GIANNI ALEMANNO DETENUTO A REBIBBIA STA PER TORNARE IN LIBERTA’: LO ASPETTA IL GENERALE ROBERTO VANNACCI, NON MARCO RIZZO

| 12 Giugno 2026 | 1 Comment

di Giuseppe Puppo ________________

Uscirà dal carcere di Rebibbia mercoledì 24 giugno p.v., tornerà un uomo libero. E migliore.

Il 18 aprile 2022 era stato condannato in via definitiva ad un anno e dieci mesi di reclusione per il reato di ‘influenze illecite’, in relazione ad una vicenda giudiziaria iniziata nel 2014. Aveva ottenuto di scontare la pena in regime di affidamento in prova ai servizi sociali, ma la notte del 31 dicembre 2024 il beneficio gli era stato revocato, in seguito a presunte inosservanze degli obblighi cui era sottoposto. Da quel giorno e fino a oggi, è stato detenuto a Rebibbia, oggi che è tornato un uomo libero. E perché migliore? Cecherò di spiegarlo sia pur in estrema sintesi qui di seguito.

Gianni Alemanno, 68 anni, nato – per caso – a Bari, figlio di un ufficiale dell’esercito di Gallipoli, trascorse la prima infanzia seguendo gli spostamenti del padre in varie città d’Italia, finché a 12 anni si trasferì a Roma, dove iniziò la sua precoce, quanto in seguito brillante attività politica.

E’ stato segretario del Fronte della Gioventù, l’allora organizzazione giovanile del Msi, deputato, ministro, sindaco di Roma, responsabile di Alleanza Nazionale, in seguito leader di Azione Nazionale, poi rientrato in Fratelli d’Italia e infine da Fratelli d’Italia di nuovo uscito, per dar vita al movimento politico Indipendenza, sulle cui evoluzioni degli ultimi giorni mi potrò permettere di dire e di eccepire più avanti.

In primo luogo però Gianni Alemanno è stato – (era?) – rautiano.

Chi è stato rautiano ha avuto un’educazione sociale e una formazione culturale che continua a generarsi e a fermentare, nonostante il tempo passi e qualunque siano le scelte partitiche successivamente intraprese. Una specie di memoria del telefonino che continua ad apparire, un dna acqisito che li accomuna fra di loro e permette loro di intendersi, di ritrovarsi, comunque.

Anzi, se c’era chi diceva di essere più realista del re, e c’era poi chi diceva di essere più almirantiano di Almirante, lo dico io per lui, per tante ragioni Gianni Alemanno è (era?) più rautiano di Pino Rauti.

QUALCUNO HA CAMBIATO IDEA, IO NO… aveva detto più volte e ogni riferimento ai Fratelli d’Italia era puramente voluto, specie in relazione alla deriva filo americana e filo israeliana assunta da Giorgia Meloni.

Ora, per dirla tutta, nel Msi da sempre per tutta quanta la sua storia è sempre esistita una componente radicale, di sinistra, sociale, nazional popolare, che in politica estera voleva una vocazione mediterranea e non atlantista, rimasta però sempre, per tutta quanta la sua storia, minoritaria, rispetto ai vertici del partito, decisamente filo Nato e filo Usa. Fratelli d’Italia si è trascinata in certe direzioni pregresse, già tracciate da Giorgio Almirante prima e da Gianfranco Fini poi, fino all’appiattimento recente, favorita dal fatto che in esso è letteralmente scomparsa – non vi ha mai aderito – la componente radicale, di sinistra, nazionale e popolare, filo araba e anti americana.

Detto questo, devo ancora dire del perché dell’uomo migliore e devo ancora eccepire sulle evoluzioni politiche di Indipendenza.

Un attimo, una cosa alla volta.

Sì, le persone cambiano, a volte in meglio, a volte in peggio. Alemanno è cambiato in meglio, proprio negli ultimi mesi trascorsi in carcere.

Dico questo dopo aver letto le sue lucide osservazioni postate sul diario di Facebook personale: non avevo mai letto – e c’è da riflettere, c’è da imparare – niente di più lucido, di più attuale e di più profetico al tempo stesso, delle denunce elaborate da Gianni Alemanno sulla realtà carceraria italiana, vista attraverso gli occhi offerti da una inedita, profondissima umanità.

“Vogliamo sensibilizzare le istituzioni e l’opinione pubblica sull’attuale situazione carceraria, che a noi, e non solo a noi, appare insostenibile e contraria ai dettati costituzionali. Essa è emergenziale, e come tale comporta il ricorso a parametri valutativi eccezionali e a interventi immediati, che superano per ampiezza e urgenza il programma di costruzione di nuovi carceri, di moduli prefabbricati e di riutilizzo di edifici demaniali abbandonati

Mai come in questo momento va ricordato come nel nostro sistema processuale il carcere debba costituire l’extrema ratio. Devono quindi essere utilizzate tutte le misure alternative al carcere, che possono alleggerire la pressione delle presenze negli istituti penitenziari non rese obbligatorie dalla legge.

Le vogliamo indicare quelle che secondo noi sono le priorità per far fronte al sovraffollamento negli istituti di pena e, in particolare, alla situazione tragica delle morti, dei suicidi, dell’assistenza sanitaria inadeguata, di tutti gli ultrasettantenni in carcere, dell’affettività negata, della mancata scindibilità dei cumuli e dell’accesso limitato al lavoro in aziende private attraverso l’art. 21 Ordinamento penitenziario e del principio di progressività trattamentale…”.

E’ un passo tratto dal libro L’emergenza negata: Il collasso delle carceri italiane, scritto con Fabio Falbo e altri detenuti nel braccio G8 di Rebibbia, che gode della prefazione dell’on. del Partito Radicale Rita Bernardini.

A proposito, chi voglia continuare a sapere e a capire cosa succede nelle carceri italiane può sintonizzarsi su Radio Radicale ogni martedì dalle 21 alle 22 su programma Radio Carcere, e seguire il sito omonimo a cura di Riccardo Arena continuamente aggiornato.

Ecco, scoprirà che il carcere in Italia, faro di civiltà giuridica, e patria di Cesare Beccaria che già nel Settecento, due secoli e passa fa, aveva teorizzato la funzione rieducativa della pena, poi recepita dalla Costituzione della Repubblica ottanta anni fa, è progressivamente diventato un luogo disumano e solo punitivo, in cui fra l’altro finiscono sempre più gli ultimi e i povericristi, in un quadro di un sistema giudiziario sempre più anch’esso disumanizzato, americanizzato.

E le evoluzioni politiche? Sì sì, eccoci.

Il 31 marzo 2026 il movimento Indipendenza! è confluito in Futuro Nazionale, il nuovo partito fondato dal generale Roberto Vannacci.

Così Gianni Alemanno, che pure aveva guardato con attenzione a Democrazia Sovrana Popolare di Marco Rizzo, ha fatto nel frattempo scelte diverse.

A mio modo di intendere, Democrazia Sovrana e Popolare è l’unica possibilità oggi esistente di dare vita a un nuovo polo di attrazione per i tanti non rappresentati, per chi voglia superare vecchi stereotipi e logiche stantie, per una memoria non condivisa, ma almeno accettata e accettabile, per l’impegno contro profittatori, guerrafondai e mercanti di armi.

Fra l’altro Marco Rizzo è l’unico politico che ha capito che i due vecchi termini ‘destra’ e ‘sinistra’ non esistono più, questo non solo in teoria, ma nei tentativi di elaborazione politica che si rendono oggi necessari e anzi indispensabili, oggi quando esistono solo SOPRA e SOTTO: sotto dove stanno i lavoratori precari e sfruttati, il ceto medio impoverito, le piccole attività economiche minacciate dalle multinazionali, gli emarginati, gli esclusi; e i SOPRA dove stanno gli speculatori dell’alta finanza internazionale, le banche, le multinazionali, i burocrati dell’Unione Europea, i mercanti di armi.

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Futuro Nazionale, sempre a mio modo di intendere, si appiattisce invece in un ritorno al passato – altro che Futuristi: ma per favore, almeno smettano subito di definirsi così, ché il buon Filippo Tommaso Marinetti si sta rigirando stravolto nella tomba – francamente incomprensibile.

Direi di più: incompatibile, per Gianni Alemanno, viste le posizioni atlantiste, filo americane e filo israeliane di Roberto Vannacci, a parte tutto il resto che stride e confligge.

A parte tutto il resto, poi, Gianni Alemanno, che ha la mia età, avrà i miei stessi ricordi dei vari generali entrati in politica, quel tanto che basta per essere sicuri del fatto che di un altro non avevamo certo bisogno.

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Category: Costume e società, Cronaca, Politica

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Comments (1)

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  1. Graziano De Tuglie ha detto:

    Alemanno ERA rautiano, non sappiamo quanto di convenienza era presente nell’essere “rautiano”. Ma certo ha abdicato a questo termine prima in Alleanza -Nazionale, dove colpevolmente trascinò tanti di noi, poi in Futuro Nazionale; antitetico, come sottolinei correttamente caro Direttore, a tutto quello che Rauti ha predicato per tutta la sua vita.
    A lui e ai suoi ottusi seguaci buon pro li faccia
    Graziano De Tuglie

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