“…Sono Marco De Donno da Maglie, ristoratore; e questo è il mio locale…”

| 26 Luglio 2026 | 0 Comments

di Raffaele Polo ____________________ Stavolta è stato proprio un caso. Che mi ha portato per una serata salentina di quelle in cui non c’è nulla, ma proprio nulla da fare, se non annoiarsi, a Corigliano d’Otranto, nei pressi di un Castello lasciato al buio ma con un assordante e continuo frastuono musicale proveniente dal fossato.

Anche in questa realtà minore (rispetto a Gallipoli e Otranto, tanto per dire…) l’affollamento turistico costringe gli esercizi a gestire il poco spazio uno accanto agli altri. E così volevamo una pizza ma ci siamo seduti nello spazio del ristorante Memoranda. Ce ne siamo accorti quando ci ha raggiunti il proprietario, sorridente, a cui abbiamo spiegato l’equivoco.

«É un segno del destino» ha commentato. «Restate e non ve ne pentirete». Poi si è presentato: «Sono Marco De Donno da Maglie, ristoratore; e questo è il mio locale».

De Donno, mi è subito corso il ricordo al poeta magliese frequentato per tanti anni, lui che si scambiava le sue pubblicazioni con mio padre, contribuendo a farmi innamorare del dialetto salentino che, per lui, era semplicemente ‘La lingua maglisa’..

«Sei un discendente di Nicola G. De Donno, allora?» gli ho chiesto, adocchiando il saporito menù.

«No, mi spiace. Da una decina d’anni agisco nell’ambito della gastronomia e credo fermamente in una cucina marinara semplice e salentina. Quella dei nostri nonni, per intenderci, dove i condimenti si limitavano spesso al solo prezzemolo. Ma la qualità del cibo era l’ingrediente insostituibile per la riuscita del piatto. E, soprattutto, bisognava stabilire un vero e proprio feeling con l’avventore, con ogni cliente, cercando di capire quali fossero i suoi gusti e la sua psiche.

«Addirittura, la psiche… E io allora come sono, vediamo…»

Marco si è seduto al tavolo e, sempre sorridente, mi ha indicato il menù: «Certamente uno che apprezza le cose semplici e abbondanti, allora prenda l’antipasto di mare e le cozze gratinate. Da bere, no, lei non è tipo da birra, allora il vino bianco va benissimo. E poi il sorbetto con l’aggiunta di un po’ di limoncello… Tutte cose da niente, ma vedrà che piaceranno ad un intellettuale triste come lei»

De Donno è andato di là, io mi sono distratto a parlare di sciocchezze con i miei commensali, deprecando l’inquinamento acustico cui eravamo sottoposti. Poi sono arrivate le vivande e non abbiamo avuto nulla da eccepire, era proprio come aveva detto Marco: tutto semplice e buonissimo.

Lui, discretamente, è tornato solo alla fine della cena, a chiederci come era andata.

Mi è venuto di recitargli due versi del poeta magliese suo omonimo: «Io mi rispecchio in questi versi di Nicola: “Percene, pocca, e ppe cci scrivi tante / vane palore a ttante carte vane,/ se gnenzi, gnenzi ne rumane?”»

E non mi ha sorpreso più di tanto che una voce mi rispondesse, superando il frastuono della serata, proprio come avrebbe fatto Lui: “Percè? Pe cci?”

Ma avevo davanti un altro De Donno, Marco che mi sorrideva e mi indicava il nome del suo locale: Memoranda.

Category: Costume e società, Cultura

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