedini, porto un’insalata di arance, olive nere e finocchi. I sapori si mescolano senza annullarsi o prevalere: il dolce, l’amaro, la freschezza.
Tendiamo a cercare una spiegazione unica – la rabbia, la noia, l’assenza di regole – ma raramente basta. C’è quasi sempre una sovrapposizione di elementi diversi, a volte anche contraddittori, che convivono senza trovare un equilibrio. È questa complessità che ci sfugge quando proviamo a dare un nome a ciò che vediamo.
È arrivato il momento del sorbetto. Questo è diventato un piccolo rituale delle mie cene, introdotto quasi spontaneamente per segnare un passaggio inevitabile: quello della pausa. Dopo sapori così netti, il silenzio si prende il suo spazio. Anche la bocca sembra trovare un momento per riprendere fiato. Per qualche minuto non si parla. O meglio, non ce n’è bisogno. Le parole restano sospese, come in attesa di sedimentare.
Servo il dolce: savoiardi fatti in casa spezzati grossolanamente, miele tiepido e noci tostate, scorza di arancia e una punta minuscola di cannella. Ha una fragilità particolare: si rompe facilmente, assorbe, si ammorbidisce, cambia consistenza. Nulla resta uguale a come era all’inizio. E magari è tale trasformazione continua, tale capacità di assorbire e modificarsi, a tornarmi in mente mentre penso ai ragazzi di cui abbiamo parlato tutta la sera. A quanto sia difficile incasellarli in definizioni rigide, definitive.
Poi la domanda resta, inevitabile.
Le risposte attuali – tra prevenzione, scuola, giustizia e repressione – sono davvero sufficienti o stiamo ancora intervenendo quando il problema è già esploso?
“La parola d’ordine che ancora oggi manca è alleanza. Un’alleanza educativa tra tutte le figure che ruotano attorno ai ragazzi. Io devo avere un’alleanza con mio marito, con l’insegnante di mio figlio, con tutte le persone che, in modi diversi, partecipano alla sua crescita. Spesso manca una linea educativa condivisa, anche quando i genitori non sono separati. Le regole, i valori e i limiti dovrebbero essere coerenti e condivisi dalla comunità adulta nel suo insieme.
Questo è fondamentale, perché aiuta davvero i ragazzi. Solo insieme si possono creare alternative valide a quello che oggi sono diventati i grandi protagonisti: telefonino e videogiochi. Non si tratta di tornare indietro in modo nostalgico o impossibile, ma di costruire spazi diversi per i giovani, possibilmente anche gratuiti, in cui possano incontrarsi e crescere.
Quest’anno abbiamo avviato una “scuola dei genitori”, proprio per sostenere le famiglie. Sono emersi tanti disagi, sia nei genitori sia nei ragazzi che seguiamo al consultorio, e questo ci ha permesso di comprendere meglio le dinamiche quotidiane. Esperienze come queste mostrano quanto sia importante lavorare insieme.
Esiste un antico proverbio africano che dice: «Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio». Ed è esattamente così. Non si può scaricare la responsabilità solo sui genitori. Non c’è un unico colpevole, non c’è un errore individuale. Spesso anche gli adulti si sentono soli in questo compito. Ed è per questo che serve collaborazione, sostegno reciproco, rete“.
Mi colpisce molto questa idea del “villaggio”. Mi chiedo però quanto, oggi, questo villaggio possa esistere davvero.
“Oggi l’età delle fragilità si è abbassata: lo dicono molte ricerche. L’avvicinamento precoce ad alcol e fumo avviene già intorno ai 12 anni. Anche alcuni disturbi legati all’ansia e alla gestione scolastica emergono sempre prima.
Forse, in alcuni casi, abbiamo anche cercato di proteggere troppo i ragazzi, evitando loro ogni difficoltà. Ma così facendo non li abbiamo preparati ad affrontare la frustrazione. Se un bambino non sperimenta mai un “no”, un fallimento, una perdita, poi non sa gestirli quando arrivano.
Ecco perché è fondamentale – come dicevo – tornare all’alleanza educativa. Perché non è possibile arrivare a una bocciatura e reagire con aggressività, senza aver costruito prima un percorso condiviso. Le regole devono essere chiare, comprese e sostenute da tutti.
Solo così si può provare a dare una risposta al caos educativo che oggi stiamo vivendo”.
Dalle parole della psicologa, i rendo conto che quella che all’inizio sembrava una sensazione diventa una constatazione: nella crescita dei ragazzi manca qualcosa di profondo.
Mancano modelli credibili, figure adulte realmente presenti, capaci non solo di indicare una direzione, ma di sostenerla nel tempo e con coerenza.
In un contesto in cui l’esposizione al successo facile – anche attraverso strade discutibili – ha grande visibilità, diventa ancora più evidente quanto conti la qualità degli esempi. E forse il nodo non riguarda soltanto i ragazzi, ma la responsabilità degli adulti nel costruire, oppure nel lasciare vuoti, quei riferimenti.
Quando accompagno Cristiana alla porta per salutarci, provo per la prima volta una certa insoddisfazione. Non per quanto ho ascoltato, ma per la percezione, netta e inevitabile, delle nostre mancanze come adulti.
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( 5 – continua )
Category: Costume e società, Cultura



























