LA STORIA SIAMO NOI: LE RIFLESSIONI SOLLECITATE DAL LIBRO DI PAOLA MATTIOLI “Viera. Un’italiana del ’23”

| 24 Luglio 2026 | 0 Comments

di Cristina Pipoli _______________

Perché ricordiamo i generali e dimentichiamo le ragazze che fuggivano dalle bombe?

La guerra raccontata dai vincitori la conosciamo.

Quella raccontata dai generali pure.

Conosciamo le date delle offensive, i nomi delle battaglie, le strategie militari, le linee del fronte. Molto meno conosciamo la guerra vissuta da chi non impugnava un’arma, da chi non firmava armistizi, da chi non compariva nei bollettini ufficiali.

Donne. Bambini. Anziani. Sfollati.

È questo il pensiero che ho maturato leggendo “Viera. Un’italiana del ’23“.

Il libro scritto da Paola Mattioli, la figlia della protagonista che raccoglie la testimonianza della madre Viera.

Eerge una domanda che va oltre il racconto personale e investe direttamente il nostro modo di costruire la memoria collettiva:

Perché le storie dei civili sono rimaste ai margini della narrazione ufficiale della guerra?

Le pagine del volume raccontano una quotidianità fatta di fughe improvvise, rifugi di fortuna, grotte trasformate in dormitori, bombardamenti, paura e fame. Una geografia umana che attraversa Riolo Terme, Borgo Rivola e la valle del Senio, territori che durante il secondo conflitto mondiale si trovarono schiacciati lungo una delle aree più delicate del fronte italiano.

Eppure, mentre i libri di storia riportano i nomi dei comandanti e delle operazioni militari, raramente raccontano ciò che accadeva nelle case abbandonate in fretta, nelle campagne devastate dalla guerra, nelle famiglie costrette a sopravvivere giorno dopo giorno.

La testimonianza di Viera apre quindi una questione più ampia.

Chi custodisce la memoria degli ultimi?

Chi raccoglie le storie di quelle ragazze che attraversarono il conflitto senza lasciare medaglie, senza ricevere onorificenze, senza trovare spazio nei manuali scolastici?

Nel libro emerge la forza silenziosa delle donne di quel tempo. Donne che non combattevano al fronte ma combattevano ogni giorno contro la fame, contro la paura e contro l’incertezza. Donne che tenevano unite le famiglie mentre il mondo attorno crollava.

Eppure il loro contributo è rimasto spesso confinato nella memoria privata.

Forse perché la storia ufficiale ama gli eroi.

Molto meno gli sfollati.

Ama i protagonisti.

Molto meno i sopravvissuti.

La vicenda di Viera dimostra invece che senza quelle persone comuni non esisterebbe alcuna storia da raccontare.

Dietro ogni avanzata militare c’era una famiglia in fuga.

Dietro ogni bombardamento c’era una madre che cercava di proteggere i figli.

Dietro ogni vittoria celebrata c’era una popolazione civile che pagava il prezzo più alto.

Ed è proprio qui che il libro di Paola Mattioli assume un valore che supera la dimensione autobiografica.

Perché la storia è ingiusta.

Lo è sempre stata.

Ricorda i grandi e dimentica i piccoli.

Ricorda chi impartiva gli ordini e cancella chi ne subiva le conseguenze.

Ricorda i vincitori e lascia morire una seconda volta gli innocenti.

Per questo Viera. Un’italiana del ’23 non è soltanto una testimonianza familiare.

È una sfida alla memoria selettiva.

È il racconto di un Paese visto dalla parte di chi non combatteva, ma sopravviveva.

Nelle pagine dedicate a Viera non ci sono eroi.

Non ci sono medaglie.

Non ci sono celebrazioni.

C’è una ragazza.

Una delle migliaia di ragazze italiane che hanno attraversato la guerra con la paura negli occhi e la fame nello stomaco.

Una ragazza costretta a fuggire, a nascondersi, a vivere nelle grotte, a spostarsi da una casa all’altra mentre il mondo crollava attorno a lei.

E allora la domanda diventa inevitabile.

Perché conosciamo i nomi dei comandanti e ignoriamo quelli delle donne che hanno tenuto in piedi la vita durante la guerra?

Perché nei monumenti troviamo i caduti, ma raramente troviamo chi ha custodito famiglie, figli e speranze senza pane, senza sicurezza e senza futuro?

Forse perché il dolore dei civili non produce epopea, non genera statue e non offre slogan?

Eppure è proprio lì che si misura la grandezza di un popolo.

Non nelle vittorie.

Nella capacità di resistere.

La storia di Viera ci consegna allora una verità scomoda: la guerra non è soltanto quella raccontata nei libri. È quella vissuta da chi non aveva scelto di combatterla.

E forse il problema non è che abbiamo dimenticato Viera.

Il problema è che troppo spesso ci commuoviamo davanti agli anniversari e dimentichiamo le persone.

Persone vere, nomi, fame, paura, storia. È questo che abbiamo fatto con Viera.

Perché quando una nazione dimentica le sue donne, i suoi civili, i suoi ultimi, non perde soltanto il passato.

Perde la propria coscienza.

Category: Cultura, Libri

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