IL MIO LESSICO FAMIGLIARE / UN CIUFFO DI LANA NEL BAULE DEI RICORDI

di Anna Maria Greco _________________
Ci sono oggetti che non conservano soltanto il passato. Aspettano in silenzio il momento giusto per restituircelo.
Qualche giorno fa ho aperto un vecchio baule che da anni nessuno apriva più. Era rimasto lì, in un angolo della casa di famiglia, con la serratura un po’ arrugginita e il legno consumato dal tempo.
Quando il coperchio si è sollevato, mi è venuto incontro un profumo che credevo dimenticato: quello della biancheria di lino ricamata a mano, del legno antico e dei piccoli sacchetti di lavanda che, pur avendo ormai perso gran parte della loro fragranza, continuavano a raccontare la cura di chi li aveva riposti.
Sotto quei corredi, piegati con ordine, ho trovato una piccola sacchetta di cotone.
L’ho presa tra le mani.
Dentro c’erano alcuni ciuffi di lana.
Il tempo li aveva compressi fino a renderli quasi infeltriti.
Istintivamente ne ho preso uno tra le dita e ho iniziato ad aprirlo lentamente.
Era un gesto semplice.
Naturale.
Eppure le mie mani sapevano ancora cosa fare.
Poco a poco quel piccolo ciuffo sembrava tornare a respirare.
Fu allora che compresi una cosa.
Non ero stata io a ritrovare quel ciuffo di lana.
Era stato lui a ritrovare me.
A riportarmi là dove il tempo sembrava essersi fermato.
In un attimo non ero più davanti a quel baule.
Ero tornata bambina.
Era estate.
Nelle prime ore del mattino, vicino alla casa di mia nonna, alcune donne del vicinato si ritrovavano all’ombra.
Accanto a loro c’erano ceste colme di lana appena estratta dai cuscini, ancora nei suoi colori naturali: bianco, avorio, beige, grigio e nero.
Prima di mettersi all’opera indossavano sempre un grembiule pulito, legato sopra il vestito. Era il loro modo di aver cura anche di quel lavoro.
Prendevano la lana tra le mani e la aprivano lentamente, sciogliendo i nodi che il tempo aveva stretto.
Noi bambini osservavamo in silenzio e, quasi senza accorgercene, imparavamo un sapere che passava da madre in figlia, senza libri e senza maestre.
Io restavo lì, ad ascoltare più che a capire.
Guardavo quelle mani muoversi sicure e pensavo che sapessero fare qualcosa di speciale.
Mentre lavoravano, nell’aria si sollevava una polvere sottile che il sole rendeva quasi visibile.
Ogni tanto qualcuna si fermava un istante, si strofinava il naso con il dorso della mano, infastidita da quella lieve polvere, poi riprendeva il lavoro con la stessa pazienza di sempre.
Quando la lana aveva ritrovato il suo volume, veniva raccolta con delicatezza nelle ceste.
Poi veniva stesa su grandi teli di cotone bianco, sistemati sui muretti delle terrazze o nei giardini, perché ogni fibra potesse prendere aria.
Lì rimaneva per tutta la giornata.
Le nostre madri e le nostre nonne non conoscevano le spiegazioni della scienza.
Conoscevano, però, i ritmi della natura e si fidavano di lei.
Sapevano, per esperienza, che il sole e il vento restituivano alla lana morbidezza, leggerezza e un profumo di pulito.
Era una conoscenza silenziosa, tramandata da una generazione all’altra, senza bisogno di essere spiegata.
La sera, quando il sole cominciava a scendere, la lana veniva raccolta.
Era soffice e profumava di sole e d’aria aperta.
Con pazienza veniva rimessa nei cuscini che, quella stessa notte, avrebbero accolto il riposo dell’intera famiglia.
Per noi bambini quella sera era quasi una festa.
Si faceva a gara per scegliere il cuscino più gonfio, quello che sembrava una nuvola.
Anch’io affondavo il viso in quella federa fresca e ne respiravo il profumo.
Sapeva di sole, di casa e di un’infanzia che allora mi sembrava destinata a non finire mai.
Le nostre nonne dicevano semplicemente:
— Il sole gli fa bene.
E noi ci credevamo.
Ma quello non era soltanto il giorno dedicato ai cuscini.
Era il giorno in cui il vicinato diventava una sola famiglia.
Mentre le mani lavoravano, le parole scorrevano leggere.
Ci si raccontava la vita.
Le gioie.
Le preoccupazioni.
Le speranze.
Noi bambini ci avvicinavamo incuriositi.
Bastava fermarsi un po’ troppo vicino perché una di loro dicesse, sorridendo:
— Vai a giocare… questi sono discorsi da grandi.
Oppure arrivava subito un piccolo incarico.
Andare a prendere una brocca d’acqua alla fontana.
Controllare se il fratellino si fosse svegliato.
Dare una girata alla pentola sul fuoco.
Noi correvamo via, fieri di essere utili.
Solo molti anni dopo ho capito che quei piccoli incarichi servivano anche a lasciare alle donne un po’ d’intimità.
Potevano confidarsi una paura.
Chiedere un consiglio.
Condividere un peso.
Noi pensavamo di essere stati allontanati.
In realtà stavano proteggendo la nostra spensieratezza.
Ripensandoci oggi, mi accorgo che quel lavoro non serviva soltanto a ridare vita alla lana.
Rinnovava i legami tra le persone.
Se una donna finiva prima, era naturale dare una mano alla vicina.
Nessuno rimaneva indietro.
Era una solidarietà spontanea, fatta di gesti semplici e mani sempre pronte ad aiutare.
Anche la lana aveva qualcosa da insegnare.
Era preziosa.
Non si buttava via.
Con pazienza veniva aperta, arieggiata, accarezzata dal sole e restituita al suo compito.
Oggi parleremmo di riciclo.
Per loro era semplicemente un modo di vivere.
Nulla si sprecava.
Ogni cosa meritava cura, perché racchiudeva lavoro, sacrificio e dignità.
Ma quel vecchio baule custodiva molto più di qualche ciuffo di lana.
Dentro c’erano mani operose.
Voci.
Sorrisi.
Gesti antichi.
Un modo di volersi bene che passava attraverso le cose più semplici.
Quando ho richiuso il suo coperchio, ho capito che non stavo rinchiudendo il passato.
Al contrario.
Lo stavo restituendo alla vita.
E forse, da oggi, quel piccolo ciuffo di lana continuerà il suo viaggio.
Entrerà nel cuore di chi legge e, per un istante, gli farà ritrovare una casa che credeva perduta.
Perché certi ricordi non appartengono a una sola famiglia.
Appartengono a chiunque, leggendo, riconosca in essi un frammento della propria storia.
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( 2 – continua )
Category: Costume e società, Cultura

























