QUANDO LA SCUOLA PUNISCE LA COSCIENZA CRITICA
di Melcore Valerio________Ieri pomeriggio avevo commesso il peccato mortale di lavorare fino a pomeriggio tardi, meritando quella che in gergo tecnico chiamiamo “la mia brava pennichella”. Erano le 17:30, quel limbo dorato in cui la coscienza abdica, quando il telefono ha squillato con la delicatezza di una sirena antiaerea. Dall’altro capo del filo, una voce visibilmente alterata. Ci ho messo un po’ a connettere i neuroni, a quell’ora il mio cervello viaggiava ancora a due cilindri, ma alla fine ho riconosciuto il marito di una mia ex compagna di liceo. Un uomo notoriamente garbato, che però stavolta parlava con la foga di chi ha appena assistito a un sopruso. Mi parlava di sua nipote, di una grave ingiustizia subita a scuola, di denunce. Sul momento, confesso, ho capito solo che la mia siesta era finita.
Oggi, smaltito l’intontimento, l’ho richiamato per farmi raccontare i dettagli. E qui la faccenda si fa interessante.
La scena si svolge in una normale classe di terza media. Protagoniste: una ragazzina particolarmente sveglia e la sua professoressa di italiano, quest’ultima di provata (e granitica) fede marxista.
Ora, accade che la studentessa, vuoi perché dotata di un precoce spirito critico, vuoi perché a casa ascolta dibattiti familiari diversi dal lessico del Capitale, si permetta il lusso di contestare le tesi politiche della docente. Niente insulti, sia chiaro, solo sano, democratico dissenso.
La risposta della cattedra? Una raffinata operazione di redistribuzione della ricchezza… dei voti. I 10 e i 9 della ragazzina si sono magicamente trasformati in 8 e 7.
Una svalutazione monetaria applicata alla pagella.
Il paradosso è che tutti i giorni la scuola, la società e la famiglia spiegano a questi ragazzi che “la libertà è sacra”. Poi, al primo accenno di pensiero autonomo, scatta la dogana ideologica. Benvenuta nel mondo dei grandi, piccola mia.
Cara ragazzina, benvenuta tra gli uomini liberi.
Quando ho finalmente messo a fuoco il quadro, ho detto al nonno esattamente quello che pensavo. E vorrei dirlo direttamente alla nipote:
La libertà ha un costo, sempre.
Chi si dichiara “libero” senza aver mai pagato un prezzo, di solito è solo qualcuno perfettamente allineato al potere o alla cultura dominante. Quella cultura che ti coccola, ti protegge e ti gratifica finché fai il bravo servitore (o l’animale domestico ben addestrato).
Cara ragazza non portare il cervello all’ammasso. Chi decide di esercitare il pensiero critico, specialmente se donna o ragazzina, verrà sempre messo alla berlina da chi detiene un briciolo di autorità.
Quelle non sono insufficienze, sono medaglie. Quei 10 e 9 declassati a 8 e 7 non sono voti punitivi, sono decorazioni al valore civile. Sono la prova che il tuo cervello funziona e dà fastidio. Appenditi quegli 8 e quei 7 al petto e fanne un vanto.
Sia chiaro un punto: la vergogna qui non è della studentessa, che esce da questa storia a testa altissima.
La vergogna è di chi occupa una cattedra senza avere la benché minima capacità di confrontarsi con un’allieva di tredici anni, preferendo l’arma del ricatto del registro elettronico al dialogo.
La vergogna è del Dirigente Scolastico, se decide di girarsi dall’altra parte pur di evitare grane sindacali o politiche. E la vergogna sarà del Provveditorato, se, una volta venuto a conoscenza di questa miseria didattica, non muoverà un dito per ricordare a qualche nostalgico che l’esame di maturità democratica, l’ha fallito proprio chi sta dietro la cattedra.
Cara piccola ribelle, continua così. Il mondo ha un disperato bisogno di persone che non dicono sempre di sì. Anche a costo di un 7 in italiano.



























